Le date

Sala Grande
sabato 12 aprile 2003
Ore: 17:00
giovedì 17 aprile 2003
Ore: 21:00

Giovedì 10 aprile, ore 21
Chiesa degli Artigianelli – Monza
Venerdì 11 aprile, ore 21
Teatro Cagnoni – Vigevano
Sabato 12 aprile, ore 17
Sala Grande del Teatro Dal Verme di Milano
Martedì 15 aprile, ore 21
Teatro Sociale Busto Arsizio
Mercoledì 16 aprile, ore 21
Teatro G. Pasta – Saronno
Giovedì 17 aprile, ore 21
Sala Grande del Teatro Dal Verme di Milano

Direttore:
Pietro Mianiti
Soprano:
Sabina Macculi
Contralto:
Gianna Racamato
Orchestra:
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Programma:
Gian Francesco Malipiero (1882 – 1973)
“Canzoni a una voce” per orchestra d’archi
Andante molto moderato
Allegro mosso
Minuetto
Presto
“Gabrieliana” per orchestra
Mosso
Un po’ ritenuto
Allegro
Allegro vivace

Giovan Battista Pergolesi (1710 – 1736)
“Satabat Mater” per soprano, contralto, archi e basso continuo
Stabat mater dolorosa – a due — Grave
Cujus animam gementem – canto solo – Andante amoroso
O quam tristis – a due — Larghetto
Quae moerebat et dolebat – alto solo — Allegro
Quis est homo – a due – Largo — Allegro
Vidit suum dulcem natum – canto solo – A tempo giusto
Eia Mater – alto solo — Andantino
Fac ut ardeat cor meum – a due — Allegro
Sancta Mater – a due – A tempo giusto
Fac ut portem Christi mortem – alto solo — Largo
Inflammatus et accensus – a due — Allegro
Quando corpus morietur – a due – Largo assai – Presto assai

Il Concerto:
a cura di Nicoletta Sguben
“Le siepi, le case, tutto era in perfetta armonia con la mia immaginazione, perfino la piazza con l’antica fontana, l’arcivescovado e l’affrescato palazzo del Podestà, ora Museo. (…) Questo angolo veneto non s’era ancora imbastardito e i paesaggi del Giorgione e di Cima da Conegliano riapparivano dinanzi a noi in tutta la loro bellezza: navigavamo fra il Medioevo e il Rinascimento. (…) Nulla di più veneto che le osterie asolane (ora distrutte per il gusto di distruggere) tutte intonate gli usi e costumi che sempre hanno alla radice il clima del paese, e anche la sua storia”. Gian Francesco Malipiero scoprì Asolo nel 1910, durante il suo primo viaggio di nozze. Queste parole, cariche d’affetto per la cittadina veneta destinata a divenire il suo “rifugio” (Malipiero vi si stabilì nel 1923, trascorrendovi l’intera vita) ne sono il ricordo. Ma queste parole sono anche qualcosa di più. A ben leggerle dicono molto della natura del compositore più significativo della cosiddetta “generazione dell’80”: un artista dedito al culto della memoria. Anticonformista, antidogmatico, ribelle per istinto a tutte le scuole, le etichette e i vari “ismi” che tentarono di impacchettare la creatività del Novecento, Malipiero fu musicista a tutto tondo. Scrisse moltissimo e nei più svariati generi, dal teatro all’orchestra, dalla musica da camera corale e vocale alla produzione concertistica, pubblicò inoltre saggi, curò edizioni e fu attivo anche come didatta. Su tutto, il desiderio della memoria espresso in termini di conoscenza del passato, di passione per la storia, di radici ben forti sulle quali costruire il futuro. È a lui, veneziano d’origine e legato profondamente ai gloriosi modelli d’arte veneta rinascimentale e barocca, che si deve la pubblicazione dell’opera omnia di Claudio Monteverdi (1926-1942), la valorizzazione di Vivaldi, di cui diresse nel ’47 tutta la composizione strumentale, di Emilio de’ Cavalieri, di Jommelli, di Tartini, di Benedetto Marcello e di autori meno conosciuti come il padovano Giovanni Battista Bassani (1657-1716), esponente di punta della scuola violinistica che si sviluppò tra Bologna e Ferrara, terre nelle quali lavorò il maestro nel tardo Seicento. Malipiero fu attratto dalla copiosa produzione vocale del Bassani rintracciandovi subito, dietro a testi poetici che si rifanno per lo più alla stereotipata lirica amorosa del tempo, veri gioielli musicali. Le Canzoni a una voce, trascritte per orchestra d’archi dal veneziano nel 1930, ne sono un esempio, poiché esaltano nello scorrevole concatenarsi di diversi tempi e tonalità (Andante molto moderato in la, Allegro mosso in re, Minuetto in sol, Presto in re) l’equilibrata cantabilità dell’originale e la misurata melodiosità che non si vuole porre in stile drammatico, bensì lirico. Un lirismo cui partecipa attivamente, e non solo come accompagnamento, la parte strumentale: vera e propria “voce” nella stesura secentesca del Bassani, il cui protagonismo e il cui potenziale stare a sè come risorsa recitativa, sono stati valorizzati senza meno dall’infallibile intuito musicale del colto Malipiero.

