Le date

Sala Grande
giovedì 11 marzo 2010
Ore: 21:00
sabato 13 marzo 2010
Ore: 17:00

Schubert/Clementi: Vier ländler
Mendelssohn: Capriccio brillante op.22
Mendelssohn: Rondò brillante op.29
Mendelssohn: Serenata e allegro giocoso op.43
Schubert/Berio: Rendering

Note di sala
a cura di: Piero Rattalino
Durante l’Ottocento e durante i primi decenni del novecento la fama di Franz Schubert fu affidata soprattutto ai Lieder per canto e pianoforte, tanto che, per rendere il suo nome più popolare, alcuni compositori, da Berlioz a, fra gli altri, Weingartner, Reger e Webern, trascrissero per canto e orchestra alcuni Lieder già molto noti nella versione originale. Con gli stessi intenti, andando però a scandagliare un genere ignoto al pubblico dei concerti, Anton Webern trascrisse per orchestra nel 1931 le Danze tedesche D 820, originali per pianoforte solo. Questa trascrizione non ebbe fortuna (ma qualcuno la ricorderà forse, diretta da Claudio Abbado, in un viennese Concerto di Capodanno di alcuni anni addietro). Aldo Clementi ha seguito l’esempio di Webern nei brevissimi Quattro Ländler D 814 per pianoforte a quattro mani, composti a Zelisz in Ungheria, dove Schubert svolgeva momentaneamente i compiti di insegnante di musica delle figlie del principe Esterházy. I quattro pezzi sono organizzati in modo singolare: dopo il secondo viene ripetuto il primo, e dopo il quarto il terzo. Praticamente, il secondo e il quarto funzionano da alternativo al primo e al terzo.

Mendelssohn, nato nel 1809, fu un pianista molto precoce, un pianista che, affidato ad un reputatissimo ed abilissimo insegnante di Berlino, Ludwig Berger, divenne già verso i dodici anni uno strumentista completo. Completo ma di educazione classica. E l’educazione classica non venne sostanzialmente né modificata né arricchita in seguito alle lezioni che al Mendelssohn adolescente vennero impartite nel 1824 da Ignaz Moscheles, il quale, al contrario di Berger, era un grande virtuoso Biedermeier, e tecnicamente molto ardito.
Mendelssohn cominciò prestissimo a comporre per pianoforte e orchestra, ma senza varcare mai la dimensione classica della sua tecnica, e fu invece il primo pianista, tra quelli di una generazione che contava fra i suoi membri Chopin e Liszt, ad eseguire preferibilmente musiche non sue, come i Concerti n. 4 e n. 5 di Beethoven e il Concertstück di Weber. Dopo il Concerto in la minore e i due Concerti per due pianoforti del 1823/24, e dopo il Concerto op. 25 del 1830/31 Mendelssohn compose, nel 1832, il Capriccio brillante op. 22 in si minore, che fra tutti questi lavori è stilisticamente, seppur non tecnicamente, il più vicino allo stile Biedermeier.
Sussiste in verità qualche incertezza sulla data di composizione, che un tempo veniva assegnata al 1825/26, mentre pare ora accertato che sia riferibile al 1832. Ma ciò non sposta sostanzialmente i termini del problema critico. La composizione è formalmente un primo movimento di concerto con una introduzione in tempo lento, particolare strutturale, questo, molto frequente nelle sinfonie ma del tutto al di fuori delle tradizioni del concerto. L’adesione allo stile Biedermeier consiste nella felicissima teatralizzazione del discorso, tanto che si potrebbe parlare addirittura di versione sinfonica di un insieme formato da un preludio orchestrale e da una scena operistica di massa. Il secondo tema del Capriccio è una marcia fastosa e teatralissima, ma anche il primo tema è riferibile ad una temperie scenica.
Meno interessante del Capriccio è il Rondò brillante op. 29 in mi bemolle maggiore, composto nel 1834 e dedicato a Moscheles. Considerando il fatto che nel 1834 erano già state pubblicate le Variazioni op. 2 e il Concerto op. 11 di Chopin, stilisticamente più evolute, sembra evidente che Mendelssohn si dedicasse al suo Rondò più per compiacere l’ex-maestro diventato un amico e un ammiratore che per autentico interesse allo sviluppo del genere; la tecnica, che impiega ottave e accordi con una frequenza inconsueta in Mendelssohn, diventa un omaggio al virtuosismo del dedicatario, e tuttavia l’agilità è ancora riferibile alla semplicità di Clementi, non alle più complesse combinazioni di Moscheles. Lo stile è di nuovo teatrale: un finale di balletto con tanto di banda in scena. La Serenata ed Allegro giocoso op. 43 in si minore fu composta nel 1838, dopo il Concerto n. 2 op. 40. Anche questo lavoro, come il Concerto n. 2, presenta caratteri teatrali da opera semiseria, ed è scritto con mano sapiente ma, ancora una volta, Mendelssohn non sembra interessato allo sviluppo del genere, quanto piuttosto a divertirsi spensieratamente con l’insieme pianoforte-orchestra che, con la sua lunga esperienza sia di pianista che di direttore, riesce facilmente a dominare con disinvoltura ed eleganza .

