Le date

Sala Grande
giovedì 12 aprile 2012
Ore: 10:00*
giovedì 12 aprile 2012
Ore: 21:00
sabato 14 aprile 2012
Ore: 17:00
*I Pomeriggi in anteprima

Charles Ives, The unanswered question
Samuel Barber, Concerto per violino e orchestra op.14
Aaron Copland, Appalachian Spring, suite per 13 strumenti

Il Cast

Direttore: Carlo Boccadoro
Violino: Markus Placci
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Note di sala

Guida all’ascolto di Paolo Castagnone

Sul finire dell’Ottocento la cultura musicale americana stava cercando una propria identità, non più debitrice dell’illustre ma anche “ingombrante” tradizione europea. Il primo compositore che si distinse in questa direzione fu Charles Ives. Inizialmente guidato dall’originale universo sonoro del padre, in seguito frequentò il college di Yale, dove studiò i consolidati modelli del tardo Romanticismo con Horatio Parker. Il suo impegno in questa direzione si concretizzò nella cantata The Celestial Country, accolta con favore dalla critica, che vi ravvisò «indubitabile serietà nello studio e talento nella composizione».

Tuttavia, dopo questo promettente successo, Ives scomparve dalla scena musicale per motivi in parte riconducibili alla sua estraneità al mondo accademico. Si guadagnò il proprio agio economico in campo assicurativo, continuando a comporre dopo il lavoro e nei fine settimana, senza preoccuparsi di diffondere le proprie opere. Questo isolamento gli permise uno sperimentalismo senza limiti, che iniziò a essere conosciuto solamente quando pubblicò la Concord Sonata. Da allora il suo singolarissimo percorso artistico venne notato dagli esperti e persino Arnold Schoenberg affermò: «C’è un grand’Uomo che vive in questo Paese – un compositore. Ha risolto il problema di come conservare l’autostima e continuare a imparare. Non è costretto ad accettare la lode o il biasimo. Il suo nome è Ives».

Un’eccellente esempio della sue spericolate ricerche musicali è “The Unanswered Question” del 1906, scritto dapprima per un’ensemble dall’organico insolito – costituito da una tromba, quattro flauti e quartetto d’archi – poi trascritto per orchestra. Sullo sfondo di un continuum sonoro che egli definì il silenzio dei Druidi, la tromba propone ripetutamente un breve e oscuro disegno atonale – “l’eterna domanda dell’esistenza” – interrotto da brevi incisi dei flauti, quasi a voler sottolineare come gli uomini spesso si beffino della ricerca esistenziale. Alla fine l’interrogativo resta senza risposta e lascia la sensazione di una lamentosa eco di voci umane disperse nell’immensità della natura, creando effetti di spazialità del suono prodighi di insegnamenti per la modernità.

Il brano è tipicamente ivesiano proprio nella giustapposizione delle strutture musicali e per comprenderlo più in profondità bisogna ricordare anche l’acceso interesse che il compositore dimostrò per la filosofia trascendentalista, ai cui protagonisti (Emerson, Thoreau, Hawthorne e gli Alcotts) dedicò un movimento di ciascuna delle sonate per pianoforte realizzate tra il 1909 e il 1915 dal titolo programmatico di “Concord, Mass., 1840-1860”. Il rapporto tra l’entusiastica fiducia di Ives nell’accostamento di elementi apparentemente inconciliabili si può ricondurre, per esempio, all’asse portante del pensiero di Emerson, ossia la definizione di “Superanima”, descritta come una forza superiore che vigila e interviene sulla realtà, sulla filosofia e sulla poesia. Ed è stato giustamente affermato che nei suoi lavori gli elementi convenzionali e quelli innovativi stanno fianco a fianco «con una fede trascendentalista nell’unità che esiste dietro a tutte le cose».

Samuel Barber, uno dei compositori statunitensi più amati ed eseguiti del ventesimo secolo, ha sviluppato la propria cifra stilistica in modo piuttosto indipendente dalle maggiori correnti moderniste. Desideroso di proseguire la tradizione musicale, egli cercò di unire l’estesa tavolozza tonale del tardo Romanticismo con un delicato lirismo e un’emotività intensa ma controllata.

Nato il 9 Marzo 1910 a West Chester in Pennsylvania, Barber ricevette un’ottima formazione musicale entrando all’età di quattordici anni al “Curtis Institute of Music” di Philadelphia, dove studiò pianoforte, canto e composizione. Il suo innato interesse per la cultura europea venne ulteriormente coltivato nel corso di lunghi viaggi, molti dei quali in Italia; per il nostro Paese nutriva una forte simpatia. alimentata anche dalla vittoria nel 1935 del Prix de Rome, che gli valse due anni di studio presso l’Accademia americana a Roma. La sua crescente fama ricevette un’ulteriore consacrazione grazie all’esecuzione radiofonica di Toscanini dell’Adagio per archi op. 11, il lavoro noto al grande pubblico per essere stato utilizzato come efficace colonna sonora dei film The Elephant Man di David Lynch e Platoon di Oliver Stone.

