Le date

Sala Grande
giovedì 25 febbraio 2010
Ore: 21:00
sabato 27 febbraio 2010
Ore: 17:00

Beethoven: Concerto per violino e orchestra, op. 61
Schumann: Sinfonia n. 2 op.61 in do Maggiore

Guida all’ascolto
a cura di: Sergio Casesi

Ludwig van Beethoven
Concerto per violino e orchestra op. 61 (40’)
Allegro ma non troppo
Larghetto
Rondò – Allegro

“Tutto nella sera scrutare”, così appunta Beethoven sul suo diario. Riusciamo ad immaginarlo con gli occhi coraggiosi rivolti al cielo, avvolto da quel silenzio in cui si trovava costretto, nell’atto di scagliarsi con lo sguardo oltre la propria attanagliante malinconia. Riusciamo a vederlo dedito alla ricerca di un varco fra le stelle, di un passaggio segreto che porti alla conoscenza, alla verità e al superamento del dolore. A profanare quel silenzio solo il palpito del suo cuore.
Ed è così che inizia il Concerto per violino op.61, con il pulsare di una vita che dal silenzio della nostalgia echeggia fino alle volte del cielo, fino al silenzio sovrumano dell’universo e del suo mistero. Eppure la vista non basta, è imperfetta. Con la vista non si arriva molto lontano, occorre chiudere le palpebre e oltrepassare la soglia dell’immaginazione lasciando libero lo spirito di indagare la natura delle cose. E così appaiono i fiati lunari che, dopo le prime quattro note del timpano solo, come dolcissime faci favolose rischiarano una strada rabbuiata dalla sera.
E solo da quel cuore sospeso in una nostalgia senza confini può nascere la forza di oltrepassare il senso del nulla, il senso della vanità del tutto, spingendosi così fino a poter mirare l’infinito. Tale è il dolore esistenziale di Beethoven che solo l’infinità può guarirlo; solo l’infinità può colmare i baratri del suo animo. Sentiamo la gloriosa maestà del cosmo in movimento dipinta dal compositore nell’esposizione orchestrale del primo movimento: la luce irradiata dai fiati scocca sugli archi che riprendono il palpito iniziale, esponendo poi l’intero materiale che darà vita al corpus tematico di questo Allegro ma non troppo. Sembra che Beethoven, ponendo lo sguardo dell’immaginazione così lontano, riesca a percepire l’intero percorso della conoscenza che porta dalla percezione di sé all’idea dell’infinito. Sembra così citare nelle prime misure la meraviglia con cui l’uomo prese ad investigare il mondo e se stesso, lo stupore in cui l’umanità si imbatte incontrando la natura fuori e dentro di sé.
I temi esposti dall’orchestra e poi dal violino solo, anche se costruiti classicamente, con equilibrio e proporzione, si rivelano come possibili archetipi musicali della meraviglia, una meraviglia sfrenata e primitiva, feconda e produttiva, che va verso l’estasi cosmica, verso quei territori di profondissima quiete che l’uomo con gli occhi ben aperti solo sul proprio dolore non potrà mai vedere. Dal cuore di un uomo al cuore dell’universo, questo sarà il percorso che il solista dovrà raccontare esprimendo tutte le sfumature di questo visibilio, tutte gli accenti e le modulazioni che si percepiscono nel corso di questo viaggio. Con il canto mistico del violino Beethoven svelerà tutte le più piccole oscillazioni emotive e tutte le rifrangenze che vibrano nell’animo rivolto agli spazi interminati. Si passerà dall’esaltazione lirica alla calorosa espressione d’amore per la vita, dall’eccelsa forza prometeica alla memoria sconvolta dalla pena, come quando, appena prima dell’ultima ripresa in forte del tema principale, con una sonorità generale già fortemente rarefatta, il violino intonerà delle brevi melodie ascendenti apparentemente fluttuanti senza tempo sulla trenodia di timpani, trombe e archi. Qui il tremore mortale del dubbio è reso musicalmente come mai nessuno prima era riuscito a fare.
Nel secondo movimento, Larghetto, l’orchestra è usata come un dolcissimo coro su cui il solista appoggerà la voce recitando un lungo ed ispirato monologo. I fiati presenti un questo Larghetto saranno solo clarinetti, fagotti e corni, come ad imitare il colore sfumato di un coro sperduto nella memoria dell’antichità. Contrapposto ad esso quindi l’individuo si separa dalla moltitudine ma, per continuare a riconoscersi, vi rimarrà legato, congiunto in un perfetto equilibrio. Come quando in una tragedia greca l’attore interagisce con il coro, così nella prima parte del movimento il solista non farà che commentare, chiosare, spiegare e ribattere a ciò che l’orchestra espone con serena dolcezza. Dapprima volando fra scale veloci e arpeggi il violino imiterà l’imprendibile gioco del pensiero per poi, cedendo al bisogno di affermarsi e di prendere possesso della scena, come in una lunga tirata teatrale accentrerà l’attenzione su di sé grazie ad un incantevole discorso lirico: “…il desiderio dell’infinito, perché allora in luogo della vista, lavora l’immaginazione e il fantastico sottentra al reale. L’anima si immagina quello che non vede, che quell’albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe  se la sua vista si estendesse da per tutto, perché il reale escluderebbe l’immaginario”.
Il terzo tempo invece si iscrive nei contorni di una danza, di un Rondò festoso e ricco di fantasia.
La visione di un infinito non può non riverberare l’idea di un ordine capace di trascendere l’umano.
Forse nel Rondò dei pianeti attorno al sole, forse nel Rondò della terra sospesa nel nulla, forse nel ciclico mostrarsi della luna il compositore ha trovato ispirazione per la costruzione di questo movimento. Componendosi il Rondò di un ritornello che si ripete regolarmente intervallato da episodi sempre nuovi, sembra essere aderente ad una riscoperta da parte di Beethoven del sentimento dell’”Harmonia Mundi” e dell’ordine ciclico che regola l’universo in tutte le sue parti. Di una energia miracolosa è composto il terzo tempo dell’op 61, un’energia che viene direttamente dalla contemplazione della perfezione dell’essere. Energia che solo nelle opere di alcuni illuminati uomini si è potuta rivelare per il bene di tutti. Beethoven, come Leopardi ad esempio, ha scorto ciò che si trova al di là della nostra finitudine, ha visto dove comunemente gli uomini non osano lo sguardo, riportando sul pentagramma, o come fece il poeta sulla pagina, l’emozione e la riflessione che si vive oltrepassando questi confini. In questo gesto si manifesta un grandissimo atto d’amore, d’amore disinteressato, che può spingere l’umanità verso una più grande consapevolezza ed una consolazione possibile.

