Le date

Sala Grande
giovedì 30 aprile 2009
Ore: 20:30
sabato 02 maggio 2009
Ore: 17:00

FRANZ SCHUBERT (1797 – 1828)
Ouverture nello stile italiano in do maggiore

MOZART (1756 – 1791)
Concerto in La Maggiore KW 219 per violino e orchestra
    Allegro aperto
Adagio
Rondeau: tempo di menuetto

FRANZ SCHUBERT
Sinfonia n.4 in do minore (Tragica)
    Adagio molto – Allegro vivace
Andante
Menuetto: Allegro vivace
Allegro

Interpreti

Direttore – Daniele Rustioni
Violino – Francesca Dego
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Guida all’ascolto:
di Piero Rattalino

Nel 1817 il venticinquenne Rossini non aveva ancora messo il naso fuori dalla cerchia delle Alpi ma le sue opere stavano planando in tutta Europa. A Vienna, molto legata all’Italia sia per motivi politici (il possesso del Lombardo-Veneto) che per motivi dinastici (un’arciduchessa austriaca regnava a Napoli), le opere di Rossini avevano rubato la ribalta persino a Beethoven, il cui successo era tramontato dopo l’apice raggiunto durante il Congresso del 1814-15. Il ventenne Schubert, che per la storia sarebbe già stato un genio ma che per l’attualità era un giovanotto senz’arte né parte, compose due ouverture, nella prima delle quali veniva citato un tema del Tancredi di Rossini e che per questo motivo furono poi dette, non si sa da chi, “nello stile italiano”. Entrambe le ouverture furono eseguite da un’orchestra formata da pochi professionisti e da molti dilettanti, nella quale Schubert ricopriva il ruolo di violista, ma non furono pubblicate vivente l’Autore. La prima, rielaborata, divenne più tardi il brano di aperture delle musiche di scena per la Zauberharfe, mentre la seconda, in do maggiore, entrò nel Novecento nel repertorio concertistico. Anselm Hüttenbrenner, grande amico di Schubert, ricordava che questi ammirava in Rossini “il gusto raffinato per gli strumenti” e “la grazia e la novità di alcune melodie”. Nessun intento satirico compare dunque nella Ouverture D 591, ma solo l’ammirazione senza invidia per la vitalità e la malinconia che costituiscono molto spesso i due poli contrapposti delle ouverture rossiniane.

