Le date

Sala Grande
sabato 16 novembre 2013
Ore: 17:00

Dvorak Serenata op. 44
Mozart Gran partita, serenata k 361

Il Cast

Direttore Michele Carulli
Orchestra di Padova e del Veneto

Note di sala

Dvorak,  Serenata op. 44

“Caro S.,

in relazione alla borsa di studio conferita dallo Stato, sono stato molto soddisfatto negli scorsi anni dei lavori di Antonín Dvořák di Praga. Quest’anno ha mandato, tra le altre cose, un volume di Duetti per due soprano con accompagnamento di pianoforte, che sembrano molto adatti e pratici per una pubblicazione…Dvorak ha scritto ogni sorta di composizioni, opere (in ceco), sinfonie, quartetti e musica pianistica. Non c’è dubbio che abbia molto talento. E poi è anche povero. Vi prego di rifletterci sopra. I Duetti non vi daranno molti pensieri e probabilmente si venderanno bene…”

Con questa lettera del 12 dicembre 1877 Brahms apriva le porte dell’influente editore Simrock a uno sconosciuto musicista di provincia, che gli aveva chiesto una raccomandazione su suggerimento del critico Eduard Hanslick. Dvořák partecipà nel 1874 al concorso annuale istituito dal governo austriaco per dotare di una borsa di studio gli artisti più promettenti. La commissione del premio era formata tra gli altri da Brahms, che intuì nel disordinato talento di Dvořák una natura musicale di prima qualità. Le composizioni inviate a Vienna mostravano un flusso ininterrotto di idee musicali, sgorgate da una vena melodica che pareva inesauribile. A 33 anni, con molti anni di mestiere alle spalle ma pochi studi di composizione, il musicista di Praga cominciava appena ad affrontare il problema della forma, della composizione. Nell’incredibile calderone di musiche scritte in precedenza, in seguito quasi tutte eliminate dal catalogo, si trovano pezzi che raggiungono punte estreme di prolissità, come il Quartetto in re dell’incredibile durata di 68 minuti, ma con una profusione di idee musicale fuori dal comune. Il giovane Dvořák seguiva i modelli dello stile classico, in primo luogo Beethoven, con una scrittura però contaminata dal cromatismo wagneriano allora di moda. Al pari di Schubert, Dvořák sognava di raggiungere il successo come autore teatrale. La sua ansia di scrivere per la scena era tale che quando l’opera Král a uhlir (Il re e il carbonaio) fu rifiutata dal teatro, Dvořák compose da capo lo stesso libretto una seconda volta.

Brahms mantenne intatta la benevolenza verso il giovane collega per tutta la vita con vari atti di tutela generosa, e tolse l’esistenza di Dvorak dalla precaria condizione della vita di provincia per proiettare in breve tempo il nome del musicista praghese sulla scena musicale europea. Forse quel che colpì Brahms in questa giovane mente disordinata, oltre all’evidente talento, fu il bisogno di chiarezza, la necessità di depurare la sostanza dell’idea musicale dalle scorie che appesantiscono il discorso. Nelle composizioni degli anni a cavallo del concorso Dvorak mostra infatti di allontanarsi dall’influenza della musica di Wagner e della scuola neo-tedesca, che aveva condizionato in modo più o meno profondo i primi lavori.

Nel frattempo anche altre circostanze erano cambiate. In primo luogo, il matrimonio con Anna Cermák, che aveva dato a Dvorak una famiglia e una vita affettiva stabile. Una modesta posizione di organista gli consentì inoltre di lasciare il lavoro in orchestra, come suonatore di viola, per potersi dedicare meglio alla composizione.

A quest’epoca primaverile e piena di speranze appartiene la Serenata per archi in mi maggiore, composta di getto tra il 3 e il 14 maggio 1875. La pagina fu accolta con grande successo sin dalla sua prima esecuzione diretta da Adolf Cech a Praga il 10 dicembre 1876, e da allora non ha cessato di rimanere tra le musiche più popolari di Dvorak. La ragione del successo di questa pagina, ispirata al modello settecentesco della musica d’intrattenimento, sta innanzitutto nella freschezza delle melodie e nella chiarezza della forma. Il nucleo della musica di Dvořák trae l’ispirazione dal ricchissimo patrimonio di canti e di danze della sua terra, che aveva nutrito la sua fantasia sin dall’infanzia. Il percorso di Dvořák era già stato indicato dal robusto insorgere un po’ in tutta Europa delle scuole nazionali di stampo classico-romantico. Lo “slavismo” della Serenata è rintracciabile facilmente nella pulsazione caratteristica dei ritmi, nel profumo modale delle armonie, nella curva delle melodie, spesso venate di incantevoli melanconie come nel caso del meraviglioso Tempo di Valse.