Robert Schumann
Sinfonia n 2 op.61 in Do maggiore (35’)
Sostenuto assai — Allegro, ma non troppo
Scherzo: Allegro vivace
Adagio espressivo
Allegro molto vivace

Scritta fra il 1841 e il 1846, la seconda sinfonia di Schumann è forse il capolavoro sinfonico del compositore tedesco. Presentata al pubblico dall’orchestra di Lipsia guidata dall’amico Mendelsshon, questa composizione rivela tutti i tratti distintivi del grande genio.
Sappiamo che Schumann fu un compositore “politico”, nel senso che affidò spesso alle sue musiche un significato critico nei confronti del mondo musicale di allora. Conosciamo le posizioni giovanili del compositore e il suo impeto nella battaglia contro i “filistei” dell’arte. Ma ciò che ancor più oggi sorprende dei lavori di Schumann è la poeticità di fondo, la tensione poetica che permea l’intero progetto compositivo. In Schumann, con un po’ di audacia, possiamo trovare il primo compositore concettuale della storia. E’ vero che gli esiti pratici nell’arte schumaniana sono quasi sempre altissimi, che la realizzazione artigianale delle opere è di fattura pregiatissima e incontestabile e che quindi le composizioni di Schumann possono tranquillamente essere godute anche senza conoscere “l’idea” che come una scintilla genera l’incendio creativo. Eppure trovarsi di fronte all’impianto fortemente concettuale di moltissime sue composizioni, come ad esempio nel Carnaval op.9 per pianoforte o nell’incredibile Trio per clarinetto, viola e pianoforte op. 132, è allo stesso tempo spiazzante ed esaltante. In Schumann non si arriva certo a prescindere dall’arte in sé, ma l’idea poetica di fondo, rispetto ai suoi contemporanei, si fa molto più evidente e permeante dell’intera materia sonora. Alla fine di un brano di Schumann abbiamo la possibilità di riflettere sull’idea di fondo come dopo la lettura di un testo poetico. E’ proprio questa caratteristica che fa della musica senza programma di Schumann il manifesto di un’estetica che solo nel corso del Novecento ha avuto uno vero e proprio sviluppo. Possiamo indicare Schumann come un artista concettuale poiché molte delle sue composizioni sono tese non solo al piacere estetico, ma anche alla riflessione che si intende invitare a fare fra realtà e rappresentazione di essa. La realizzazione dell’opera è subordinata al lampo intelligente che da solo dà il via alla creazione.
Se tutta la musica tedesca da Beethoven a Mahler si carica di valori filosofici, in Schumann si tende all’appropriazione di veri e propri concetti poetici, più semplici delle meditazioni wagneriane ma sempre folgoranti e profondamente emozionali. Possiamo immaginare che questo approccio alla musica sia nato nel compositore per le sue doti di letterato e di scrittore, ma crediamo possibile che anche la malattia mentale che portò Schumann alla lontananza dalla realtà sia stato un ingrediente importante di questo modo visionario di pensare la musica. Come nella poesia, che gioca con l’ambiguità dei significati più prossimi della parola e che proprio per questo atto di a-semantizzazione riesce a spogliare l’animo da qualunque resistenza e quindi svelarlo a se stesso nella sua verità, Schumann gioca con i simboli propri della musica, il corale, lo squillo, il canto accompagnato, il ritmo di danza e, filando l’ambiguità di questi figure, costruisce poemi veri e propri di rara e suggestiva bellezza.
