Le date

Sala Grande
giovedì 29 ottobre 2009
Ore: 21:00
sabato 31 ottobre 2009
Ore: 17:00

PROGRAMMA DI SALA CONCERTO INAUGURALE STAGIONE 2009
A cura di: EDGAR VALLORA

Robert SCHUMANN – CONCERTO per pianoforte e orchestra Op.54
Dopo un anno relativamente tranquillo (il 1844: anno di un lungo viaggio in Russia. Buoni i successi concertistici di Clara, moglie del compositore e pianista di grande talento; fortunata la presentazione della Prima Sinfonia di Robert; ma scarsi, come sempre ahimé, le ricompense economiche), il 1845 si apre con ombre lunghe e funeste. Ricompaiono i disturbi nervosi del musicista, le sue taglienti crisi depressive (al punto che il suo medico così annota nel “diario della malattia”: “Quando il compositore si dedica a impegni intellettuali, appaiono tremori e stati d’ansia così attanaglianti che culminano in un inquietante terrore della morte”. Mentre Robert stesso appunta nei suoi fogli: “Altra giornata penosa (…) Mi sento miserabile e pieno di malinconie. Ieri giornata di nervi violenta; oggi depressione non domabile”). E questa situazione perdurerà, senza tregua, per tutto il corso del 1845. Non solo: da questo momento della sua esistenza, il male che lo porterà alla paralisi, alla follia e alla morte non lo abbandonerà più.

Giungendo al piano musicale, se il ’44 era stato un anno avaro di lavori (se pure Robert avesse iniziato il Faust, la sua opera più ambiziosa), il ’45 mostra segni di ripresa almeno sul piano creativo. Innanzitutto un furibondo studio di Bach (al quale si possono ricondurre le Quattro fughe Op.72, nonché le Sei fughe sul nome di Bach Op.50), poi il completamento del Concerto per pianoforte Op.54, infine la composizione della Seconda Sinfonia: opere decisamente fondamentali nella letteratura di questo autore (anche se la sua continua ipocondria gli fa confessare: “Ho composto Sinfonia e Concerto mentre stavo molto male: e mi sembra che ce se ne debba render conto all’audizione”).

Ma veniamo al Concerto in programma questa sera, dedicando due parole al concerto in generale.
L’attenzione prestata da Robert al genere concertistico risulta decisamente scarsa e discontinua; né può essere altrimenti nel caso di un compositore così estraneo da quella scrittura virtuosistica e scintillante che sembrava essere l’unico canale del concerto ottocentesco. Ma che vi era alle spalle? Mozart, e il suo impareggiabile equilibrio di dialogo tra strumento solista e orchestra; Beethoven, il quale aveva invece superato il dialogo composto a favore di un’opposizione accesa tra i due personaggi (solista e orchestra); infine i romantici minori che avevano scelto una formula finalizzata all’ostentazione virtuosistica. La via di Schumann è decisamente innovativa: rifiuta la soluzione “impoverita” del concerto-spettacolo; e, anche se in modo personale, si ricollega alla visione più “classica” del concerto. “Reiventa in effetti un nuovo concerto romantico – commenta Giuseppe Rausa – e in tale forma, più complessa e adatta ad ospitare un pensiero musicale profondo, lo tramanda a Brahms che, solitario, saprà continuare la sua lezione”. Schumann ha composto sette Concerti per solista e orchestra, ma di certo il più forte ed autorevole è proprio il Concerto Op.54, di gran lunga il caposaldo  attorniato da lavori più incerti  e spesso discontinui.
Capolavoro assoluto del romanticismo tedesco – così è stato coralmente considerato – nonostante anche in questo caso emerga una certa eterogeneità (più esteriore che spirituale) nell’atmosfera generale dei tre movimenti. Questa particolare (affascinante) incongruità è sicuramente dovuta all’iter che ha accompagnato il Concerto: nel 1841 il musicista aveva infatti composto una Fantasia per pianoforte e orchestra, pagina che, per sua stessa natura, era rimasta  e isolata (quanto a struttura, ovviamente non seguiva la canonica forma-sonata ma utilizzava la forma ciclica imperniata su un tema unico più  volte trasformato e redento). Sarà solamente nel ’45 che Schumann, ormai meno timoroso nell’avvicinarsi ad una scrittura ed a una trama tradizionale, decide di re-impugnare la Fantasia del ’41 ed aggiungervi due movimenti, un Intermezzo e un Finale, pervenendo così alla struttura e all’etichetta di Concerto a tutti gli effetti.
Ma i due brani aggiunti nascono ovviamente con un mood differente da quello del movimento d’apertura (l’originaria Fantasia): in effetti la tensione ciclotimica dell’esordio si placa e si riequilibra nel movimento centrale e in quello più estroverso e trionfale della conclusione.
Rispetto al facile e spettacolare stile brillante dei concerti alla moda, ove l’orchestra è relegata a funzioni di mero supporto, l’Op.54 è una vera Sinfonia con pianoforte che nulla concede al virtuosismo seduttivo  del protagonista.