Dell’altra Serenata in re minore, op. 44, per strumenti a fiato, parla Brahms in una lettera all’amico violinista Joachim (maggio 1879): «Non si riesce facilmente a ricevere un’impressione più amabile e piacevole di un autentico, ricco e affascinante talento creativo». Il nuovo lavoro di Dvořák meritava senz’altro parole così lusinghiere, anche perché dimostrava gli enormi passi avanti compiuti dall’autore nel padroneggiare la scrittura strumentale e la chiarezza della forma. A differenza della popolare Serenata per archi, quella per strumenti a fiato è concepita per un vero ensemble di musica da camera. Ciascuno degli 11 musicisti suona una parte individuale, conferendo al lavoro la leggerezza e la elasticità della conversazione. Dvořák elimina dall’organico gli strumenti più brillanti, come il flauto, rafforzando la linea del basso con l’aggiunta di un violoncello e di un contrabbasso. La Serenata dunque acquista una tinta più scura e romantica, anche per la presenza di un trio di corni e di un controfagotto (indicato però ad libitum, a causa della difficoltà di reperire questo ingombrante strumento). Dal punto di vista formale invece la Serenata assomiglia di più a una Sinfonia che a un Divertimento, con quattro movimenti ben ripartiti secondo il canone dei caratteri classici. La scrittura tuttavia è più leggera, come dimostra subito il movimento iniziale, “quasi marcia”. La tonalità di re minore conferisce un tono serioso all’incalzante ritmo della fanfara, che ricorda con il suo perenne muoversi in avanti il mondo inquieto di Schubert. Il continuo pendolo dell’armonia tra re minore e fa maggiore spande sul movimento il profumo della musica slava, che si manifesta in maniera più evidente nella sezione centrale, imperniata sulle figure di una danza popolare.

Se il Minuetto è incantevole per la delicata e melanconica grazia, l’Andante con moto è uno dei capolavori della musica da camera. La voce nostalgica dei clarinetti in la riporta alla mente il suono di Mozart, che la scrittura di Dvořák onora in questa pagina con un miracolo di equilibrio e trasparenza. Sulla pulsazione costante dei corni, il cuore espressivo di questa pagina, si sviluppa un dialogo sentimentale tra oboi e clarinetti. L’idillio s’interrompe nella parte centrale, che diventa tutto a un tratto più tempestosa e drammatica, ritrovando poi la calma melanconica dell’inizio. L’Allegro molto finale chiude la Serenata con energia e fiducia nel futuro, anche se il ritorno inaspettato prima della coda della “quasi marcia” iniziale indica come l’instabilità emotiva rivelata da quel moto ossessivo sia ancora in agguato.

La Serenata per strumenti a fiato fu eseguita per la prima volta a Praga il 17 novembre 1878, con la direzione dell’autore.

 Oreste Bossini

Mozart, Serenata in mi bemolle maggiore K 361 “Gran Partita”
“Opera straordinaria” (Einstein), “la pagina più notevole per strumenti a fiato” (Greither), “grande Serenata” (Hildesheimer), “il più sbalorditivo tour de force mai sperimentato per strumenti a fiato” (Buscaroli), “una delle più sorprendenti e prodigiose opere mozartiane” (Carli Ballola e Parenti); ecco alcuni giudizi che i critici hanno offerto alla Serenata K 361, raramente superata – anche da Mozart stesso – quanto a impianto formale, a originalità dell’organico (dodici strumenti a fiato con l’aggiunta di un contrabbasso), a invenzioni armoniche e timbriche. Iniziata a Monaco (dove Mozart si trasferì, dal novembre 1780 al marzo 1781, per l’allestimento dell’opera Idomeneo K 366) quale “prezioso dono” per i vecchi amici di Mannheim ritrovati nell’orchestra della città, la Serenata, ancora icompleta, seguì Mozart a Vienna, quando questi fu costretto a raggiungere il prepotente Arcivescovo Colloredo. Incomprensibilmente non si hanno notizie sulla presentazione della Serenata a Vienna né su esecuzioni successive (una riduzione dell’epoca per otto fiati lascia pensare che – già allora! – fosse diffciile formare un organico del genere). Uno dei rari documenti è rappresentato dal commento dello scrittore J.F. Schink, di passaggio a Vienna: “Ho per caso sentito una pagina del Signor Mozart, per tredici strumenti. Com’è grandiosa, nobile, magnifica!”.

