Le date

Sala Grande
giovedì 04 maggio 2006
Ore: 21:00
sabato 06 maggio 2006
Ore: 17:00

Giovedì 4 maggio, ore 21 Milano – Teatro Dal Verme
Venerdì 5 maggio, ore 21 Vicenza – Teatro Olimpico
Sabato 6 maggio
, ore 17 Milano – Teatro Dal Verme


Direttore:
Bundit Ungrangsee*

Pianoforte:
Jin Ju

Orchestra:
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Programma:
Daniele Scaramella
[Roma, 1979]

Mozart
(prima esecuzione assoluta del terzo premio al concorso “Mozart oggi 2005”)

Robert Schumann
(Zwickau, Sassonia, 1810 – Endenich, Bonn, 1856)
Ouverture, Scherzo e Finale op. 52

Clara Josephine Schumann
(nata Wieck – Lipsia, 1819 – Francoforte sul Meno, 1896)

Concerto in La minore per pianoforte e orchestra op. 7
Franz Joseph Haydn
(Rohrau, 1732 – Vienna, 1809)

Sinfonia n. 102 in Si bemolle maggiore
Largo – Allegro vivace
Adagio
Menuetto – Trio – Menuetto
Finale. Presto

Il concerto
a cura di Paolo Castagnone

«In ogni epoca cambiano il gusto, il linguaggio, le emozioni da comunicare, ma un pezzo di musica funziona sempre allo stesso modo e le proporzioni di Mozart sono sempre perfette» [Daniele Scaramella]

Il brano vincitore del terzo premio al Concorso nazionale “Mozart oggi 2005” è nato come una sfida personale di Daniele Scaramella. «Ho letto il bando poco più di un mese prima della scadenza e volevo vedere se sarei riuscito in poco tempo a realizzare una cosa di cui essere soddisfatto; oltretutto mi sembrava divertente l’obbligo di utilizzare un tema mozartiano, che ho deciso di far sentire una sola volta in modo ironico e spiritoso. Anche il titolo, d’altra parte, vuole evidenziare l’aspetto della leggerezza e della comunicazione immediata con il pubblico, per mezzo di un linguaggio semplice e di connotazioni tematiche molto precise e riconoscibili».

Il giovane musicista romano ha compiuto le sue maggiori esperienze come strumentista, ma la composizione è lo scopo principale di tutte le sue attività, alle quali si è aggiunto ultimamente un grande interesse per il teatro. Allora come collocare “Mozart?” nella sua attuale visione? «Penso di aver appena iniziato il mio “percorso artistico”: alla mia età è ancora difficile che si possa riconoscere un indirizzo definitivo o uno stile personale in cui identificarsi. Tutto rientra ancora nel processo di acquisizione e sperimentazione di tecniche e di linguaggi che non si può sapere dove mi porteranno in futuro».

L’organico utilizzato è quello massimo messo a disposizione dalla commissione: 2 flauti (2° anche ottavino), 2 oboi, 2 clarinetti (2° anche cl. basso), 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, timpani, celesta, piatto sospeso, gran cassa, wood block, xilofono e archi. Dal punto di vista strutturale la partitura è costituita da una serie di episodi, i cui elementi – melodici, armonici e formali – sono variazioni dei vari frammenti di un tema del Concerto per pianoforte e orchestra in la maggiore di Mozart, «un genio assoluto, poiché è un punto di riferimento imprescindibile per le proporzioni perfette di composizioni che magari si possono anche contraddire, ma sono un modello di estrema economia di mezzi, di eleganza nata dall’apparente semplicità di chi in realtà ha una grande mente matematica e analitica».