Dopo  lo schiaffo d’apertura dato dal solista, l’Allegro iniziale scivola in modo naturale nell’ammaliante tema principale, tiepido e cantabile; e pure nello sviluppo, schiettamente suddiviso in tre parti,  ritroviamo una delicata variante del tema; cui segue però un secondo episodio marchiato dallo spirito indurito dalle lotte, per sconfinare in una cadenza virtuosistica, per terminare in un dibattito tra pace siderale, trascinante  esultanza, energia sub-tellurica.
Cambio di rotta, come si è detto, nell’Intermezzo che segue: qui il teatro di sonorità cameristiche e intime, in un affettuoso dialogo che integra completamente solista e orchestra. Poi irrompe il Finale, senza interruzione, collegato al movimento  centrale da un breve ponte nel quale ricompare il profilo del tema iniziale: trasformazione eroica questa volta, decisa, squillante, sonora, che rimanda in più punti al Quinto Concerto di Beethoven. Il lavoro si chiude dunque con un fuoco d’artificio di suoni: atmosfera luminosa, estroversa, lontana mille miglia da quella pensosa e contrastata che segna il movimento d’apertura.
Evolvendosi dunque da Fantasia a Concerto,  la composizione abbandona il suo iniziale pellegrinare  rapsodico (e un tantino monocromo) per percorrere un cammino cangiante in cui ricerca, dubbio, slancio, ripiegamento si tramutano, prima  in pacata certezza, poi in gioia pura nella pagina conclusiva.

Tutto quanto modestamente abbiamo scritto sopra, era già concentrato nella frase di una lettera a Clara. Nella quale Robert, lucidissimo, scriveva: “Quanto al Concerto per pianoforte ti ho già detto in altre occasioni che si tratta di un qualcosa di mezzo tra sinfonia, concerto e grande sonata. Mi son reso conto che non potevo scrivere un Concerto “da virtuoso” e che dovevo mirare a qualcosa d’altro”.  Ecco questo “qualcosa d’altro”.

Ludwig van BEETHOVEN
SINFONIA  n.6 Op.68  “Pastorale”
Cronologicamente sovrapposta alla Quinta (e tutti i critici hanno sottolineato questa particolarità), la Sesta fu iniziata nel 1807, composta quasi interamente nel corso del 1808 e terminata all’inizio dell’autunno. Beethoven trascinò avanti le due partiture contemporaneamente; e questo processo è un elemento quanto mai significativo da tenere presente nell’analisi delle due Sinfonie. Se ad una lettura superficiale le due opere appaiono come organismi contrastanti, in verità esse celano sotterranee analogie costruttive e importanti relazioni interne, che segnalano la loro nascita congiunta.
Va detto innanzitutto che, a dispetto dell’apparenza, la Pastorale non costituisce assolutamente un esempio di musica banalmente descrittiva. In uno dei “Quaderni di conversazione” del 1807  Beethoven dichiara infatti – monito a sé e alla schiera di massacratori in nome del descrittivismo – che “non bisogna mai trasferire la pittura in musica”. Ma non è il solo riferimento lasciato dall’autore: infinite le annotazioni con le quali egli si premurava di metter in guardia critici e pubblico da ogni possibile falsa-interpretazione: annotazioni indispensabili nella scoperta della Sinfonia.  Anche il concetto racchiuso nel manoscritto: “Non pittura ma impressioni. Espressioni di sentimenti più che pittura” è di basilare importanza; e rafforza l’intenzione beethoveniana di evitare ogni tendenzioso riferimento di “carattere”.
Inizialmente priva di sottotitolo, soltanto nell’edizione del 1826 l’Op.68 sfoggerà l’iscrizione         “Sinfonia Pastorale o ricordi di vita campestri”. Dopo tante esitazioni fu l’autore stesso a fornire il sottotitolo, come pure le indicazioni del programma e le intestazioni dei vari episodi.  Ma anche dopo anni insistette – lo si riscontra sempre nei suoi taccuini –  sul carattere “soggettivo” delle sensazioni che si era proposto di trasmettere con la Sinfonia Op.68, respingendo ogni viscida lettura pittorico-descrittiva. Fraintendimenti, equivoci, suggestioni romantiche non mancarono certo, com’è ovvio; e dire che l’”ambiguità”, che fa di questa Sinfonia un evento unico nella storia beethoveniana, era stata additata in maniera quasi ossessiva dallo stesso autore.
Per quanto concerne gi effetti descrittivi, che in alcuni punti affiorano nella partitura, dobbiamo sottolineare che trattasi, sì, di suoni imitativi ma assolutamente diversi dai giochi descrittivi adottati da un Vivaldi o da un Haydn. Attraverso il richiamo ai fenomeni naturali, Beethoven mirava alla rappresentazione “simbolica” di quella dimensione sottile che nasceva nel suo spirito a contatto con la natura.

