Le date

Sala Grande
giovedì 04 dicembre 2008
Ore: 20:30
sabato 06 dicembre 2008
Ore: 17:00

Guida all’ascolto:
a cura di Sergio Casesi

Lieve passa  per l’anima mia, una dolce melodia. Suona, canto di primavera, suona e diffonditi tutto intorno. Suona fino alla casa dove sbocciano i fiori. Se vedi una rosa, portale il mio saluto.
H. Heine
Forse proprio la miracolosa serenità della sua ispirazione, forse l’apparente, quanto felice, contraddizione del compositore con la sua epoca, ha nutrito quell’ansia di collocazione cresciuta intorno al nome di Mendelssohn, che troppe volte nel corso del secolo scorso, ha cercato di sfocare i contorni del genio.
Se la precoce frequentazione dei più grandi filosofi ed artisti del suo tempo, gli diede la libertà ed il coraggio di sbocciare in giovanissima età, solo l’amore e lo studio dell’opera di Bach portarono alla maturazione il suo grande talento. Ad imitazione del sommo Maestro, Mendelssohn rivolse lo sguardo alle forme ereditate dalla storia, alla scansione della memoria musicale europea, restituendo al lessico contemporaneo, i ricordi che si erano man mano perduti nel volgere degli anni. L’amore per Bach e per Händel, in questo modo, senza mai raggelare nella citazione di un passato idealizzato e mitizzato, si iscrive quindi più in un percorso di riappropriazione ed interiorizzazione del passato, che ad un manieristico utilizzo di antiche forme e di antichi stilemi. La riproposizione di modi bachiani o la comparsa, all’interno di composizioni ben allineate ai gusti del pubblico, di soluzioni tipicamente classiche o barocche, va interpretata, romanticamente, come la manifestazione di una memoria recuperata che torna ad affiorare, l’eco di un secolo perduto che scampanando finalmente risuona, l’epifania di antiche voci esiliate, a cui di nuovo è concesso il rimpatrio. Ma Mendelssohn, e qui sembra davvero impossibile il confronto con Wagner, di solo quattro anni più vecchio, non è l’eroe costretto a combattere le tenebre per conquistarsi la dignità di uomo, la sua sensibilità romantica, ed ogni suo gesto, ogni sua melodia, nasce armonicamente luminosa, intatta di luce, sia che esprima la più profonda riflessione religiosa, come accade nella seconda e nella quinta sinfonia, sia che dipinga mirabilmente i versi di Heine, o che squarci l’animo con la struggente melancolia delle ultime pagine cameristiche. Dal bagliore accecante della Gioia proviene tutta la musica di Mendelssohn, musica sospesa in una bellezza non corruttibile dal tempo, in un equilibrio di pesi e misure tanto ardito, da farla apparire atemporale. Ogni sua melodia sembra frantumare l’idea che la maggior parte degli uomini ha del divenire, Mendelssohn dichiara che l’uomo in questo fuggire inspiegabile del tempo, in realtà non perde nulla, che nel mutare non c’è inquietudine o tristezza. Il divenire, nella sua opera, si spoglia dell’umana malinconia, si scioglie nella luce che sente come una certezza, come una verità. La gioia di questa luce risuona da e in ogni nota, eco del bagliore eterno, a cui l’autentica fede del compositore è consacrata.
Ed è con lo sguardo colmo di sole che sono scritti anche i due concerti op. 25 e op. 40 per pianoforte e orchestra, due composizioni “così simili e così diverse” come scriveva Schumann, da apparirci come due ritratti dello stesso uomo, realizzati a dieci anni di distanza l’uno dall’altro. Il primo in giovane età, quando si va spavaldi sicuri ed invincibili, mentre il secondo, dipinto quando fra le rughe del viso sono scorsi alcuni anni, incidendo delusioni e amarezze incancellabili. Ciò che prima è leggero, volubile e scanzonato, si fa più serio, posato, riflessivo. La stessa proiezione di sé nel mondo cambia, se nel primo concerto l’unico centro gravitazionale è il pianoforte, nel secondo troviamo un rapporto con l’orchestra più raffinato e più evoluto, più saggio, come di chi, sapendo di non poter affrontare ogni cosa da solo, chiede aiuto al migliore amico.
L’op. 25 si apre con un soffio dell’orchestra che in pochi secondi si fa bufera. Il pianoforte, rischiando di stracciare le sue vele, è chiamato a navigare questa buriana tremenda. Scandito da lampi, esplosioni, fischi di vento, ondate improvvise e sussulti, il primo tema si abbatte con straordinario impeto e forza, fino a che le nubi color cenere, non vengono allontanate da un tema di romanza, che come un raggio di bianco sole, si fa largo verso la terra. L’intero primo movimento si dipanerà fra questi due poli, anche se la grande tensione che verrà generata, non esploderà in un finale pesante e retorico, Mendelssohn preferirà fondere tutte le energie profuse, nella forgia misteriosa degli ottoni, che squilleranno forte un segreto, forse qualcosa di indicibile, forse di inspiegabile. E’ tempo che l’adagio allaghi, su ogni cosa, in ogni piega del mondo.
