Le date

Sala Grande
sabato 22 marzo 2003
Ore: 17:00
giovedì 27 marzo 2003
Ore: 21:00

Sabato 22 marzo, ore 17
Sala Grande del Teatro dal Verme di Milano
Martedì 25 marzo, ore 21
Vigevano, Teatro Cagnoni
Mercoledì 26 marzo, ore 21
Saronno, Teatro G. Pasta
Giovedì 27 marzo, ore 21
Sala Grande del Teatro Dal Verme di Milano

Direttore e violino solista:
Massimo Quarta
Orchestra:
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Programma:
Wolfgang Amadeus Mozart [1756 – 1791]
Concerto in La maggiore per violino e orchestra d’archi K 219
Allegro aperto
Adagio
Rondò, tempo di minuetto

Franz Schubert (1797 – 1828)
Rondò in La maggiore per violino e orchestra D 438

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Wolfgang Amadeus Mozart [1756 – 1791]
Sinfonia in Do maggiore K 551
Allegro vivace
Andante cantabile
Minuetto
Molto allegro

Il Concerto
a cura di Paolo Castagnone
” Non devo e non posso seppellire il mio talento ” [da una lettera di Mozart al padre]
I primi anni di attività pubblica di Wolfgang Amadeus Mozart sono spesi nella vana speranza di affermare le proprie capacità artistiche presso corti principesche e cappelle ecclesiastiche : tutti i tentativi – fortemente voluti e sostenuti dal padre Leopold – risultano però irrimediabilmente inutili. Infine, al musicista non rimane che ripiegare sul suo vecchio e triste impiego nella cappella di corte di Salisburgo.

Quando nel 1776 Mozart festeggia i suoi vent’anni sembra dunque essersi rassegnato a subire le angherie del proprio padrone, il conte di Colloredo, che – economo al parossismo – ha fatto chiudere il teatro cittadino : un duro colpo per Mozart che non smette di sognare l’opera. Unico spiraglio rimangono le commissioni della nobiltà locale che inizia ad apprezzare le doti del geniale concittadino : vengono così alla luce messe, divertimenti e pagine di circostanza in cui egli riesce comunque a esprimere tutta la propria dirompente originalità.

Tra le composizioni di questo periodo spiccano – per felicità d’invenzione e coesione stilistica – cinque mirabili Concerti per violino, tutti scritti fra l’aprile e il dicembre del 1775 per i più svariati committenti. In particolare, nel Concerto in La maggiore K.219 la maturità del compositore si manifesta nell’afflato sinfonico e nella costante ricerca delle possibilità foniche dello strumento solista. Se sul piano tecnico possiamo trovare nobili precedenti in Boccherini, Nardini, Pugnani e Viotti – ovvero in tutti quegli autori italiani che Mozart aveva studiato e amato – totalmente mozartiani sono la magistrale spontaneità con cui la materia musicale si dispone e il senso immediato e sicuro della struttura, quasi fosse direttamente attinta da un regno di forme pure e perfette.

Caratteristico della disinvolta padronanza con cui Mozart compone è, ad esempio, l’inatteso ingresso del solista nel primo movimento : dopo il consueto tutti dell’orchestra in cui vengono presentati gli elementi motivici principali, ci si attenderebbe l’entrata del violino sul primo tema. Ecco invece una frase delicata e melodica, indicata Adagio in partitura : sono soltanto sei battute che tuttavia danno un’insolita originalità all’entrata del violino. La suadente cantabilità del movimento successivo, ben esemplifica invece quel sottile gioco di variazioni sviluppate con una magistrale mano d’artista, che nei movimenti lenti tocca i vertici della commozione con i mezzi più semplici.