«I posteri dovranno considerarci come se fossimo un solo cuore, una sola anima; non potranno distinguere ciò che è tuo da ciò che è mio» [Robert Schumann]

Clara Wieck, donna colta e di talento, vissuta accanto a uno dei più grandi compositori del Romanticismo e protagonista di una stagione eroica e appassionante della storia musicale, è giustamente considerata la musicista più rappresentativa dell’Ottocento. Prediletta figlia del grande maestro di pianoforte Friedrich Wieck, fu avviata alla carriera concertistica in tenerissima età, compiendo tournée che la portarono fino a Parigi, dove conobbe Berlioz, Meyerbeer e Chopin. Nel 1837, ancora diciassettenne, si fidanzò con il più celebre allievo del padre, Robert Schumann. L’opposizione paterna al loro amore – motivata dalla precaria situazione economica del musicista e forse dal timore per i suoi altalenanti stati d’animo – fu però irriducibile e costrinse i due giovani a ricorrere alla Reale Corte d’Appello di Lipsia per ottenere l’autorizzazione a celebrare le nozze. Il loro legame fu fecondo e indissolubile: nei sedici anni del matrimonio, nonostante ben otto gravidanze e le instabili condizioni psichiche del marito, la musicista tedesca continuò a dare concerti in tutta Europa, contribuendo non poco al sostentamento finanziario della propria famiglia.

Seri studi di contrappunto le permisero di manifestare anche notevoli capacità compositive, seppure avesse la consapevolezza dei limiti imposti dalla mentalità del tempo: «una donna non deve volere comporre; nessuna ha potuto farlo e perché dovrei riuscirvi io? Sarebbe arrogante…». Ciononostante ha lasciato un certo numero di lavori, la maggior parte dei quali liederistici o per pianoforte solo. Tra le opere giovanili spicca il Concerto in la minore per pianoforte e orchestra op.7, scritto fra il ‘33 e il ‘35 sotto la tutela paterna. Il terzo movimento, orchestrato da Robert, è stato composto per primo e fu eseguito parecchie volte in pubblico con il titolo di Concertsatz. Due nuove sezioni, strumentate da Clara stessa, confluirono nella partitura definitiva, eseguita a Lipsia sotto la direzione Felix Mendelssohn. Le tre parti in cui si articola il Concerto si susseguono senza soluzione di continuità e prendono l’avvio da un tema maestoso dell’orchestra, ripreso subitamente dal pianoforte. Il secondo motivo, introdotto dal solista, funge da transizione all’idea conclusiva che, nelle sue espansioni, conduce direttamente al secondo movimento, una Romanza caratterizzata da un intenso dialogo con il violoncello. Il Finale, Allegro non troppo, è annunciato da rulli di tamburi e squilli di trombe che danno l’avvio a un fitto scambio di ruoli fra l’orchestra e lo strumento solista, ormai lanciato in un notevole virtuosismo.

«Sarebbe giusto che in fondo alle mie migliori composizioni musicali scrivessi “in realtà di Clara Schumann”, perché se l’ispirazione fosse venuta solo da me, nulla di bello e profondo mi sarebbe mai accaduto…» [Robert Schumann]

L’attività compositiva di Schumann si lascia suddividere in periodi ben distinti, che nella loro successione sembrano manifestare una volontà di allargamento di esperienze e prospettive, l’esigenza di affinare la propria dottrina musicale e la riflessione sulle proprie radici culturali. Questo aspetto della sua personalità può essere interpretato come un riflesso della tendenza esemplarmente romantica alla commistione tra vita e arte, un’irrequietudine in virtù della quale ogni mutamento di obiettivo sembra essere anche il riflesso poetico di profonde esperienze esistenziali.

Il 1840 fu l’anno del matrimonio con Clara Wieck, agognato coronamento del loro contrastatissimo amore. Il musicista, che già tanto aveva dato alla letteratura pianistica nei primi anni della sua produzione e che aveva poi trovato un sublime punto di fusione fra il canto e il pianoforte nelle sue raccolte di Lieder, inizia a dedicarsi alla musica da camera e all’orchestra. Nella raggiunta stabilità familiare inizia a comporre l’Ouverture op.52, inizialmente concepita come lavoro indipendente e solo in seguito arricchita dallo Scherzo e dal Finale.Proprio per questa genesi particolare il musicista non è riuscito a trovare un titolo unitario alla partitura: nell’epistolario troviamo occasionalmente il termine Suite e Symphoniette, ma possiamo supporre che Schumann non abbia seriamente attribuito una valenza sinfonica all’op. 52.L’artista ha anche precisato, in una lettera datata il 20 ottobre 1847, il differente organico strumentale richiesto: «le Sinfonie richiedono una grande orchestra (almeno 8 primi violini);l’Ouverture, Scherzo e Finale ha bisogno di una compagine più ridotta». Il manoscritto autografo riflette la storia compositiva del lavoro, dalla prima orchestrazione della primavera del 1841 ai ritocchi finali, ultimati nel 1853.

