Autori vari - Teatro Dal Verme

Le date

Sala Grande
giovedì 10 maggio 2007
Ore: 21:00
sabato 12 maggio 2007
Ore: 17:00

Giovedì 10 maggio, ore 21 Milano – Teatro Dal Verme
Venerdì 11 maggio, ore 20 Vicenza – Teatro Olimpico
Sabato 12 maggio, ore 17 Milano – Teatro Dal Verme

Il Primo Ottocento fra Italia e Germania
Direttore:
Aldo Ceccato

Violino:
Massimo Quarta
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Programma:
Gioachino Rossini (Pesaro, 29 febbraio 1792 – Passy, Parigi, 13 novembre 1868)
L’Italiana in Algeri, dramma giocoso in due atti
Ouverture

Durata 8 minuti

Niccolò Paganini (Genova, 27 ottobre 1782 – Nizza, 27 maggio 1840)
Concerto n.4 in re minore per violino e orchestra
Allegro maestoso
Adagio flebile con sentimento
Rondò galante. Andantino gaio
Durata 35 minuti

Ludwig van Beethoven (Bonn, battezzato il 17 dicembre 1770 – Vienna, 26 marzo 1827)
Sinfonia n.7 in la maggiore, op.92
Poco sostenuto – Vivace
Allegretto
Presto
Allegro con brio
Durata 36 minuti

Il Concerto:
a cura di Andrea Dicht
Il termine “virtuoso” è un sostantivo abusato nella terminologia musicale corrente, tanto quanto in passato era invece riservato a personaggi dalla valentia tecnica indiscutibile ed eccezionale. Il virtuosismo è sempre esistito, nella musica come nelle altre arti performative. Una grande considerazione per i virtuosi di musica è documentata già nella Grecia antica e ha continuato a sottendere come un filo rosso tutta la storia della musica. Con l’epoca romantica la comunicazione conosce un grande sviluppo e la fama legata al virtuosismo di un esecutore smette di essere regionale o nazionale per divenire mondiale (ovvero europea), con conseguenze sociali notevoli: mentre il pubblico aristocratico del XVIII secolo guardava al virtuoso per conformare la propria estetica, Liszt e le altre superstars del virtuosismo di metà Ottocento soddisfacevano le diverse aspettative della cultura borghese della classe media emergente. Paganini fu il primo virtuoso del violino nel senso moderno del termine. Certo, se paragonato alle stars contemporanee (sia in ambito classico che nella musica pop) la sua fama non fu più che un brusio nella folla, ma all’epoca la risonanza del nome di Paganini in tutta Europa fu davvero formidabile ed inedita. Nell’evoluzione della sua carriera Paganini rifletté la transizione dall’età del musicista di corte a quella del concertista (parallelamente alla nascita e allo sviluppo del concerto pubblico a pagamento). Nel corso della sua vita sorse intorno a lui un mito così potente, alimentato di stranezze nel sembiante e nel comportamento, da metterlo nella posizione di figura diabolica.

Nel corso della sua carriera Paganini crebbe da fenomeno locale a fenomeno internazionale. Dopo gli inizi come bambino-prodigio, un periodo di servizio alla corte di Lucca e diversi viaggi per l’Italia come virtuoso itinerante, nel 1828 fece ingresso nell’arena internazionale a Vienna, dove i suoi concerti destarono immediatamente scalpore. I suoi dagherrotipi furono ampiamente diffusi, “caramelle Paganini” vennero vedute dai confettieri, e nelle strade di Vienna il suo nome venne associato alla banconota da cinque fiorini, il prezzo per l’ingresso ai suoi concerti. Dall’Austria la carriera condusse Paganini pressoché dappertutto. Goethe lo ascoltò a Weimar e identificò l’italiano “un tipo demonico” affine a Napoleone, per cui lo ricondusse alla figura del virtuoso come conquistatore, ma in questo caso un conquistatore oscuro, dunque una figura ancora più romantica e trasgressivamente carismatica. Il fascino dell’aspetto di Paganini, e più in particolare la feticizzazione del suo corpo, attraversano tutta la letteratura che lo riguarda. Tuttavia non si trattava solo di un’attrazione morbosa delle masse per il suo corpo malato, o di un piacere trasgressivo (e proibito) per il lato diabolico (cioè tecnicamente straordinario) del suo suonare. La maggior parte degli scrittori sottolineavano l’incongruenza fra il suo aspetto e il suo modo di suonare: in altre parole, il suo superamento del limiti fisici dell’esecuzione. Avendo superato le avversità, come pure la difficoltà delle note, il virtuoso incarnato in Paganini era divenuto sia un eroe (come Beethoven), sia un modello di successo per la borghesia.