La dolce oscurità di viole, violoncelli e bassi con i fagotti e corni, bagnando la melodia teneramente delicata dell’Andante, nell’apparire di un cielo incomprensibile ed immenso, sperduto di luci solitarie e vibranti, di gelidi silenzi, si farà voce, in quel silenzio che è numero, materia rovente, vuoto e paura, canto a cui toccherà commentare ogni stella, ed astro per astro, l’intera volta. Così il pianoforte non rinuncerà allo spiccare di piccole note, di arpeggi e di lucidi accordi, coperti di pulviscolo stellare.
Con un nuovo squillo però, il vetro inevitabilmente si frange, e il terzo tempo può finalmente rovesciarsi sulla tastiera. Un Allegro spensierato conclude il Concerto, un movimento di giovanile imprudenza, avventato e bonariamente spudorato, che rivela i ventitre anni del compositore, una musica capace di esprime quel particolare tipo di allegria che sembra non dover finire mai, quel desiderio di festa che forse, al giovane genio, deve essere sembrato inesauribile.
L’op. 40 è diversa. Già dalla scelta di una tonalità livida e mai rassegnata come quella di re minore,
dall’attacco solenne e terso dell’orchestra a cui risponde con dolcissime cadenze il pianoforte, si può intuire il carattere più maturo della composizione. Da queste prime battute, per germinazione, nascerà il primo tema, appassionato, invincibile, eroico, che accostato al secondo incredibilmente semplice, sottolineato ora dagli archi ora dalla sola ombra dei corni, permetterà a Mendelssohn di tessere un fitto dialogo tra solista e orchestra, svelando tutte le possibilità espressive dei due temi, rivelandone i più nascosti accenti tragici e le naturali potenzialità liriche, evitando però con cura di scivolare in un vuoto virtuosismo di bravura. Si può notare in questo primo tempo una certa vicinanza con Schumann. Alcuni passaggi e certe soluzioni armoniche, fanno pensare all’opera dell’amico, e forse, ma non lo sapremo mai con certezza, al pianismo di Clara. Ancora una volta, alla fine del primo movimento, ci troviamo di fronte alla volontà di Mendelssohn di non chiudere gli spazi, bensì di far fluire la musica senza soluzione di continuità, come fa in una casa, vagando da una stanza all’altra, il vento. Diluito il finale in continue cadenze, scandite dai cambi di colore sullo sfondo, si scivola verso l’Adagio, preparando lo spirito all’ascolto di un corale che l’orchestra è già pronta ad intonare. Dopo l’ultima cadenza infatti, il pianoforte sembra proporre, con infinito pudore, un dubbio su cui riflettere, un enigma da districare. Una parola che, miracolosamente, non rimane delusa o sospesa nel vuoto, gli archi, calorosamente, rispondono attaccando un corale di segreta spiritualità, e di speranza. Trascendendo l’elemento puramente musicale, il corale assurge in Mendelssohn a modello incrollabile, capace di ricongiungere la forza individuale allo spirito collettivo della comunità, di affratellare gli uomini al proprio tempo e alla propria storia, intrecciando la voce d’ognuno all’immane coro dell’umanità. Nell’adagio di questo secondo concerto, assistiamo forse alla messa in scena di questo processo poiché, se gli archi intonano il canto chiamando a raccolta i fiati uno alla volta, il solista sarà costretto a ragionare, a riflettere, ripetendo dentro di sé melodie e variazioni, che solo più tardi lo condurranno alla assimilazione nel Coro. Dovrà scendere, inabissarsi nella propria ritrovata luce, sempre più a fondo, indagando l’anima fino a dove gli è permesso. Ma la conclusione del movimento prevede la riemersione nel mondo. Sullo sfondo chiaro degli archi brillano gli arpeggi del pianoforte, preannunciando la danza di spiriti che nel terzo tempo, di questo chiarore, farà leggerezza e levità. Il Presto scherzando, il suo ritmo ferrato, sarà danza di ombre, di luci intermittenti e lontane, di spiriti, d’anime tristi e di dolci ricordi, anche la voce di Schumann sembrerà riaffiorare qua e là, fino al vorticoso finale che strapperà in fortissimi accordi.
Proprio Schumann scriveva di Mendelssohn:” Possono applaudirti mani non benedette?”