Elenchiamo comunque i cinque “quadri” attraverso cui si snoda la Pastorale:
⁃    “Sensazioni piacevoli all’arrivo in campagna”
⁃    “Scena sulle rive di un ruscello”
⁃    “Allegra riunione di contadini”
⁃    “Uragano”
⁃     “Sentimenti di gioia e di gratitudine dopo la tempesta”
E, per concludere,  citiamo il “vecchio” Della Corte, che riassume lo stampo di questa facile-difficile Sinfonia: “ La Pastorale segna il limite della penetrazione della psicologia nello stile, oltre il quale l’arte romantica, abusando talvolta di una focosa sensibilità, creerà col poema sinfonico zone di espressione equivoca. E’ difficile trovare altra composizione nel mondo della musica nella quale, come nella Pastorale, la forma sappia ricevere la suggestione del mondo esteriore senza nulla perdere della sua intrinseca obiettività e soggettività”.

La Quinta e la Sesta furono presentate insieme (con i numeri invertiti: l’attuale Sesta con il n.5,  a seguire la Quinta col n.6), nel famoso concerto del 22 dicembre 1808 al Theater an der Wien.
Leggendario il concerto – durò quasi cinque ore – diretto dal compositore stesso. Un programma, a dir poco, folle. In ordine: La Pastorale, un’Aria per voce solista, alcune Marce e Inni, il Gloria dalla Messa Op.86, Il Concerto per pianoforte Op.58, la Quinta, un Sanctus con coro, la Fantasia corale Op.80 e, per concludere in bellezza (e concisione) alcune improvvisazioni di Beethoven al pianoforte! Ma l’esecuzione, per quanti mitica e mitizzata già alla vigilia,  non si presentò sotto buoni auspici. La cantante, irritata, dette forfait prima del concerto; Bethoven litigò a tal punto con i membri dell’orchestra che le prove si dovettero svolgere senza la presenza del compositore; alcuni strumentisti si presentarono al concerto, in ritardo e senza aver mai provato….
Ascoltiamo la cronaca direttamente dalle parole del musicologo-critico Reichardt, in quel periodo a Vienna: “Il povero Beethoven, che da quel concerto avrebbe ricavato il primo e unico guadagno di tutto l’anno, aveva incontrato, sia nell’organizzazione che nella esecuzione, solamente difficoltà e opposizioni. Nessun appoggio. (…) Quando poi arrivò il momento dell’esecuzione della Fantasia l’esecuzione andò a gambe all’aria a causa della totale scompagine dell’orchestra; al punto che Beethoven, invasato nel suo folle zelo artistico, dimenticò pubblico e teatro e si mise a gridare di ricominciare tutto da capo. Si può immaginare quanto poi Beethoven ne abbia sofferto, e con lui tutti i suoi pochi amici!”.

Il Cast

Direttore: Antonello Manacorda
Pianoforte: Polina Leshenko
Orchestra: I Pomeriggi Musicali