Il Concerto in re minore n. 4 viene composto tra il 1829 e i primi mesi del 1830 durante una frenetica tournée nelle città tedesche. Da Francoforte Paganini scrive così all’amico Pietro Germi, informandolo sulla sua presente attività compositiva: “Ho finito il Concerto in re terza minore [il quarto concerto] e ne ho cominciato un altro in la terza minore, [il quinto concerto] ma non ho il tempo di finirlo, dovendo ancora strumentare l’altro…..Ho scritto pure una sonata con variazioni in beffa sulla corda G (= sol), che devo pure strumentare”. Se si considera che Paganini non dà alcun concerto per circa due mesi e mezzo dopo il 19 gennaio del 1830, si può ben immaginare che egli fosse in gran parte assorbito dal comporre, com’era sua abitudine. Ripresa l’attività concertistica, si esibisce in tre concerti a Francoforte e, nell’ultimo di questi (26 aprile del 1830), esegue per la prima volta il suo quarto concerto.

Il primo movimento, Allegro maestoso, inizia come di consueto con l’orchestra che espone il materiale tematico del movimento e funge da introduzione. Anche in questo concerto a un primo tema (in re minore) energico, quasi marziale, esposto dagli archi, segue una seconda idea più lirica nella tonalità della relativa maggiore (fa maggiore) enunciata dai legni, per poi ritornare alla tonalità d’impianto e concludere l’introduzione sul motivo iniziale del primo tema. Il solista riprende la testa del primo tema dell’orchestra ma poi lo svolge in maniera assolutamente libera, inventando nuove figurazioni di arpeggi, volatine, scale ed altre figurazioni idiomatiche del violino. Lo stesso percorso segue il primo tema , una piacevole melodia accompagnata dal pizzicato degli archi; la sua cantabilità operistica cede però per due volte il posto a un pirotecnico sfoggio di passi a corde doppie e si conclude su una cadenza seguita da un nuovo intervento del tutti che ricapitola parte dell’introduzione. Il nuovo episodio del solista vede la riproposizione del primo tema in la minore che si apre repentinamente a improvvisi e appassionati squarci lirici per poi riprendere un corso di nuovo caratterizzato da acrobazie virtuosistiche. Come già nel precedente concerto la sezione conclusiva del movimento vede la riesposizione del secondo tema e dell’intera sezione corrispondente trasporto alla tonica ma nel modo maggiore.Il tutti riepilogativo serve a preparare la cadenza del violino e quindi portare a conclusione il movimento.

Il secondo movimento, Adagio flebile con sentimento in fa diesis minore, in forma ABA, ha un patetismo commosso che ricorda il tono elegiaco del miglior Bellini. Introdotto da poche ma solenni misure del tutti, il solista dispiega una mirabile melodia di ampio respiro e di purissima cantabilità, rappresentazione strumentale del canto accorato di una ideale eroina del melodramma romantico e il compositore limita molto le fioriture senza cedere alla tentazione di gratuiti virtuosismi. La sezione centrale (B) in la maggiore è una variante di questa melodia e presenta verso la fine un intenso e appassionato dialogo tra il solista e gli ottoni. Ritorna quindi abbreviata la prima parte e, nella coda, il dialogo tra il solista e l’orchestra e su di esso si conclude il movimento.

Il Rondò galante (Andantino gaio) riecheggia nel carattere, nella struttura e nella strumentazione il Rondò “della Campanella” del Concerto n.2, con il tintinnio del triangolo che sostituisce i rintocchi del campanello. Anche qui il brano si articola nella forma ABACA, ovvero un ritornello intercalato da due strofe. Inizia il violino con l’esposizione della prima frase del tema, seguito subito dall’orchestra, quindi di nuovo il solista che la ripete variandola con delle aggiunte di diverse e nuove figurazioni ornamentali. Il primo episodio quasi interamente affidato al solista, si caratterizza subito per una serie di scintillanti passaggi virtuosistici (arpeggi fin nel registro sovracuto e un ardito impiego del balzato). Ritorna quindi il ritornello sempre con l’alternanza solo-tutti-solo-tutti. L’episodio seguente è annunciato inaspettatamente da alcuni squilli di tromba e vede il violino impegnato a realizzare un particolare effetto timbrico basato sugli armonici doppi prima di lanciarsi nella parte finale in acrobatici arpeggi. Senza soluzione di continuità è ancora il solista a riesporre per l’ultima volta il ritornello con lo stesso gioco di alternanza con l’orchestra sino alla conclusione del movimento.