ConGabrieliana, partitura per orchestra del 1971, Malipiero s’insinua nelle pieghe del colorismo e della spazialità sonora del sommo compositore Giovanni Gabrieli (anche lui veneziano) evocando in quattro movimenti un sontuoso Rinascimento di richiami contrappuntistici e di danze cortesi. Il linguaggio arcaico offre più di uno spunto al ripensamento moderno. Ma non è questo che interessa Malipiero: gli preme il proprio, personalissimo, amorevole dialogo con l’antico: ombre del passato entro cui trovare conforto e insegnamento morale, staccandosi progressivamente dalla realtà dei suoi anni di cui tutto sapeva con curiosità disincantata. Malipiero il grande vecchio aveva scelto da ormai molto tempo. E a due anni dalla morte, avvenuta nel 1973, non rinnegò la propria imprendibilità.

Secondo una feroce caricatura conservata nella Biblioteca Vaticana, Giovanni Battista Pergolesi aveva un volto sgraziato, con un goffo naso camuso e grosse labbra sporgenti; e ad appesantire le figura c’era pure la gamba destra più corta di quella sinistra. Tutto diverso da come l’iconografia pergolesiana ha tramandato l’immagine del compositore di Iesi: un viso angelicato ed etereo rischiarato da una fluente chioma d’oro. Questa idealizzazione è conseguenza del grande successo che conobbe lo Stabat Mater, l’opera sua più famosa nell’economia di un catalogo obiettivamente scarno data la prematura scomparsa dell’autore, annientato da una micidiale forma di tubercolosi a soli 26 anni. Lo Stabat Mater fu l’ultima composizione di Pergolesi: il maestro riuscì a terminarla fra i ripetuti assalti della malattia che lo tolse alla vita il 16 marzo del 1736. La fama dell’opera si diffuse rapidamente in tutta Europa: Charles de Brosses la descriveva già nel 1739 come il capolavoro della musica sacra di quei tempi su testo latino; ben presto le copie manoscritte negli archivi delle più disparate città divennero centinaia, numerose le edizioni a stampa e molti i compositori che resero omaggio all’opera con arrangiamenti e trascrizioni: fra gli altri, niente meno che Johann Sebastian Bach che ne “parodiò” la musica nel mottetto Tilge, Höchster, meine Sünden.. La parodia era una tecnica molto in voga in epoca barocca: era una sorta di esercitazione compositiva che presupponeva l’autocitazione, per esempio, attraverso l’adattamento di una propria musica ad altri organici; era un metodo che velocizzava il lavoro creativo dato che sovente si utilizzavano precise formule retoriche, ma era anche un mezzo per tenersi aggiornati. Bach, nella selva delle musiche cui poteva riferirsi, aveva fiuto: solo quelle di valore erano degne della sua attenzione. L’ultima opera di un giovane compositore italiano a cui la sorte non diede nemmeno il tempo di diventare adulto, non interessò Bach per la sacralità nè per la scrittura contrappuntistica (figuriamoci: lo Stabat non poteva che far sorridere magnanimamente il più grande compositore di opere sacre in stile polifonico). Destò invece la sua attenzione un altro fattore che quel ragazzo marchigiano sembrava avere colto come nessun altro prima: la capacità di trasformare la Vergine Maria, personaggio altro dalla comune sofferenza, in donna e madre. Pergolesi legge fin oltre il leggibile l’inno trecentesco attribuito a Jacopone da Todi, adottato dalla Chiesa cattolica dal XV secolo come sequenza da intonare durante la Messa dei Sette Dolori della Madonna, e introdotto a partire dal 1727 anche nell’ufficio del Venerdì nel tempo di Quaresima. Dalle 20 strofe del testo latino Pergolesi ricava 12 numeri chiusi: 2 arie per soprano, 2 per contralto e 8 duetti; completa le arie d’introduzione e di coda orchestrale (soli archi e basso continuo) e dispiega una vasta gamma di tecniche compositive nei duetti, dalla scrittura omoritmica (nn.3 e 5) a quella belcantistica (nn.9 e 11), dal contrappunto imitativo (nn.1 e 12) a quello fugato (nn.8 e seconda parte del 12), simbolo da sempre di un’espressione sacra maestosa e solenne. Ma su tutto, c’è la consapevolezza di una donna strappata all’inscalfibilità emotiva della sua essenza divina. Maria soffre. Nel Cujus animam (n.2) il quadruplice trillo sulla parola “pertransivit”, già annunciato dal motto dei violini, ci disvela una spada che le offende l’anima, pari alle sevizie subite da suo figlio. E ancora c’è trepidazione emotiva nella figurazione sincopata degli archi e nei fitti e implcabili trilli che tornano nel veloce Quae moerebat (n.4), un drammatico tempo teatrale più che ecclesiastico, che bisognerebbe avere il coraggio di non rallentare in esecuzione. E ancora c’è dolore nell’acuto al limite del grido che assiste impotente all’ultimo respiro di Cristo nel Vidit suum (n.6), episodio fra i più toccanti della dozzina, affranto da un senso immenso di solitudine e di desolazione. Sentimenti umani che gli dei non provano. E che commossero il dio Bach.