La seconda sinfonia si apre con un corale figurato. Gli ottoni intonano la melodia sui valori più lunghi mentre gli archi eseguono le note più brevi, esattamente come accade nel corale luterano dove la folla canta la melodia principale e più semplice mentre il coro e l’orchestra l’accompagnano con linee di movimento più ricercate. C’è un rimando preciso in questo inizio, si accenna ad un mondo, ad una intera concezione della vita com’è quella di impostazione luterana. Il percorso narrativo per quadri emozionali comincia da qui e possiamo credere che sia un coro di angeli, come quelli che crederà di vedere alla fine della sua vita, o forse la memoria di una elevazione spirituale del compositore, oppure ancora possiamo intendere questo inizio come un “C’era una volta…” annunciante un progressivo sfarsi del reale in funzione di un mondo fantastico, dove tutto è possibile alla fantasia. Seguirà un Allegro ma non troppo coraggioso e romantico, ritmico e appassionato in cui sempre comparirà, come nel corso di tutta la sinfonia, l’incipit degli ottoni. Come in un poema medioevale, come in una “Chanson de geste”, si scontreranno le forze del bene e del male, si alterneranno le vittorie e le sconfitte della luce e delle tenebre. Il combattimento sarà aspro e senza incertezze fino a quando il bene potrà liberare tutta la sua forza per l’obliqua marcia finale, una marcia innestata su un tempo di tre quarti che vedrà sfilare solennemente le forze vincitrici sul campo di battaglia.
Il secondo movimento è uno Scherzo, un moto perpetuo dei primi violini colorato dalle esplosive risposte dei fiati. Se le terzine del primo Trio sembrano un omaggio a Mendelsshon, il movimento accordale che compone il secondo Trio riporta al clima delle prime battute della sinfonia per poi di nuovo scatenare uno sfrenato moto perpetuo in una folgorante e festosa chiusura.
L’Adagio espressivo che segue si apre invece con un suono livido e malinconico come per ricreare l’emozione di un’amara visione o di quando, tra la veglia e il sonno, si scambia incautamente l’incubo con la realtà. Questo movimento è un emozionante ritorno a Bach, agli adagi delle Passioni e ai movimenti lenti dei più toccanti concerti solistici. Qui Schumann tende allo sviluppo di una tensione espressiva vertiginosa e quasi insostenibile. Dalle prime note allucinate si passa al canto intimo ma desolante ritrovandosi in una densa luce sonora che però non può che decadere delusa. Con i trilli dei violini sugli arpeggi dei fiati si raggiunge la pienezza di un suono che però non riesce ad esplodere, uccidendosi in una modulazione tanto abbagliata quanto sofferta. Squarcio, ferita, piaga dolorosa di nostalgia è questo terzo movimento che spicca ancor più perché inserito in una sinfonia solare, ricca di speranza e di fiducia.
Ma è il quarto ed ultimo movimento che riporta nello sguardo la luce del sole, come all’improvviso i fiati richiamano a raccolta l’intera orchestra come per una battaglia finale. Dal vorticare degli archi rinasce il temerario ritmo puntato dell’eroe che non conosce paura, dell’eroe che è pronto a vivere ed uscire vittorioso dalle difficoltà della vita. L’incredibile calore espressivo di queste pagine eterne porta alla conclusione della Sinfonia ritornando al corale iniziale questa volta però trasfigurato in un gioioso canto di tutta l’orchestra. Un entusiasmante canto intonato da tutti gli uomini della terra finalmente affratellati sembra essere ritratto in questo esaltante finale.

Il Cast

Direttore: Antonello Manacorda
Violino: Patricia Kopatchinskaia
Orchestra: I Pomeriggi Musicali