Una sanguinosa ridefinizione dei confini europei era il principale motivo di attenzione dell’umanità mentre Beethoven componeva la sua Settima Sinfonia: l’autunno, l’inverno e la primavera del biennio 1811-12. Il lavoro fu terminato nel mese di giugno e in quel momento cominciava il crescendo finale delle guerre napoleoniche, ossia la catastrofica invasione della Russia. Giusto il tempo di arrivare alla prima esecuzione e l’impero di Napoleone si sarebbe trovato alle ultime fasi della sua disintegrazione. Beethoven stesso diresse la prima esecuzione della Settima l’8 dicembre 1813, nella Sala dell’Università di Vienna, in un concerto benefico in favore dei soldati austriaci e bavaresi feriti in battaglia. La Sinfonia ebbe però il destino di sopravvivere a tutti gli imperi coinvolti nel cataclisma: l’Impero francese, il Sacro Romano Impero, l’Impero di tutte le Russie ed il nascente Impero inglese.

Il primo movimento si apre con un’introduzione informata da un tema solenne e maestoso (Pocosostenuto), affidato all’oboe e scandito prima da accordi a piena orchestra e poi da scale che la attraversano. Interviene una seconda idea, ancora all’oboe fino ad un mirabile episodio di rarefazione ritmica e di costruzione del nuovo metro, il giambo secondo la metrica classica, sul quale Beethoven costruirà l’intero Vivace successivo. Composto in forma-sonata, questo movimento sprizza energia pura in grande quantità, un’energia fisica ma anche assai poco “umana”, a tratti mefistofelica. I suoi contemporanei non poterono non rimanere sconcertati di fronte ad un tale spettacolo di forze in movimento, incessanti ma sempre sotto stretto controllo del compositore, e se Wagner vi vide l’”apoteosi della danza”, Berlioz parlò di un rondò contadinesco e, riferendosi alla coda del Vivace, Weber si lasciò sfuggire che Beethoven “era adesso maturo per il manicomio”. Non si tratta di commenti improbabili se consideriamo l’epoca in cui quest’opera fu data alla luce: Beethoven ha perso ogni speranza di compiacere, e questo a causa di un’urgenza espressiva esistenziale che non gli permetterà mai più di scendere a compromessi. Probabilmente è con questa Sinfonia che entriamo definitivamente nel Romanticismo, e la distanza che separa questo brano da altri di Weber o Berlioz è meno ampia dello iato stilistico che esiste con le sinfonie di Mozart o le prime due dello stesso Beethoven.

Nonostante l’indicazione di tempo Allegretto, non vi è nulla di leggero o spensierato in questo secondo movimento. Sappiamo anche, da varie fonti, che Beethoven stesso esitò spesso per chiamarlo Andante. Gli archi gravi, introdotti da un accordo in diminuendo dei fiati, propongono un ritmo (dattilo, in metrica) sul quale si innesterà il tema principale, affidato a viole e violoncelli. Lo sviluppo consisterà in una serie di variazioni che condurranno anche ad un breve episodio, rasserenato, ma sempre minato in basso dal ritmo di apertura. Sin dalla prima esecuzione questo Allegretto riscosse un grande successo e fu richiesto come bis, un privilegio raramente accordato ai movimenti lenti. In passato fu addirittura uso comune annettere questo movimento alla Sinfonia successiva, l’Ottava, per rafforzarne una struttura a lungo ritenuta poco agile e compatta!

Lo Scherzo, Presto, è esplosivo e caratterizzato da forti scarti dinamici, colorati da una tavolozza orchestrale particolarmente ricca. Formalmente perfetto, è un movimento assai coeso per quanto riguarda l’economia dei temi: dalla cellula iniziale viene derivato tutto il materiale tematico ed i due Trii che vi sono inseriti fungono in maniera eccellente da equilibratori della tensione prodotta da tanta energia.