Il 17 dicembre 1865, quando la Sinfonia n. 8 “Incompiuta”, ritrovata dopo più di quarant’anni a Graz, fu eseguita per la prima volta a Vienna, il pubblico non era tenuto a sapere che si trattava della… Incompiuta, perché ai due tempi lasciati completi da Schubert era stato aggiunto il finale della Sinfonia n. 3. Questa soluzione fu presto scartata perché il finale della n. 3 ci stava, con i due movimenti della n. 8, come i cavoli a merenda. Ma sembrerebbe che l’incompiutezza della Sinfonia continuasse a rompere alla cultura le uova nel paniere: ancora nel 1928, centenario della morte di Schubert, venne bandito un concorso internazionale, che fu vinto da Frank Merrick e al quale partecipò l’italiano Guido Pannain, per il completamento della Incompiuta. Lo Scherzo e il Finale composti dal Merrick fecero ben presto una fine ingloriosa.

Tuttavia i tentativi di completare altri lavori di Schubert non cessarono affatto, ma vennero destinati a musiche di cui esistevano già estesi abbozzi (mentre dell’Incompiuta erano stati ritrovati due movimenti completi e un schizzo di Scherzo, e nulla riguardante il Finale). Tutti ricordano del resto quanto è stato fatto per la Nona Sinfonia di Bruckner, per la Decima Sinfonia di Mahler, per la Turandot di Puccini, per la Lulu di Berg (e, tanti anni più indietro, per il Requiem di Mozart): si tratta insomma di una pratica diffusa, anche se raramente capace di conseguire risultati convincenti. Rendering di Berio fu composto fra il 1989 e il 1990 su commissione dell’Orchestra del Concertgebow di Amsterdam. Il 14 giugno 1989 Nikolaus Harnoncourt ne diresse per la prima volta due movimenti.
La versione completa in tre movimenti fu invece presentata il 19 aprile 1990 sotto la direzione di Riccardo Chailly, a quel tempo direttore stabile della stessa orchestra e dedicatario del lavoro. Rendering presenta il tratto singolare di non perseguire se non in parte il completamento “in stile” degli schizzi annotati da Schubert, nel 1828, per una sinfonia in re maggiore.

Schubert abbozzava i suoi lavori sinfonici, come si dice in gergo, “in particella”, cioè in una scrittura simile a quella del pianoforte, con vuoti nelle parti di mezzo e nel basso e con “buchi” fra episodi non ancora collegati, più qualche saltuaria indicazione di strumentazione. Il compito che Berio si assunse fu di completare la scrittura a quattro parti, di provvedere alla strumentazione (basandosi sulla formazione orchestrale della Incompiuta, con l’aggiunta della celesta), e di colmare i “buchi”. Il completamento della scrittura non equivale affatto al riempimento delle caselle vuote di un cruciverba, ma richiede invece un intervento creativo molto delicato, in cui si avverte inevitabilmente la “mano” del curatore.

Le parti “schubertiane” di Rendering sono dunque sì “in stile”, ma Berio non cerca di divinare il pensiero dell’autore e si comporta invece secondo quanto gli detta il suo gusto. La strumentazione è schubertiana, però gli ottoni vengono impiegati come strumenti moderni, non come strumenti del 1828, e il colore timbrico è non di rado mahleriano. Per quanto riguarda i “buchi”, Berio usa materiale schubertiano ma si stacca completamente dal linguaggio di Schubert, segnalando questo suo intervento – del resto comunque riconoscibile – con una dinamica opaca e con una strumentazione leggera, che insieme danno l’impressione di musica proveniente da una distanza astrale.

Il Cast

Direttore: Marco Angius
Pianoforte: Davide Cabassi
Orchestra: I Pomeriggi Musicali