Le date

Sala Grande
giovedì 03 dicembre 2009
Ore: 21:00
sabato 05 dicembre 2009
Ore: 17:00

Händel: Concerti per organo in Sib HWV 290
Händel:Concerto per organo in Fa maggiore HWV 295, “Il cucù e l’usignolo”
Händel: Musica sull’acqua, suite

GUIDA ALL’ASCOLTO: di Paolo Castagnone
Una leggenda narra che Händel avesse offeso il Principe di Hannover, da poco asceso al trono d’Inghilterra, per aver abbandonato il suo ruolo di Kapelmeister in Germania senza la sua autorizzazione e che la riconciliazione poté essere raggiunta proprio grazie alla Water Music, composta per accompagnare il viaggio in barca del nuovo sovrano da Whitehall al Chelsea. Questo racconto, per molto tempo accettato in modo acritico, è ora generalmente rigettato, poiché i motivi dei dissapori appaiono decisamente immotivati. Rientra invece nelle certezze storiche la passione di re Giorgio I per le sontuose gite fluviali che il barone Kielmannsegg organizzava sul Tamigi, volendo rivaleggiare con le splendide feste veneziane sul Canal Grande. La magia che si doveva provare sull’imbarcazione regia era davvero notevole: «Vicino alla barca del re si trovava quella dei musicisti, circa cinquanta. Suonavano ogni tipo di strumenti: trombe, corni, oboi, fagotti, flauti traversi, violini e violoncelli. La musica era stata composta per l’occasione dal celebre Händel, originario di Halle e principale compositore di corte di Sua Maestà, a cui la musica piacque talmente che la fece risuonare per tre volte, sebbene ciascuna di queste esecuzioni durasse un’ora e i musicisti fossero esausti».

Questo resoconto ci proietta perfettamente nella cornice mondana dell’evento, tuttavia non ci aiuta a ricostruire la genesi di quella che oggi conosciamo come Musica sull’acqua: essa non è infatti una composizione unitaria, riconducibile a una determinata circostanza, ma un lavoro in costante divenire, più volte adattato alle varie situazioni esecutive. E’ assai probabile che la partitura sia stata composta per numerose gite fluviali che il re fece organizzare fra i1 1715 e il 1717: Händel aggiungeva, sostituiva, modificava i brani a seconda delle disponibilità di esecutori e tenendo sicuramente presente il gradimento manifestato per i vari momenti musicali. Tutti i pezzi confluirono poi in tre Suites che vanno a formare una silloge di una ventina di numeri (divenuti addirittura quarantuno nella trascrizione clavicembalistica), dei quali non si conoscono né gli accostamenti né la successione. Tale anomalia è perfettamente spiegata da una testimonianza d’epoca, in cui viene precisato che le pagine di andamento lento e sonorità dolce venivano suonate quando l’imbarcazione dei musicisti e quella del sovrano erano vicine, mentre la musica più fragorosa e di carattere allegro veniva eseguita mentre le due chiatte si allontanavano. Nell’assenza di fonti manoscritte, l’ordine dei pezzi rimarrà per sempre incerto.

Dei tre numeri d’opera che compongono la raccolta intitolata “The Celebrates Water Musik”, così come venne pubblicata nel 1733 dall’editore Walsh, due di esse costituiscono propriamente una musica adatta all’aperto: più complessa quella in fa maggiore HWV 348, conosciuta anche come Suite per corno poiché per la prima volta Händel fece ascoltare in Gran Bretagna questo strumento di origine francese, intrecciando dieci brani tra cui un Hornpipe in omaggio alla tradizione inglese; più scarna quella in re maggiore HWV 349, detta Suite per tromba sebbene preveda più trombe, costituita da cinque brani con un ulteriore Hornpipe. La Suite per flauto HWV 350, che prevede questo strumento sia nella sua versione diritta sia in quella a traversiere, è una musica più intimistica e aristocratica, probabilmente concepita originariamente per essere eseguita durante una cena a palazzo offerta da Lord Ranelagh.