John Field era nato a Dublino nel 1782 da una famiglia di musicisti.  Dal 1793 studiò a Londra con Clementi e vi esordì nel 1794, ma rimase presso il suo maestro fino al 1803, accompagnandolo nel 1802 a Parigi, dove suonò con grande successo, poi in Germania e infine a S. Pietroburgo. Vent’anni prima Clementi aveva girato l’Europa per far conoscere sia se stesso che i pianoforti di John Broadwood, costruiti secondo il sistema inglese, tecnologicamente diverso dal sistema viennese. Nel 1802 Clementi non aveva più motivo di promuovere se stesso perché era ormai celeberrimo ma, aureolato dalla fama, si presentava nell’Europa continentale come industriale, e cioè editore di musica e fabbricante di pianoforti. Rimase sul continente addirittura fino al 1810, trafficando e scivolando fra le guerre e le battaglie napoleoniche. Nel 1803, come ho detto poc’anzi, si era avventurato fino a S. Pietroburgo, dove aveva aperto un deposito di pianoforti. John Field, che come pianista era degno di tanto maestro, svolgeva la parte del campioncino che offre al pubblico la pratica dimostrazione sia dell’eccellenza del metodo didattico con cui è stato allevato, sia della bontà dei nuovi pianoforti immessi sul mercato. E questo compito veniva assolto di giorno nei depositi-mostra aperti dal master e di sera nei salotti in cui il capo e il suo famulus venivano invitati. Field non riceveva uno stipendio: era solo spesato di tutto e, racconta Ludwig Spohr, nelle camere d’albergo lavava a quattro mani con Clementi la biancheria, perché Clementi era molto economo e non buttava al vento nemmeno un penny. Clementi si fermò a S. Pietroburgo per quasi sette mesi. Poi – luglio 1803 – mosse verso Berlino, lasciando nella capitale russa, come suo fiduciario, il ventunenne Field.
Per ventott’anni Field non uscì più dai domini dello zar. Ricercatissimo e attivissimo come insegnante, non compose molto ma con i Nocturnes azzeccò un terno al lotto che gli procurò e un mucchio di denaro e un posticino nella storia. Bon vivant amantissimo della tavola e del vino, e di forte istinto dongiovannesco, non battagliero e tuttavia furbo come una volpe, Field si spostò a Mosca quando nel 1806 a S. Pietroburgo tornò Clementi accompagnato da due allievi. Nel 1809 arrivò a S. Pietroburgo Daniel Steibelt, famoso pianista ed anche affarista, ciarlatano, truffatore, più interessato però al teatro che al pianoforte. Field contrattò con Steibelt il ritorno a S. Pietroburgo e tenne poi il piede sia nella capitale che a Mosca. Solo nel 1831 ricomparve, inaspettato ospite, a Londra. Nel 1832 andò a Parigi, vi conobbe Chopin e Liszt, fu guardato con curiosità – era un pezzo di storia che si materializzava – ma fu giudicato pianista d’altri tempi. Suonò poi in Belgio, in Svizzera e in Italia (alla Scala, il 29 novembre 1833 nel ridotto, il 2 dicembre nel teatro). A Napoli nel 1834, malato di tumore intestinale, fu ricoverato in ospedale, rimanendovi per nove mesi. Grazie all’intervento di una famiglia russa amica poté affrontare il viaggio faticosissimo per Mosca, e a Mosca morì nel 1837.
Field scrisse sette concerti per pianoforte e orchestra, il n. 1 nel 1799, il n. 7 in parte – un movimento – nel 1822 e in parte nel 1832. Il n. 2 fu composto nel 1811 e fu pubblicato nel 1816 a Lipsia. Rimase in vita per tutto l’Ottocento, anche se per un singolare utilizzo: era il concerto che serviva per addestrare gli allievi adolescenti al passaggio dal repertorio classico al repertorio romantico. La discografia si è occupata di Field con una certa frequenza e i suoi concerti sono noti ai discofili. Ma le esecuzioni pubbliche sono state nell’ultimo secolo rarissime. Il Concerto n. 2 merita indubbiamente di essere ascoltato nelle normali stagioni sinfoniche, in un momento, come quello che stiamo attraversando, in cui nella musica e in tutte le arti si tende a conoscere e considerare non solo i picchi più alti ma tutto il tessuto culturale delle epoche passate. La sua struttura è quella che troviamo in quasi tutti i concerti del Biedermeier, con un primo movimento costruito a grandi campate, un secondo movimento lirico (in questo caso un vero e proprio Nocturne con accompagnamento dei soli archi) e un terzo movimento danzante.
Field, sebbene nato quattro anni dopo Hummel, non aveva preso in considerazione il virtuosismo brillante che Hummel aveva sviluppato andando oltre Clementi, di cui era stato allievo a Londra lui pure. Per questa ragione un grande esperto come Carl Czerny non lo considerò un caposcuola. Non era battagliero nella vita, come ho detto, e non era battagliero in arte, Field. E restando rintanato in Russia, al riparo dalla più agguerrita concorrenza, poté evitare le rivalità con i nuovi campioni del pianoforte che stavano rivoluzionando il mondo del concertismo. Il suo unico avversario, Steibelt, era nato prima di Beethoven, nel 1865, ed era diventato famoso per gli effetti che sapeva ottenere con il tremolo, non per altre ben più complesse diavolerie: Field poteva sentirsi in una botte di ferro.
Della tecnica di Clementi Field sfruttò la scorrevolezza dell’agilità e la trasparenza nella condotta delle parti più che l’ardimento delle note doppie e delle ottave, e nei concerti, guardando come tutti i suoi colleghi al teatro italiano, trovò il suo ideale nell’opera larmoyante di Paisiello e di Piccinni. Si osservi in particolare, nel primo movimento del Concerto n. 2, la concezione della parte centrale, lo sviluppo, sognante e carezzevole invece che aggressivo. Il secondo movimento è talmente casto da parere oggi a noi persino un po’ scipito, e il finale è “innocente” non solo nella didascalia. Di Mozart si disse che fosse un eterno fanciullo. Di Field si potrebbe dire che fosse un eterno adolescente o, mozartianamente, un eterno, come dice Don Basilio, “Cherubin d’amore”.

