Le date

Sala Grande
sabato 26 aprile 2003
Ore: 17:00

Sabato 26 aprile, ore 17
Sala Grande del Teatro Dal Verme di Milano
Martedì 29 aprile, ore 21
Teatro Cagnoni, Vigevano
Mercoledì 30 aprile, ore 21
Teatro G. Pasta, Saronno

Direttore:
Pascual Osa
Chitarra:
Costas Cotsiolis
Orchestra:
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Programma:
Joaquin Turina
La oración del torero, op. 34 (1925)
Leo Brouwer
Concierto de Volos per chitarra e orchestra d’archi (1997)
Alberto Ginastera
Variaciones Concertantes (1953)
Manuel de Falla
El sombrero de tre picos / Prima Suite (1921)

Il Concerto:
a cura di Alice Bertolini
Sangue e arena. Il mito del torero è un filo rosso che attraversa l’arte spagnola ed è difficile non pensare ad alcuni esempi celebri, da Garcia Lorca a Picasso. E l’eroe per eccellenza della tradizione iberica non viene rappresentato soltanto mentre affronta il grande nemico o raccoglie gli applausi della folla, ma anche nel momento della preghiera e del raccoglimento prima di scendere in campo, come dimostrano almeno due celebri quadri: “La súplica de los toreros” di José Gallegos Arenosa (1859-1917) o “La plegaria del torero” di Salvador Viniegra (1862-1915). Il padre di Joaquin Turina era un celebre pittore e non è azzardato ipotizzare che dietro l’ispirazione per la “La oración del torero” ci siano precise suggestioni visive. Il compositore di Siviglia (1882-1949) si era formato musicalmente a Parigi, dove studiò con Vincent d’Indy e divenne amico di Manuel de Falla e Isaac Albéniz. La sua produzione mostra come avesse acquisito tecniche e stilemi della grande scuola francese d’inizio secolo, ma attinge a piene mani al patrimonio tradizionale andaluso. Tra gli esiti più felici, la “Sinfonia sevillana”, una zarzuela e l’opera “Margot”. Ma forse è la produzione cameristica la più originale, con pagine come la Sonata per violino e pianoforte del 1908, il Quartetto per archi del 1911 e il “Poema en forma de canciones” del 1917. Pubblicata originariamente nel 1925 per quartetto d’archi, la “Oración” è uno degli omaggi più suggestivi del compositore alla sua terra d’origine. Si apre con un accenno al caratteristico ritmo di paso doble che si stempera in una partitura dove domina un’atmosfera lirica di grande intensità. Inflessioni melodiche venate di malinconia, inframmezzate da marziali passi di danza: difficile immaginare una veste musicale più credibile ai pensieri di un torero che si accinge a una sfida mortale. E’ lo stesso Turina a raccontare l’episodio che lo ispirò, nel marzo del ’25: “Era un pomeriggio di corrida nella piazza di Madrid, l’antica arena piena di grazia e armonia: vedevo già la mia opera. Ero nel cortile dei cavalli e laggiù, dietro una porticina, c’era una cappella, l’aria pesante impregnata di unguenti. I toreri vi si recavano per pregare prima di affrontare la morte. Mi si offriva in tutta la sua pienezza il contrasto, musicale ed espressivo, tra le celebrazioni nell’arena, con gli spettatori in attesa che cominciasse lo spettacolo, e i toreri inginocchiati in fronte a quell’altare tanto semplice e poetico. Venivano lì a pregare Dio per la loro vita o forse per la loro anima, o per la sofferenza, l’agitazione e la speranza che in un istante avrebbero dovuto lasciarsi alle spalle per entrare nell’arena piena di risa, musica e sole”.

Il quinto Concerto per chitarra di Leo Brouwer è intitolato a Volos, piccola cittadina ellenica a piedi del monte Pilio, dove nel 1997 è stato eseguito in “prima” mondiale. Proprio in questo suggestivo angolo di Grecia si svolge infatti un importante festival chitarristico, e proprio qui il compositore cubano conobbe Kostas Kotsiolis, il virtuoso delle sei corde a cui il concerto è dedicato. Il “Concierto de Volos” è un lavoro ricco di colori e melodie e non a caso è stato paragonato al “Concierto de Aranjuez” di Rodrigo, pietra miliare del repertorio chitarristico. E’ anche una partitura che richiede, all’orchestra, ma in particolare al solista, grandi capacità tecniche ed espressive: Brouwer, che è un musicista poliedrico, impegnato anche come direttore, è soprattutto un chitarrista che conosce dunque a fondo lo strumento e ne sfrutta ogni risorsa.