Pietro Mianiti
Direttore d’Orchestra
Ha studiato viola con Piero Farulli e si è diplomato presso il Conservatorio Donizetti di Bergamo sotto la guida di Marcello Turio. In seguito si è perfezionato con Dino Asciolla e Vladimir Mendelsshon. Ha fatto parte come prima viola dell’Orchestra Regionale Toscana, dell’Orchestra da Camera di Padova e del Veneto, de’ I Filarmonici di Torino, dell’Orchestra della RAI di Napoli e dell’Orchestra del Teatro Bellini di Catania. Nel 1987 ha fondato l’Italian Piano Quartet con il quale ha vinto il primo premio assoluto al concorso del Festival Internazionale di Musica da Camera di Portogruaro, e il concorso ARAM di Roma. Ha tenuto concerti, tra l’altro, al Festival dei Due Mondi di Spoleto, al Festival di San Sebastian, al Ligon ARTS Festival di Melbourne, alla Musik Halle di Amburgo, alla Filarmonica di San Pietroburgo, alla Carnegie Hall di New York. Inizia l’attività di direttore d’orchestra dopo gli studi di composizione e diventa collaboratore di Piero Bellugi ed assistente di Donato Renzetti. Dal 1993 al 1996, è stato direttore artistico dell’Accademia Bisentina Festival. Il Maestro J. Delacote lo ha richiesto come assistente per la messa in scena di Otello al Covent Garden di Londra. Per due anni consecutivi, è stato ospite dell’Estate Musicale Frentana di Lanciano all’interno della quale ha diretto l’Orchestra Sinfonica Giovanile Internazionale. Ha diretto al Teatro Rendano di Cosenza l’Opera delle Filastrocche di Virgilio Savona, e, in prima esecuzione assoluta Il Filo di Michele dall’Ongaro. Fra i numerosi impegni nell’immediato futuro il debutto negli Stati Uniti con la Sinfonia n. 4 di Mahler.

SABINA MACCULI
E’ nata ad Offenbach e intraprende sin da bambina lo studio del pianoforte, balletto e composizione.Vincitrice del concorso del Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto, debutta come Amina in Sonnambula, Elvira ne L’Italiana in Algeri, Adele nel Fledermaus, Lighea nella prima assoluta dell’opera omonima di A. Sbordoni.Interprete versatile, ha cantato in diversi teatri italiani come Trieste, Firenze, Catania, Perugia, spaziando dalla Frascatana di Paisiello, al Werther di Massenet, dal Paese del sorriso di Lehàr al Wiener Blut di J. Strauss. È ospite di Festival internazionali, dove è protagonista di opere classiche, moderne contemporanee. È anche apprezzata liederista e solista in numerosi concerti. Ha riscosso grandissimo successo a Salerno debuttando nel ruolo di Alice nel Falstaff di Verdi. Nello scorso marzo ha interpretato Gilda in Rigoletto e Violetta in Traviata nel Teatro dell’Opera di Tbilisi in Georgia. Ha inciso per la Decca e la Denon.

Gianna Racamato
Nata a Montescaglioso, si è diplomata con il massimo dei voti al Conservatorio “E. R. Duni” di Matera. Si è perfezionata con Bernadette Manca di Nissa, Viorica Cortez, e Raina Kabaivanska. Finalista al concorso lirico sperimentale di Spoleto e al Concorso ASLICO 2001, è risultata vincitrice al Primo Corso Speciale d’Opera Mimesis Opera Studio 2002 del Maggio Musicale Fiorentino e dell’Accademia Musicale Chigiana. Ha interpretato, tra gli altri, i ruoli di Meg (Falstaff), Suzuki (Madama Butterfly), Zita (Gianni Schicchi), Dorabella (Così fan tutte). Si è esibita inoltre nel Gloria di Vivaldi, I diavoli di Loudun di Penderecki, Ecce Homo-Morality Play di Maurizio Fabrizio. Ha collaborato tra gli altri con l’Opera di Roma, il Teatro Regio di Torino, il Maggio Musicale. Tra i prossimi impegni Così fan tutte per il Teatro Massimo di Palermo.