“..Sembra non risentire le conseguenze del peccato originale, tanto la sua musica è innocente, proveniente dalle origini paradisiache, anteriore all’epoca della caduta dell’uomo…”
Così il grande teologo cattolico Hans Urs Von Balthasar, descrive la musica di Mozart, musica sacra a priori, sempre, anche quando non impegnata in forme destinate alla liturgia, come nel caso della sinfonia n. 39 in Mi bemolle maggiore. Il primo movimento, inaugurato da un Adagio solenne e generoso, si impone nella sua semplicità e maestosità. Eppure, sotto la coltre nivea del primo ascolto, si possono notare meravigliose difformità, intelligentissime asimmetrie, scomposizioni e alterità, antinomie, da cui solo il Genio poteva trarre una tale equilibrio. Un’armonia forse fino ad allora sconosciuta, sferzante, se si escludono quelle armoniche fronde, che cresciute sui crostoni ventosi, sono volte tutte in un solo senso, altra perfezione, più difficile da comprendere, che scuote di meraviglia l’incredula ragione. Scopriamo così che forse, il sacro in Mozart, è qualcosa di profondamente umano, animato dall’amore per la vita, da un amore fraterno verso la differenza, il limite, l’errore, l’imprevedibile e l’inaspettato. La condotta del movimento non è comune, il materiale tematico che sorge dall’Adagio iniziale, viene elaborato in uno sviluppo non lineare ed ambiguo, anche se ricco e fastoso, sottolineato da un’orchestrazione che, senza oboi, suona insolita, seppur dorata ed apotropaica. All’orecchio tutto scorre nella più alta serenità, nulla di tutte le asperità segna il fluire spontaneo della musica, viene a formarsi un equilibrio formale impensabile e raro, ciononostante solido e sicuro. Sempre Hans Urs Von Balthasar “La musica di Mozart è la forma migliore di umanesimo, e nello stesso tempo, la più pia, senza ombra di pietismo, senza sentimentalismi. Ciò è insieme naturale e soprannaturale”’.  Nel secondo movimento, aperto da un piccolo inchino amoroso degli archi, o nel terzo, composto da una purissima danza dell’intelligenza, si scorge l’orizzonte eccelso che il salisburghese doveva avere sempre dinanzi a sé, ogni nota è certa, sincera, esatta, senza ripensamenti. E che forse alla fine sia tutto un gioco, più semplice del previsto, meno amaro di ciò che si potrebbe credere, è il tema del quarto movimento, un gioco puro, come un grande sorriso, polifonico nell’ingegno, come un dolcissimo sguardo, illuminato di libertà.

Il Cast

Direttore e pianoforte: Barry Douglas
Orchestra: I Pomeriggi Musicali