Il Rondò finale – il cui danzante tema principale appare significativamente nel Balletto K. 135a – è ricco di trovate tra cui spicca l’episodio “alla turca”, caricatura di una danza balcanica dalla grazia sorridente e raffinata. “I concerti – spiegava infatti Wolfgang a suo padre in una lettera del 28 dicembre 1782 – sono proprio un via di mezzo tra il troppo difficile e il troppo facile : sono molto brillanti, gradevoli all’orecchio e naturali senza cadere nella vacuità. In alcuni punti solo gli intenditori possono ricavarne diletto, ma faccio in modo che anche i profani restino contenti, pur senza saperne il perché”.

“Tutto quanto toccava si trasformava in musica” [Robert Schumann]
Nei primi mesi del 1816, Schubert stava ancora svolgendo la poco amata mansione di insegnante presso la scuola del padre. A questo disagio si aggiunsero l’amarezza per la mancata nomina a direttore musicale in una Scuola Normale Tedesca e la delusione per il totale disinteresse nei suoi confronti da parte di Goethe. Al diario giovanile Schubert confessava i suoi disagi, le frementi angosce di diciottenne insoddisfatto, la sua sofferenza spirituale e artistica. Ciò nonostante, solo nel biennio 1815 – 1816, egli compone quattro opere, parecchie Messe, tre Sinfonie, oltre duecento Lieder e moltissima musica da camera, quasi che continuando instancabilmente a produrre egli volesse migliorare giorno per giorno il suo stile in vista delle grandi opere posteriori. Del resto Schubert scriveva musica con rapidità prodigiosa : fin dalla precocissima infanzia essa fu il suo linguaggio naturale, la sua espressione spontanea. Egli lavorava ininterrottamente, di getto, senza fatica, senza pentimenti. Diceva di sé, con incantevole candore : “Compongo ogni giorno e quando una composizione è finita, ne comincio un’altra”.

Risale a questo fecondo periodo il Rondò in La maggiore per violino e orchestra D. 438, composto nel giugno del ‘16 ma pubblicato postumo solamente nel 1897. Questo raffinato lavoro concertistico non serba traccia delle difficoltà esistenziali del suo sfortunato autore, il quale dialoga con gli esempi di Haydn e di Mozart (si pensi al Rondò K.269 e K.373). Dell’affinità col salisburghese è testimone un’annotazione del 13 giugno dello stesso anno : “Una giornata chiara, leggera, bella, che ricorderò per tutta la vita. Come di lontano riecheggiano lievi i suoni incantati della musica di Mozart”.

Documento di sfavillante esuberanza creativa, il lavoro è impostato nella congeniale tonalità di la maggiore (basti pensare a tale proposito alla Sonata per pianoforte D. 959) e pensata per un piccolo ensemble costituito da violini primi e secondi, viole e basso. La forma impiegata è sicuramente memore dei magistrali Rondò mozartiani, soprattutto quelli dei concerti, in cui gli episodi secondari che si alternano al ritornello, i cosiddetti couplets, si arricchiscono spesso di incisi, temi e ritmi più rilevanti di quelli prescelti per il periodo principale. Con questo brano solistico il giovane compositore si avvia verso la comprensione più matura di quello stile viennese del quale rimarrà uno dei massimi esponenti, manifestando un’inesauribile vena poetica la cui logica è ben espressa da queste sue parole : “Si crede che la felicità abiti nel luogo dove una volta si è stati felici, mentre essa è in noi”.