Col Finale torna la danza, non più infernale ma umana quanto la gioia e l’entusiasmo che esprime. Beethoven ha chiaramente preso per mano l’ascoltatore ed è impossibile non lasciare la sala da concerto senza avere il tema in circolazione per la testa. Il movimento si trasforma in una furia da Baccanti e, esteso mirabilmente in forma-sonata, si conclude con una Coda grandiosa e travolgente.

Tanto diabolica fu ritenuta la musica di Paganini, quanto umana è quella di Beethoven, ed in questa sua caratteristica si fonda probabilmente la sua collocazione fuori da ogni categoria estetica e storica. Nonostante l’organico, che è pur sempre notevolmente ampio, le Sinfonie di Beethoven sono per principio più semplici della sua musica da camera, e proprio in ciò la massa degli ascoltatori si è fatta valere nell’interno stesso della struttura formale. Ciò naturalmente non aveva nulla a che fare con l’adattamento al mercato, e semmai va collegato con l’intenzione beethoveniana di “suscitare il fuoco nell’anima dell’uomo”. Le Sinfonie di Beethoven erano, oggettivamente, allocuzioni popolari all’umanità, le quali, presentando a questa la legge della sua vita, volevano indurla “all’inconsapevole coscienza di quell’unità che nella dispersiva esistenza degli uomini rimane altrimenti celata” (Adorno). La musica da camera e quella sinfonica erano complementari. La prima, rinunciando largamente alla gestualità patetica e all’ideologia, ha aiutato lo stadio dello spirito borghese emancipantesi ad esprimersi, senza però parlare ancora alla società; la sinfonia ne trasse la conseguenza che l’idea della totalità era esteticamente inutile se non comunicava con la totalità reale. Haydn avvertì forse ciò quando prese in giro il giovane Beethoven soprannominandolo “gran mogol”.

ALDO CECCATO
Dal 1999 al 2005 è Direttore Musicale dell’Orchestra I Pomeriggi Musicali e dal 2004 è Direttore Musicale e Artistico dell’Orchestra Filarmonica di Malaga. Nella sua lunga carriera è stato Direttore Artistico e Musicale dell’Orchestra Nazionale di Spagna, dell’Orchestra Filarmonica di Amburgo e di quella della Rai di Torino, nonché Direttore Musicale della Filarmonica di Bergen e dell’Orchestra NDR (Radio della Germania del Nord) di Hannover, Direttore Artistico e Stabile della Detroit Symphony, del Festival di Meadow Brook, Direttore Artistico e Musicale dell’Orchestra Filarmonica Ceca di Brno della quale è stato nominato Direttore Emerito. Fra le grandi orchestre dirette dal Maestro Ceccato, ricordiamo la Filarmonica di Berlino, la Filarmonica di Israele, la Filarmonica di Londra e la Filarmonica di New York, le Orchestre di Cleveland e Philadelphia, la Boston Symphony, la Chicago Symphony e la Staatskapelle di Dresda. Interprete dei capolavori sinfonici ed operistici nei più importanti teatri – dalla Scala al San Carlo di Napoli, al Maggio Musicale Fiorentino, al Covent Garden di Londra, all’Opéra di Parigi, nelle Staatsoper di Vienna e Amburgo – è stato invitato come direttore ospite ai principali festival internazionali: Glyndebourne, Edinburgo, Berlino, Praga. Nella sua discografia ricordiamo l’incisione integrale dei Concerti per pianoforte e orchestra di Beethoven con Aldo Ciccolini solista e l’Orchestra I Pomeriggi Musicali (un triplo CD pubblicato dalla Frame), un CD di poemi sinfonici di De Sabata con la London Philharmonic Orchestra (Hiperion). Di particolare importanza la prima pubblicazione in CD in Italia della Missa Solemnis di Beethoven con l’Orchestra I Pomeriggi Musicali e il Coro Filarmonico di Brno (Discantica). E’ infine uscito il CD della Nona Sinfonia di Beethoven, sempre con l’Orchestra I Pomeriggi Musicali, registrato dal vivo al Teatro Dal Verme. Aldo Ceccato ha studiato a Milano, sua città natale, al Conservatorio Giuseppe Verdi e ha terminato gli studi presso l’Università di Berlino. Ha seguito poi i corsi di perfezionamento tenuti dal Maestro Sergiu Celibidache del quale poi è stato assistente nei Master Class di Direzione d’Orchestra a Siena. Tra i pochi direttori d’orchestra in piena carriera, Aldo Ceccato continua ad occuparsi di insegnamento, tenendo lezioni e conferenze nelle più importanti università tra le quali Oxford, e Master Classe ad Hannover, Bergen, Santiago de Compostela e Milano. Accademico di Santa Cecilia, Aldo Ceccato ha ricevuto la Laurea Honoris Causa all’Eastern Michigan University, ha retto per diversi anni la cattedra di Direzione d’Orchestra alla Musikhochschule di Amburgo, tenendo corsi di direzione anche a Bergen, Hannover, Santiago di Compostela e Milano. Per la sua attività didattica e musicale ad Amburgo gli è stata conferita la Medaglia Brahms, una delle più alte onorificenze culturali tedesche. Aldo Ceccato è stato nominato Cavaliere di Gran Croce, la più alta onorificenza italiana e nel 2004 gli è stato assegnata, dalla Città di Milano, la Medaglia d’Oro al Valore Civico.