Il lettore sa ormai, quasi al termine della stagione, che il mio compito consiste principalmente nel parlare dei concerti Biedermeier e dei loro autori, oggi pressoché sconosciuti, e sa che svolgendo questo compito primario consumo quasi tutto lo spazio disponibile. Della ben nota Sinfonia n. 4 di Schubert, ultimata il 27 aprile 1816 da un ragazzo di diciannove anni, mi limiterò dunque a dire pochissime cose. La tonalità di do minore richiama immediatamente Beethoven, e questo non lo sappiamo soltanto noi: lo sapeva anche Schubert. Il quale, senza confrontarsi direttamente con il fantasma della beethoveniana Sinfonia del Destino, compose un’opera di grande spessore drammatico, tanto da rispondere in pieno alla denominazione di Tragica datale più tardi dallo stesso Autore. Qualche commentatore ritiene che il primo tema del primo movimento richiami l’ouverture Coriolano, ma il riferimento a Beethoven è da ricercare nell’”aura” generale della sinfonia più che, direttamente, in qualche suo particolare. Come ho già detto a proposito della Ouverture D 591, i contemporanei, ed anche i posteri, erano ben lungi dal vedere nello Schubert sinfonista il successore di Beethoven. La Sinfonia n. 4 non fu né eseguita né pubblicata vivente l’Autore. La prima esecuzione ebbe luogo a Lipsia il 19 novembre 1849, addirittura ventun’anni dopo la morte di Schubert, e la pubblicazione arrivò soltanto nel 1884. Senza voler infrangere l’idolo possiamo oggi dire però che a diciannove anni Beethoven non aveva ancora scritto nulla di paragonabile alla Tragica di Schubert.

Biografie:

Daniele Rustioni, direttore d’orchestra
Nato a Milano nel 1983, ha compiuto gli studi musicali presso il Conservatorio ”G.Verdi” della sua città conseguendo il Diploma in Pianoforte, Organo e Composizione Organistica, Direzione d’orchestra. Ha studiato Direzione con Gilberto Serembe (Accademia Superiore Musicale Pescarese), si è perfezionato con Gianluigi Gelmetti (Accademia Musicale Chigiana di Siena) e con Colin Metters (Royal Academy of Music di Londra). Ha frequentato Masterclass con Sir Colin Davis, Leif Segerstam, Gianandrea Noseda, Kurt Masur ed è stato uno dei pochi selezionati per seguire il seminario d’opera italiana tenuto da Riccardo Muti alla New Mediterranean Music Academy di Malta.
Grazie al corso per Maestri Collaboratori di Sala e Palcoscenico dell’Accademia del Teatro alla Scala ha avuto la possibilità di lavorare nel prestigioso teatro milanese come maestro rammentatore ed assistente direttore. Ha inoltre collaborato in qualità di maestro accompagnatore col Coro dell’Orchestra Sinfonica ”G.Verdi” e la Polifonica Ambrosiana di Milano, la Royal Academy of Music Vocal Faculty, il National Opera Studio ed il Jette Parker Young Artist Programme di Londra, nonchè artisti di fama internazionale quali: Leo Nucci, Francesco Meli, Josè Cura, Elisabeth Norberg-Schutz, Ekaterina Surina, Dimitry Korciak, Elena Obratsova, Francesca Dego.
Ha diretto concerti sinfonici con la Russian National Philharmonic Orchestra di Mosca, le Orchestre Filarmoniche di San Pietroburgo, l’Orchestra di Cadaques, UBS Verbier Festival Academy Orchestra, l’Orchestra Regionale Toscana, Orchestra del Teatro Regio di Torino, Orchestra del Festival Nazionale di Sofia a Siena, l’Orchestra Accademica del Festival Settimane Musicali di Stresa, Orchestra dell’Accademia del Teatro alla Scala, Orchestra Sinfonica di San Remo (prima esecuzione mondiale del “Requiem” di Roberto Hazon), il BIT20 Ensamble-Norway, la Southbank Sinfonia Orchestra e la Royal Academy Festival Orchestra di Londra. Dopo il suo debutto sotto invito di Yuri Temirkanov alla Sala Grande della Filarmonica di San Pietroburgo col ”Requiem” di Verdi, ha collaborato costantemente con la Filarmonica pietroburghese, dirigendo anche nel prestigioso International Arts Square Festival insieme a Mariss Jansons, Valery Gergiev, Mikhail Pletnev.
E’ molto attivo in campo operistico: dal 2008 è Direttore Ospite Principale del Teatro Mikhailovsky di San Pietroburgo, dove ha diretto nuove produzioni di ”Pagliacci”, ”Cavalleria Rusticana”, ”Elisir d’amore”, ”Rigoletto”, ”Traviata”. E’ stato nominato “Associate Conductor” alla Royal Opera House-Covent Garden di Londra fino al 2010: collabora durante le stagioni operistiche come maestro preparatore e assistente direttore. Ha diretto al Teatro Regio di Torino (“la bohème”), ai Teatri Bolshoi e Stanislavsky a Mosca (“Elisir d’amore”, “Cavalleria Rusticana”), gala operistici all’Opera Nordfjordeid in Norvegia, il Sir Jack Lyons Theatre ed il Covent Garden di Londra. E’ stato assistente di Gianandrea Noseda, Daniel Oren e Antonio Pappano.
Ha impegni futuri con il Teatro alla Scala di Milano, il Teatro Comunale di Bologna, il Teatro Regio di Torino, l’AsLiCo-Associazione Lirica Concertistica Italiana, la BBC Philharmonic Orchestra di Manchester, il Festival di Verbier.