Come nella prima Sinfonia, scritta in quegli stessi mesi, lo Scherzo è il migliore dei tre movimenti per la sua aerea, quasi mendelssohniana levità, mentre la bipartita Ouverture è forse stilisticamente meno omogenea. Il Finale si distingue per il suo scatto ritmico e per una gioiosa, inesauribile energia che lo pervade da cima a fondo.

«Mi alzo di buon’ora, m’inginocchio e prego Dio che anche per oggi mi venga l’ispirazione» [Franz Joseph Haydn]

Dopo lo scioglimento dell’orchestra principesca degli Esterhàzy e il suo conseguente pensionamento a conclusione di ben trent’anni di servizio, Haydn conobbe provvidenzialmente Johann Peter Salomon. Quest’ultimo, dirigendo con successo una stagione di concerti per abbonamento a Londra, non si lasciò sfuggire l’occasione di sbaragliare la concorrenza legando a sé il più famoso compositore vivente. E il musicista austriaco, che da parte sua desiderava aprirsi a nuove esperienze dopo tanti anni passati a corte, colse con entusiasmo l’opportunità di comporre per una delle migliori orchestre dell’epoca. La loro proficua collaborazione si concluse nel 1795 con l’esecuzione di tre nuove Sinfonie – le n. 102, 103 e 104 – che costituirono il suo commiato dal genere sinfonico. I lavori riscossero un immenso successo presso il pubblico inglese, che seppe recepirne la forza drammatica, la varietà di mezzi e la coerenza discorsiva senza precedenti.

La Sinfonia in si bemolle maggiore, detta anche “Il miracolo”, è una meraviglia di ordine, efficienza e brevità, finalizzate a un’estrema ricchezza espressiva. Il primo movimento è aperto dall’abituale episodio lento, sfruttato dal compositore per mettere nella giusta luce lo slancio dinamico di un Allegro di ricercata eleganza motivica, sostenuta da un’estrema perizia nell’elaborazione armonica e dinamica delle idee musicali. Così avviene anche nel successivo Adagio, che è la versione orchestrale del movimento lento del Trio per pianoforte, violino e violoncello in fa diesis minore, composto negli stessi mesi della Sinfonia. Nella partitura autografa prima di questo movimento sono annotate le parole “in nomine Domini”, che appaiono assai emblematiche accostate a una pagina che oscilla tra accenti degni del Mozart più limpido e passaggi agitati da un’interiore inquietudine. La verve del Minuetto scioglie le tensioni e prepara il clima disteso del Finale. Quest’ultimo – come spesso accade nel tardo sinfonismo haydniano – è formato da un materiale tematico di sapore popolare, sottoposto a un trattamento complesso e ricco di elementi contrappuntistici, senza che tuttavia si perda la fresca giovialità del discorso.

Il favore che riscosse la prima esecuzione diede vita a un curioso episodio, che erroneamente è stato spesso attribuito alla Sinfonia n.96: gli spettatori accorsi in massa verso il podio per acclamare l’autore ebbero salva la vita poiché proprio in quell’istante cadde nella platea l’enorme lampadario appeso in mezzo alla sala. Si gridò al miracolo ed è infatti stupefacente che tutti rimasero incolumi, ma il miracolo più grande è forse l’immutata vitalità di una partitura che non ha mai cessato di sorprendere e dilettare gli ascoltatori negli ultimi duecento anni