Imponente, in primo luogo, è l’architettura della Serenata: ai tre movimenti di base (Allegro, Adagio, Rondò) Mozart aggiunse – nella lucida coscienza di dar vita a una pagina che bruciava per sempre ogni riferimento con le vecchie Serenate galanti – due Minuetti, una “Romanza” e un Andante con variazioni. Su tutta l’opera domina l’Adagio, pagina notturna e appassionata, che è concordemente considerata dalla critica “la vetta culminante” dell’opera (definizione presente pressoché in ogni testo…).

Alla straordinaria maestria della condotta strumentale (caratterizzata dalla fluida alternanza di frammenti solistici e brani corali) fa riscontro una preziosa ricerca di combinazioni sonore. Le sfumature, le trasparenze, le sovrapposizioni delle voci nella Serenata non temeranno confronti; lo stesso dicasi per il suono in sé – suono che ogni commentatore ha tentato di afferrare in una definizione (denso, acquoso, prezioso, trasparente, pastoso, soffice, argenteo ecc.) – al quale i corni di bassetto, usati per la prima volta in questa pagina, regalano un affettuoso inconfondibile sapore.

COMMENTO Blom: “(La Serenata) si colloca ben distante dall’abituale mondo mozartiano di graziosi divertimenti musicali; essa appartiene piuttosto al più grandioso stile cameristico, quello dei Quintetti per archi e della Sonata K 377”. Buscaroli: “(…) vero contrappeso strumentale di Idomeneo, e a quest’opera simile per la concentrazione, la rifinitura, la ricchezza. Uno di quei culmini della giovinezza ardente. Uno di quei prodigi di fiammeggiante dedizione alla vita che non si ripeteranno più, neppure nel supremo Mozart degli ultimi anni”.

In particolare su singoli episodi – Enistein: “(Il primo Lento), un notturno, è una scena romantica sotto i cieli stellati, scena in cui desiderio, amore e dolore salgono al cuore degli amanti. La controparte di questo lirismo si trova nella Romanza, il cui sentimentalismo rasenta quasi l’assurdità, grazie a un Allegretto stranamente burlesco, alternativo”.

PARTICOLARITA’ A proposito della denominazione Gran Partita, Einstein annota: “Rimane il dubbio se il titolo, che implica forse un’esecuzione all’aperto, sia stato scelto da Mozart stesso: l’autenticità della grafia (…) non venne mai provata”.

CURIOSITA’ Uno stralcio della lettera contenente le “prime notizie” da Vienna (17 marzo 1781): “Grazie a Dio ieri, giorno 16, sono arrivato qui, solo soletto, con un calesse postale. Erano le nove del mattino. Fino a Unterhaag ho viaggiato con la carrozza postale (…). Giovedì alle sette di sera sono arrivato stanco morto a St. Pölten, mi sono messo a dormire fino alle due di notte, poi ho proseguito diritto fino a Vienna. Le scrivo, sa da dove?, dal giardino dei Mesmer, nella Landstrasse. (…) E ora parliamo dell’Arcivescovo: ho una camera deliziosa nella stessa casa dove alloggia lui. (…) Ieri alle quattro abbiamo già dato un concerto. C’erano almeno venti persone della più alta nobiltà. Oggi dobbiamo andare dal Principe Galitsin, che era presente anche ieri (…)”.

Edgar Vallora

Biglietteria

BIGLIETTI
Interi
Primo Settore (Platea dalla fila 1 alla 30) € 19,00
Secondo Settore (Platea dalla fila 31 alla 40) € 13,50
Balconata € 10,50

Ridotti
(Giovani under 26 ; Anziani over 60; Cral ; Associazioni Culturali ; Biblioteche ; Gruppi; Scuole e Università)
Primo Settore (Platea dalla fila 1 alla fila 30) € 15,00
Secondo Settore (Platea dalla fila 31 alla fila 40) € 11,50
Balconata € 8,50