Francesca Dego, violino
È nata a Lecco nel 1989. La sua carriera in rapida ascesa l’ha portata negli ultimi anni a esibirsi da solista e in formazioni cameristiche in numerosi concerti sia in Italia che all’estero (Stati Uniti, Messico, Argentina, Uruguay, Israele, Inghilterra, Irlanda, Germania, Svizzera).
Diplomata con lode e menzione speciale al Conservatorio di Milano, ha studiato e continua a perfezionarsi con Daniele Gay, che la segue da quando ha 9 anni, e con Salvatore Accardo all’ Accademia Stauffer di Cremona e all’Accademia Chigiana a Siena. Ha inoltre partecipato a masterclass e corsi di perfezionamento con grandi violinisti tra cui Shlomo Mintz, Ida Haendel, Leonidas Kavakos, Massimo Quarta, Hagai Shaham e Vadim Gluzman.
Ha suonato da solista con importanti orchestre tra cui i Cameristi della Scala, l’Orchestra Città di Magenta, la Filarmonica del Conservatorio di Milano diretta da György Györiványi Ráth (con la quale ha debuttato in Sala Verdi a Milano a soli 15 anni con il concerto di Brahms dopo essere tornata da una tournée che l’ha portata ad esibirsi in 11 concerti nelle città più importanti di Gran Bretagna e Irlanda), l’Orchestra di Sofia, l’Orchestra Sinfonica dell’Emilia Romagna “Arturo Toscanini” diretta da Julian Kovatchev, I Solisti di Rostov della Rostov State Theatre diretti da Maurizio Dones, la Israel Sinfonietta Beer-Sheva (Sinfonia Concertante di Mozart  al Teatro d’Opera di Tel Aviv con Shlomo Mintz alla viola), l’Orchestra Sinfonica “M. Jora” di Bacau, l’Orchestra dell’Università degli Studi di Milano, l’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento, la Filarmonica di Torino, l’Orchestra del Teatro “Carlo Felice” di Genova diretta da Christopher Franklin e L’Orchestra Regionale Toscana.
E’ molto attiva anche in ambito cameristico esibendosi regolarmente con la pianista Francesca Leonardi e collaborando con grandi musicisti quali Salvatore Accardo, Bruno Giuranna, Rocco Filippini e Antonio Meneses. Con Giuranna e Meneses ha inoltre recentemente partecipato a una tournée in Sud America suonando in sale prestigiose tra cui il Teatro Solis di Montevideo e il Teatro Coliseo di Buenos Aires.
I suoi due CD, pubblicati nel 2005 e nel 2006 dalla Sipario Dischi, hanno incontrato subito il favore della critica.
La sua registrazione del concerto di Beethoven a 14 anni è stata usata in gran parte come colonna sonora per il film documentario americano “The Gerson Miracle”, vincitore della Palma d’Oro 2004 al prestigioso Beverly Hills Film Festival e brani dal suo secondo disco sono stati inseriti nella colonna sonora del nuovo film del pluripremiato regista americano Steven Kroschel, “The Beautiful Truth”, in uscita nel 2008.
Estratti di suoi concerti e registrazioni sono stati trasmessi in programmi televisivi in Italia, Germania, Stati Uniti e Israele, su Radio Classica, Radio Popolare e alla Radio della Svizzera Italiana.
Suona un prezioso violino Gaetano Antoniazzi del 1885.

Il Cast

Direttore: Daniele Rustioni
Violino: Francesca Dego
Orchestra: I Pomeriggi Musicali