I temi principali che si ascoltano in questo brano derivano da antiche melodie del Mediterraneo orientale, probabilmente in omaggio alle origini bulgare e alla formazione greca di Kotsiolis. Così la prima parte del Concerto è caratterizzata da una suggestiva e malinconica “Serenata eolia” presentata dall’orchestra e poi, in una versione più fiorita, dal solista. E dopo una sezione centrale molto vivace – dove sull’andamento ossessivo degli archi si stagliano virtuosistici arpeggi della chitarra — il movimento si chiude tornando al clima lirico delle battute iniziali.

Anche il secondo tempo, intitolato “Sfinge”, presenta una melodia eolia, ma ha un andamento più enigmatico, movimentato da rapide scale ascendenti degli archi. Infine, l’ultimo tempo, “Bacco”, si presenta molto ritmico, con frequenti note ribattute, poliritmie, tempi irregolari e sincopati, mentre sul finale ritorna il tema misterioso della “Sfinge”. E forse è proprio in questo volubile gioco di contrasti che risiede gran parte del fascino di questa partitura nata sulle sponde dell’Egeo.

Il Bartók dell’Argentina? La discutibile etichetta è stata a volte appiccicata ad Alberto Ginastera (1916-1983), uno dei compositori più rappresentativi dell’America Latina. Un musicista che, come Turina, seppe fondere gli echi della tradizione popolare con le ricerche linguistiche più avanzate del suo tempo: Bartók, appunto, ma anche Stravinsky e la seconda Scuola di Vienna. Di Ginastera si è sempre apprezzata, in particolare, l’abilità di orchestratore, che nelle “Variaciones Concertantes” (1953) raggiunge uno degli esiti più suggestivi. Dall’ottavino al contrabbasso, ciascuna delle dodici brevi variazioni mette in primo piano un singolo strumento, oppure una coppia secondo abbinamenti non sempre prevedibili, con il risultato di ottenere effetti timbrici originali, sostenuti da una scrittura raffinata ed esuberante.

Una scelta inusuale che si evidenzia fin dalle prime battute (“Adagio, molto espressivo”), dove viene presentato il tema principale: una lunga struggente melodia del violoncello solo, punteggiata dalle note di un’arpa. Subito dopo prende il via un interludio di soli archi, dai toni nobili e misteriosi, seguito dalla prima variazione, “Giocosa”, dove il flauto solista è fiancheggiato da un’orchestra dai colori sgargianti. E’ quasi un climax, che porta alla più brillante delle sezioni, la “Variazione Scherzo” per clarinetto: una prova di grande virtuosismo per il solista, caratterizzata da un movimentatissimo andamento in 6 /8. Ma la partitura procede per continui sbalzi d’umore, come a volersi continuamente sottrarre alle aspettative dell’ascoltatore. Le sezioni sono molto brevi: non si fa in tempo ad abituarsi a un colore, a un ritmo, perché la scena è subito pronta a cambiare. Così, dopo le corse a perdifiato del clarinetto, si ascolta una variazione “Drammatica”, che vede protagonista la viola in un’accorata perorazione meditativa. E poi, una variazione “Canonica”, dove oboe e fagotto in imitazione evocano lontane atmosfere pastorali. Ancora un cambio di scena e dalla tavolozza orchestrale emergono gli squilli marziali di tromba e trombone per la variazione “Ritmica”, seguita senza soluzione di continuità dal “Moto perpetuo” del violino solo. Le suggestioni pastorali ritornano nella sezione successiva, con il corno solista, e nelle pacate, ma sottilmente inquietanti, sonorità del secondo Interludio, questa volta affidato ai fiati. A questo punto sta per chiudersi il cerchio: ritorna il tema iniziale, questa volta eseguito dal contrabbasso che con il suo registro grave dona alla melodia un tono più drammatico e straniato. Infine, una “Variazione finale in modo di Rondò” a piena orchestra: una festa di colori dal ritmo vivace, dove però non mancano spunti grotteschi di sapore bartókiano.