Anche il Concerto per violino e orchestra op.14 conosce una notevole fortuna, sebbene la sua genesi non sia affatto lineare. Il brano venne commissionato nel 1939 da Samuel Fels – uno dei membri del consiglio di amministrazione del “Curtis Institute” – per il bambino prodigio Iso Briselli. Quest’ultimo accolse con grande entusiasmo i primi due movimenti, ma alla consegna del Presto conclusivo, Albert Meiff – che in quel momento si stava occupando del perfezionamento tecnico di Briselli – avanzò pesanti critiche, con la motivazione che il brano «non aveva la giusta dose di virtuosismo, non era correlato musicalmente agli altri due tempi ed era troppo breve e privo di nerbo per concludere un grande pezzo da concerto». Non volendo distruggere una pagina nella quale aveva piena fiducia, Barber rifiutò i consigli di ampliarne la struttura e si mantenne fermo nelle proprie scelte: «è una questione di sincerità verso la mia arte!». Così il progetto fu abbandonato fino a quando il grande direttore d’orchestra Eugene Ormandy lo inserì nel cartellone della stagione del 1941 della Philadelphia Orchestra. Il successo fu immediato e da allora la partitura è entrata stabilmente nel repertorio violinistico.

L’autore stesso scrisse delle brevi note di sala per la prima esecuzione: «Il movimento d’apertura – Allegro molto moderato – inizia con un tema di carattere lirico esposto subito dal violino solista, senza alcuna introduzione orchestrale. Questa sezione, nel suo complesso, ha forse più il carattere di una Sonata che la forma di un Concerto. Il secondo tempo – Andante sostenuto – è introdotto da un esteso assolo dell’oboe; il violino entra con un tema contrastante di carattere rapsodico, dopo di che viene ripresa la melodia iniziale. Il movimento conclusivo, un motum perpetuum, sfrutta le doti di brillantezza e virtuosismo del violino»

Aaron Copland occupa una posizione centrale nella musica statunitense. Figlio di emigranti ebrei, prese lezioni da Rubin Goldmark, che fu anche l’insegnante di George Gershwin. Nel ‘20 si recò a Parigi, dove studiò – primo fra i suoi numerosi allievi americani – con Nadia Boulanger. In Europa poté assistere agli spettacoli dei Ballets Russes di Dyagilev e incontrare un buon numero di giovani compositori, con cui condivise la rivolta contro la grandiosità teutonica e la ricerca di chiarezza e grazia tipiche del movimento neoclassico. Allo stesso tempo cercava la sua strada verso uno stile di composizione tipicamente americano, ma che fosse altrettanto riconoscibile quanto quello dei compositori russi di fine Ottocento. Alcuni dei suoi primi lavori evidenziano stilemi jazz, come in Music for the Theatre, il cui tema principale anticipa di un paio di anni la celeberrima Ol’ Man River di Jerom Kern. In parallelo all’esperienza “jazzistica”, il musicista newyorkese indagò il linguaggio dissonante e riservato delle Avanguardie con lavori rigorosi e austeri come le Variazioni per pianoforte. Un critico le definì «severe e solenni, come le frasi di rabbini in meditazione”, ma il lusinghiero apprezzamento degli esperti non si tradusse in altrettanta fortuna  economica. Il biografo Howard Pollack racconta che nel 1938 il conto in banca del compositore conteneva sei dollari e novantatré centesimi!

Significativamente proprio in quegli anni – segnati da un rinnovato interesse per le classi popolari, in linea con il New Deal promosso da Roosevelt per uscire dalla crisi del ’29 – Aaron Copland sentì un profondo bisogno di rivolgersi a un pubblico più vasto. Ciò lo condusse a una svolta verso la semplicità, le armonie tonali e l’impiego di materiale tratto dal folklore, che confluì nei brani Billy the Kid e Rodeo. L’apice di questa tendenza venne raggiunto con Appalachian Spring, un balletto composto nel 1944 su richiesta della celeberrima coreografa Martha Graham. Nella composizione viene ampiamente citato l’inno di una delle più famose comunità utopistiche americane del XIX secolo, gli Shaker. La citazione del loro canto The Gift to be Simple, i cui primi versi recitano «E’ il dono di essere semplici / E’ il dono di essere liberi», può essere letta come il manifesto programmatico dell’estetica personale del compositore. Copland stesso disse: «Così come la danza della Graham, il carattere della mia partitura è compassato e sobrio, semplice ma forte. Viene citata solamente una melodia popolare, “Simple Gift”, tuttavia i ritmi, le armonie e le melodie utilizzate suggeriscono il tipico ambiente dei pionieri americani del diciannovesimo secolo».

Biglietteria

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Biglietti: Euro 10,00/8,00 + prevendita

67a Stagione

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