Bundit Ungrangsee – Direttore d’Orchestra
Nato a Bangkok, nel 1998 riceve la Borsa di Studio per direttori “Leonard Bernstein” ed è invitato ad essere uno dei tre direttori al Tanglewood Music Center, con Jorma Panula e Seiji Ozawa suoi mentori. Nello stesso anno partecipa, alla masterclass della Sibelius Academy tenuta da Esa Pekka Salonen, direttore musicale della Los Angeles Philharmonic. Oggi la usa carriera lo porta a dirigere orchestre negli Stati Uniti, Cina, Corea, Turchia, Tailandia e Italia. Nel settembre 1999 vince il Concorso internazionale per giovani direttori che si tiene annualmente a Lisbona. Nel settembre 2002 vince ex-equo il primo premio del concorso internazionale Maazel/Vilar, alla Carnagie Hall di New York. In giuria: Lorin Maazel, Kyung-Wha Chung, Glenn Dicterow e Krzysztof Penderecki. E’ stato quindi nominato direttore sostituto della New York Philharmonic Orchestra per la stagione 2002-2004. Nel luglio 2004 èinvitato a sostituire all’ultimo momento Lorin Maazel alla direzione della Filarmonica A. Toscanini in alcuni concerti in Spagna. Nello stesso anno viene nominato Direttore ospite principale della Charleston Symphony Orchestra. Precedentemente aveva ricoperto i seguenti incarichi: Direttore associato della Utah Symphony Orchestra, Direttore musicale della Young Musicians Foundation Debut Orchestra di Los Angeles, Direttore principiante della Oregon Symphony con James De Preist e direttore assistente della Santa Rosa Symphony. Tra gli artisti di fama mondiale con cui ha collaborato si annoverano Maxim Vengerov, Mikhail Pletnev, Julia Migenes, le sorelle Lebeque, Paula Robison, Christopher Parkening, Christine Brewer, Elmer Bernstein, e alcuni membri della Los Angeles Philharmonic Orchestra.

Jin Ju Pianista
Nata a Shangai da una famiglia di musicisti, comincia lo studio del pianoforte a 4 anni sotto la guida di Jin Dishan e Zhou Guangren. Già nella sua infanzia manifesta un talento musicale straordinario: a soli nove anni, la Radio Internazionale Cinese registra e trasmette i suoi concerti. Nel 1987 frequenta la scuola primaria, annessa al Conservatorio Centrale di Musica di Pechino, e da allora studia col famoso maestro Yang Jun. Nel 1992 è invitata ad eseguire il Concerto n. 5 di Beethoven con la Central Symphony Orchestra per il Beethoven International Music Festival di Pechino. Dopo essersi diplomata al Conservatorio di Pechino (dove ora è docente), ottiene un Diploma d’Onore presso l’Accademia Chigiana di Siena, dove ha studiato con Michele Campanella, e un Diploma al Royal North Music College di Manchester sotto la guida di Martin Roscoe, dove oggi ricopre il ruolo di Tutor. Si perfeziona all’Accademia Internazionale “Incontri col Maestro” di Imola, sotto la guida di Franco Scala, Lazar Berman e Boris Petrushansky per il pianoforte, e di Stefano Fiuzzi per il fortepiano e pianoforte romantico. Nel 1996 vince il Primo Premio al Concorso Internazionale Rumeno di Bucarest e nell’agosto dello stesso anno il Premio al China Nationl Piano Competition e il premio Excellent Perfprmer of Chinese Music. Nel dicembre 2000 vince il Primo Premio ed i premi speciali di “Best Asian Pianist”, “Best Leschetizky Performer” al Concorso Pianistico Internazionale Leschetizky di Tiwan, dove ha anche ottenuto il premio speciale del pubblico. Nel dicembre 2001 viene premiata nella Beethoven Piano Society of European Intercollegiate Piano Competition di Londra. Nel giugno 2002 Jin Ju vince il Terzo Premio al prestigioso Concorso Cajkovskij di Mosca e nel giugno 2003 si ètra i vincitori del Concorso Reine Elisabeth di Bruxelles. Suonato come solista con varie orchestre, tra cui la BBC Orchestra, Belgian National Orchestra, Orchestre Philharmonique de Liège, Orchestre Royal de Chambre de Wallonie, Jeune Philhrmonie de Belgique, Oslo Symphony Orchestra, South Afric New Philharmonic, Johannesburg Philharmonic Orchestra, Macao Symphony Orchestra, China National Symphony Orchestra, Bejing Symphony Orchestra, Taiwan Symphony Orchestra e molte altre. Partecipa a numerosi recital in Francia, Austria, Inghilterra, Germania, Italia, Polonia, Hong Kong, Sud Africa, Macao, Taiwan e nelle principali città della Cina.

Il Cast

Direttore: Bundit Ungrangsee