” La musica è in me un dono di Dio ” [Wolfgang Amadeus Mozart]
Terminate a poche settimane di distanza l’una dall’altra nell’estate del 1788, le ultime tre Sinfonie mozartiane sono a tutti gli effetti opere complementari, quasi volessero esprimere tutte insieme l’incontenibile poliedricità della sua arte. L’ultimo pannello del trittico – la Sinfonia n.41 in do maggiore K551 – dapprima battezzata “Sinfonia con la fuga” per quel Finale dal perfetto stile contrappuntistico, venne poi soprannominata Jupiter dall’impresario e violinista Johann Peter Salomon, che la volle considerare come la più alta conquista della musica strumentale del Settecento. E in effetti già le prime misure dell’iniziale Allegro vivace manifestano – sia per il numero e l’individualità dei temi, sia per l’imponenza degli sviluppi – un’indiscutibile grandezza olimpica. L’incipit, netto e poderoso, determina subito l’atmosfera maestosa del primo movimento : il do maggiore è la tonalità dei principi, delle incoronazioni (La clemenza di Tito sarà in do maggiore), delle messe solenni. E’ poi mirabile l’elaborazione degli elementi del primo tema, ancor prima che venga introdotto il secondo : è un’arte sottile della variazione tematica che farà scuola per tutto l’Ottocento. Lo sviluppo – ricco di elementi nuovi eppure sempre armonicamente congiunto coi temi principali – intesse una trama sottile tra archi e fiati, in un gioco delle parti dal perfetto equilibrio, quasi un polarismo universale tra l’elemento maschile del primo tema e quello femminile del secondo. Con la ripresa, il primo tempo si avvia a una conclusione luminosa e smagliante, lasciando posto nella coda a un motivo popolareggiante da opera buffa.

L’Andante cantabile è il punto di svolta dell’intera Sinfonia. Dopo un inizio in piano con gli archi in sordina e un’effusione lirica acuita dall’intervento dei fiati, irrompe un secondo tema in do minore caratterizzato da accentuazioni violente, dissonanze penetranti e sincopi dense di agitazione : è quanto di più angoscioso abbia mai espresso la musica di Mozart. Tuttavia, da questo abisso si risale con il terzo tema, che introduce un’incessante lotta fra le tenebre e la luce, la quale si fa lentamente strada nella ripresa e trionfa infine nella luminosa conclusione in fa maggiore.

Il terzo movimento, Minuetto, pur presentando alcuni bruschi passaggi che fanno presagire Beethoven, è quasi austero nella sua classicità e sembra voler preparare l’ascoltatore alla sapienza architettonica e al clima spirituale del quarto movimento. Il semplice inciso costruito su quattro note (do, re, fa, mi) sul quale si articola il Molto allegro potrebbe sembrare una breve e ben riconoscibile frase di derivazione gregoriana (Magnificat, Gloria, Credo), particolarmente adatta al trattamento contrappuntistico che caratterizza questo vertiginoso Finale. Del resto altri compositori del Settecento la utilizzarono in contesti sia religiosi, sia profani. Tuttavia analizzando più approfonditamente il linguaggio del salisburghese, si va scoprendo che tale motto musicale è una costante, quasi un’ossessione, che si ritrova disseminata un po’ ovunque nelle sue creazioni, ivi comprese – fatto quanto mai significativo e per un genio come Mozart assai difficilmente casuale – la prima e l’ultima sinfonia. E’ pertanto assai credibile che egli fosse del tutto consapevole di mettere la parola fine a tutta la sua ricerca sinfonica e lo facesse con un movimento finale dalle proporzioni smisurate caratterizzato da ben cinque temi, che riunisce in una sintesi suprema di polifonia e armonia, di Fuga e forma-sonata, di linguaggio strumentale e stile operistico.

Alcuni fatti risultano poi profondamente simbolici : l’opera – come spesso i lasciti testamentari dei grandi artisti, dalla Messa in si minore di Bach all’Incompiuta di Schubert – non venne mai eseguita durante la vita dell’autore, mentre l’autografo, sul quale si leggeva la data di composizione (10 agosto 1778) e che era conservato a Berlino nella Preussiche Staatsbibliothek, è andato emblematicamente perduto durante la barbarie della Seconda Guerra Mondiale. Infine la partitura è stata composta in un momento di drammatica indigenza economica e prostrazione esistenziale, ma nulla traspare nella Sinfonia. Aveva forse visto giusto Pu_kin nel suo Mozart e Salieri riferendosi così al suo creatore : “Che profondità ! Quale arditezza e armonia ! Tu, Mozart, sei dio senza saperlo”.