Dal punto di vista stilistico occorre osservare che Händel aveva una diretta conoscenza della musica strumentale di Corelli, con cui collaborò durante il suo soggiorno romano: nei suoi lavori si coglie spesso il doveroso omaggio del grande tedesco all’altrettanto grande italiano, padre spirituale del “concerto grosso” e del gioco dialogico fra le varie masse orchestrali. Questa è la caratteristica fondamentale anche della Water Music, decisamente impostata sul costante contrapporsi di nuclei timbrici diversi – archi e fiati o legni e ottoni – in un discorso a blocchi sovrapposti che, con chiara immagine, è stato definito “a terrazze”. Vi si riconoscono però altri elementi, perché l’artista tedesco fu l’ultimo grande rappresentante di una civiltà musicale basata sulla contaminazione degli stili: l’artigianato strumentale tedesco e la teatralità italiana, l’oratorio scarlattiano e la tragedy-lyrique francese, la cantata da camera e il ground inglese, la purezza dell’Arcadia e il rigore luterano, i vecchi riti aristocratici e le nuove forme di consumo musicale, sono solo i principali elementi che concorsero a definire la complessa stratificazione del suo pensiero musicale. Un cronista contemporaneo lo descrisse come “studioso e sedentario”, ma dall’esame dei suoi manoscritti risultano con tutta evidenza un’operosità instancabile e una sperimentazione costante, che ben spiegano l’enorme fortuna di questi lavori, nei quali si alternano lo stile da camera al rigoroso contrappunto ecclesiastico, la leggerezza della danza alla malinconia dei movimenti lenti.

Sorprendentemente Händel non sembrò voler sfruttare il successo della sua Musica sull’acqua e pertanto le composizioni strumentali che l’autore del Messiah scrisse negli anni successivi sono solamente una cinquantina e rappresentano una parte davvero esigua della produzione di un artista che, stando ai calcoli di Sir Donald Tovey, concepì un numero di partiture pari a quelle di Bach e di Beethoven messe assieme. All’interno di questo limitato corpus, tutt’altro che trascurabili sono le composizioni per strumento a tastiera; del resto egli fu uno dei maggiori organisti del suo tempo ed eccelse sia per la tecnica impareggiabile sia per la leggendaria bravura nell’improvvisare. In virtù di queste capacità creò ex novo il concerto per organo solista: vennero così dati alle stampe una serie di sei Concerti op. 4 nel 1738; nel 1740 apparve un’altra raccolta formata da altri sei lavori e infine una terza serie, l’op.7, venne pubblicata postuma nel 1761.

Osservando più da vicino questa produzione troviamo tuttavia tratti deludenti: la scrittura tastieristica è infatti estremamente sommaria, quasi una semplice indicazione per un ulteriore sviluppo. La cosa si spiega però facilmente rammentando che l’artista stesso suonava queste pagine per intrattenere il pubblico tra un atto e l’altro dei propri oratori e continuò a eseguire la parte solistica anche dopo aver perso la vista, confidando nella sua memoria per le composizioni più vecchie e improvvisando in quelle nuove.

Il Concerto in si bemolle maggiore HWV 290 fu eseguito la prima volta il 5 marzo 1735 negli intervalli dell’oratorio Esther. Come la maggior parte dei lavori che costituiscono l’op. 4 la partitura si apre con un breve movimento introduttivo seguito da un Allegro. Il Larghetto centrale funge da breve interludio di carattere improvvisativo prima del gaio e brillante finale. Qui si manifesta appieno il cambiamento di ruolo che l’organo aveva iniziato ad assumere nel corso del Settecento, abbandonando la monumentale ieraticità del servizio liturgico per divenire emulo del brillante e mondano clavicembalo, strumento col quale si potrebbe addirittura scambiare, secondo l’alternativa additata dalle prime edizioni.

Il Concerto in fa maggiore HWV295, soprannominato “Il cucù e l’usignolo”, trae invece il suo titolo dalle peculiarità del secondo movimento, dove l’organo si lancia in un fantasiosissimo assolo di carattere onomatopeico che giustifica il titolo assegnato alla composizione. Segue un Larghetto di pregnante carica affettuosa, con l’indicazione in partitura di “Organo ad libitum” a indicare quelle frasi musicali non scritte che andavano interamente improvvisate. Secondo le testimonianze dei contemporanei, proprio in questi momenti si creava «il silenzioso rapimento in cui Händel immergeva gli ascoltatori appena cominciava a preludiare sulla tastiera, con uno stile pieno di fuoco e di dignità». Oggidì l’arduo e affascinante compito di lenire il nostro senso di nostalgia per quegli istanti di magia è colmato dalla bravura e dall’inventiva dell’interprete, ponte fra due epoche così diverse.

Il Cast

Direttore e organo: Diego Fasolis
Orchestra: I Pomeriggi Musicali