 

MASSIMO QUARTA
Presto considerato come uno dei piú brillanti violinisti della sua generazione, è stato ospite di alcuni tra i maggiori festivals come Stresa, Napoli, Città di Castello, Kuhmo, Bodensee, Kfar Blum,Berliner Festwochen, Sarasota, Ravenna, Lione, Potsdam, Spoleto, Ljubjana ed invitato da Gidon Kremer alla edizione 2004 del “Kammermusikfest” di Lockenhaus.

Negli ultimi anni ha gradualmente affiancato alla sua intensa attività di solista quella di direttore d’orchestra,, collaborando regolarmente con orchestre come l’Orchestra “I Pomeriggi Musicali” di Milano, l’Orchestra di Padova e del Veneto, la Fondazione “A. Toscanini”, l’Orchestra Haydn di Bolzano, l’orchestra da camera dell’Accademia di S. Cecilia, presso importanti istituzioni musicali qualiUnione Musicale di Torino, Serate Musicali di Milano, Associazione Scarlatti di Napoli, Philharmonie am Gasteig di Monaco di Baviera, Konzerthaus di Berlino e Rudolphinum di Praga.

Ha debuttato a febbraio 2007 al Musikverein di Vienna come solista e direttore con la Philharmonia Wien.

Ha ricoperto per tre anni la carica di solista e direttore principale dell’Orchestra dell’Istituzione Sinfonica Abruzzese ed é attualmente direttore musicale dell’Orchestra della Fondazione I.C.O. “Tito Schipa” di Lecce.

Il 2007 lo vedà impegnato al Concertgebouw con i Berliner Symphoniker, in Spagna con la Orquesta Filarmònica de Malaga ed in Olanda con la Netherlands Symphony Orchestra.

A Massimo Quarta sono stati conferiti il Premio Internazionale “Foyer Des Artistes” ed il “Premio Internazionale Gino Tani per le Arti dello Spettacolo”.

Ha inciso per la Philips, per la Delos le “Quattro Stagioni” di A. Vivaldi con l’Orchestra da Camera di Mosca, per la Dynamic un CD con musiche di N. Paganini, e, sempre di Paganini, l’integraledei 6 Concerti per violino ed orchestra in versione autografa come violinista e direttore, integrale considerato “vera e propria pietra miliare per tutti gli appassionati del violino” (Il Giornale della Musica). La sua registrazione dei 24 Capricci di Paganini, allegata nel maggio 2004 alla rivista Amadeus,è ora distribuita worldwide dalla casa inglese Chandos.

I progetti discografici futuri includono la registrazione delle 6 Sonate per violino solo di E. Ysaye per Dynamic.

Il CD uscirà nel 2008 in occasione del 150° anniversario della nascitadel compositore.

L’aspetto rivoluzionario dato alla rilettura del repertorio paganiniano, ha conquistato il pubblico ed ha ottenuto ampi consensi dalla stampa internazionale ( Premio CHOC di “Le Monde de la Musique”), assegnandogli un posto d’onore tra i più insigni violinisti (The Strad) e definendolo “ la personificazione dell’eleganza “ (American Record Guide).

E’ docente di violino al Conservatorio della Svizzera Italiana di Lugano (Musikhochschule),

Massimo Quarta suona il violino Antonio Stradivari “Conte De Fontana – ex D. Oistrakh” del 1702, gentilmente affidatogli dalla Fondazione Pro Canale di Milano.

Il Cast

Direttore: Aldo Ceccato