Massimo Quarta
Nato nel 1965, Massimo Quarta inizia gli studi musicali all’età di nove anni. Si diploma con il massimo dei voti e la menzione d’onore presso il Conservatorio di Musica “S. Cecilia” di Roma sotto la guida di Beatrice Antonioni, e si perfeziona con Salvatore Accardo, Pavel Vernikov, Ruggiero Ricci ed Abram Stern.

Vincitore di numerosi concorsi (tra gli altri il “Città di Vittorio Veneto” nel 1986 e l’ “Opera Prima Philips” nel 1989), nel 1991 ottiene il I Premio al prestigioso Concorso Internazionale di Violino “N. Paganini” di Genova, primo italiano ad ottenere questo ambito riconoscimento dopo la vittoria di Salvatore Accardo, avvenuta nel 1958.

Seguono le collaborazioni con le più prestigiose istituzioni concertistiche, suonando a Parigi (Salle Pleyel, Théâtre du Châtelet), Monaco di Baviera (Philharmonie im Gasteig), Berlino (Philharmonie), Francoforte (Alte Oper), Düsseldorf (Tonhalle), Tokyo (Metropolitan Art Space, Bunka Kaikan), Varsavia Warsaw Philarmonic), Mosca (Sala Grande del Conservatorio), Milano (Teatro alla Scala, Serate Musicali, Societá del Quartetto), Roma (Accademia di Santa Cecilia, RAI, Teatro dell’Opera, IUC), Firenze (Amici della Musica, Teatro Comunale), Torino (Unione Musicale), Napoli (Teatro San Carlo, Associazione “A.Scarlatti), Bologna (Musica Insieme), Cannes (Midem), Zagabria (Lisinski Hall).

Si è inoltre esibito con la Radio Sinfonie Orchester Frankfurt, l’Orchestra Sinfonica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia,L’Orchestre National Du Capitole de Toulouse, la Tokyo Philarmonic Orchestra, la Prague Symphony Orchestra, la Real Orquesta Sinfonica de Sevilla, la Budapest Symphony Orchestra, suonando con direttori come Miun Wun Chung, , Daniele Gatti, Daniel Harding, Isaac Karbtvcevsky, Daniel Oren, Christian Thielemann.

Ospite di alcuni tra i maggiori festival come Stresa, Napoli, Kuhmo(Finlandia), Bodensee, Kfar Blum(Israele), Berliner Festwochen, Sarasota, Ravenna, Lione, Potsdam, Spoleto, affianca all’attività solistica quella cameristica, collaborando con musicisti come Salvatore Accardo, Bruno Giuranna, Rocco Filippini, Franco Petracchi, Michele Campanella, Natalia Gutman, Joseph Silverstein, François Joël Thiollier, Alfons Kontarsky.

Nel 1992 gli é stato conferito il Premio Internazionale “Foyer Des Artistes” e nel Gennaio 1995 il “Premio Internazionale Gino Tani per le Arti dello Spettacolo”.

E’ docente di violino al Conservatorio della Svizzera Italiana di Lugano.

Massimo Quarta ha inciso per la Philips, Delos, Dynamic ed ha registrato per la Radio e la Televisione Italiana, Francese, Tedesca, Ungherese e Giapponese.

I prossimi anni lo vedranno impegnato in numerose esecuzioni dei 24 Capricci per violino solo e l’integrale dei 6 Concerti per violino e orchestra di N. Paganini come solista e direttore con l’Orchestra di Padova e del Veneto presso alcune delle maggiori istituzioni musicali in Italia e all’estero(Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Unione Musicale di Torino, Serate Musicali di Milano, Associazione Scarlatti di Napoli, Amici della Musica di Perugia, Padova) E’ stato recentemente nominato Solista e Direttore principale dell’Orchestra dell’Istituzione Sinfonica Abruzzese.

Massimo Quarta suona il violino Antonio Stradivari “Marechal Bertier-ex von Vecsey” del 1716.