Dal “Va pensiero” del Nabucco al “Valzer dei fiori” dello Schiaccianoci, spesso nella storia della musica le opere e i balletti più amati legano la loro fama ad alcuni brani in particolare. E’ accaduto anche ai due lavori più celebri di Manuel de Falla: la “Danza rituale del fuoco”, nella trascrizione pianistica dello stesso autore, ha perfino superato la popolarità del balletto El amor brujo a cui appartiene, ed eseguitissime sono anche le due suite orchestrali tratte da El sombrero de tres picos.

Ispirato a un celebre racconto di Pedro de Alarcón, “Il cappello a tre punte” trionfò fin dalla prima esecuzione, nel 1919 all’Alhambra Theatre di Londra, con i Ballets Russes di Diaghilev, coreografia di Massine, scene e costumi di Picasso. A questa storica versione se ne aggiunsero altre importanti, come quella statunitense del Ballet Theater del 1943 o quella scaligera del 1951, mentre le due suite per orchestra furono autorizzate da Falla all’inizio degli anni Venti. La prima, in programma oggi, è una sorta di concentrato di temi, ritmi e melodie, che catapulta l’ascoltatore sulla scena: la colorata campagna intorno a Granada, dove i contadini lavorano e fanno festa a passo di danza. Siamo a fine Settecento e il Corregidor, ovvero il governatore, anziano donnaiolo impenitente, insidia la virtù della bella e giovane mugnaia. Ma troverà pane per i suoi denti: l’astuta fanciulla lo attira a sé lanciandosi in un sensuale e scatenato Fandango, salvo poi burlarlo facendolo scivolare su un grappolo d’uva. E il giocoso meccanismo innescato da burle ed equivoci prosegue fino al prevedibile finale, con il corteggiatore sconfitto e burlato, la fanciulla di nuovo tra le braccia del suo mugnaio, e la folla in festa che lancia in aria un fantoccio del governatore col suo cappello a tre punte, simbolo irriso della nobiltà e del potere.

Pascual Osa
Nato a Siete Aguas (Valenzia), si diploma prima in percussioni al Conservatorio di Madrid e poi in direzione d’orchestra con menzione speciale sotto la guida di Enrique Garcia Asensio. Studia composizione con Anton Garcia Abril e si perfeziona poi presso la Musilkhochschule di Berlino con il M° Vogler. Nel 1991 è allievo di Aldo Ceccato presso la Scuola di Alto Perfezionamento Musicale di Saluzzo. Dal 1985 al 2001 è membro dell’Orquestra National de España, con la quale si è esibito sovente in veste di solista. Direttore principale di numerose orchestre spagnole, è stato ospite tra l’altro dell’Orchestra Filarmonica d’Israele, dell’Orchestra Filarmonica di Brno, dell’Orchestra Sinfonica Nazionale del Perù, della Filarmonica di Pleven (Bulgaria) e della Savaria Chamber Orchestra (Ungheria). Dal 2000 è direttore principale dei complessi Orquestra Filarmonica e Orpheon Filarmonico Magerit.

Costas Cotsiolis
Grazie alle numerose tournée in tutto il mondo, oggi è considerato uno dei migliori chitarristi del nostro tempo e grande interprete delle opere di Leo Brouwer, uno dei più significativi compositori per chitarra del Ventesimo secolo. Si è esibito nelle più importanti sale concertistiche, fra le quali l’Auditorium di Madrid, il Grande Auditorio di Radio France, il Concergebow di Amsterdam, la Concert Hall della BBC, la Alte Oper di Francoforte e Megaron di Atene. Si è esibito nei più celebri festival di chitarra quali Liege, Isole Canarie, Tijuana, Martinica, Leverkuzen, Cordoba, Cannes, ecc. Ha lavorato affianco ad artisti quali John Williams, John Mc Laughin, Maria Farantouri, Milva, Jose Antonio Rodriguez, Stanley Jordan, Al di Meola, Jean Jacques Kantòrow. I compositori Leo Brower, Ernesto Cordero e Sergio Assad gli hanno dedicato diversi lavori come anche Thanos Mikroutsikos, Mikis Theodorakis e Theodore Andoniou.

Dal 1978 è direttore artistico del Festival Internazionale di Chitarra Classica di Volos.

Insegna presso Conservatori di Atene, Thessaloniki e Pireo. Tiene regolari masterclass presso la Manhattan School of Music, il Mozarteum di Salisburgo e le Accademie di Weimar, Berlino, Dallas, Oslo.