Le date

Sala Grande
giovedì 07 febbraio 2008
Ore: 21:00
sabato 09 febbraio 2008
Ore: 17:00

GUIDA ALL’ASCOLTO di Paolo Castagnone

«La musica mi commuove quando i mezzi impiegati sono chiari e precisi » [G. Fauré]

La Pavane op.50 fu composta nell’estate del 1887, precedendo di pochi mesi la nascita del suo più celebre lavoro di ampie dimensioni, il Requiem, del quale condivide significativamente l’asciutta compostezza. Il manoscritto autografo è dedicato alla contessa Elisabeth Greffulhe, la cui residenza era uno dei luoghi di ritrovo culturale più ambiti di fine secolo. A tale proposito vale la pena notare che, dagli inizi dell’Ottocento e fino alla Prima Guerra mondiale, il “salotto letterario” rimase in Francia uno dei passaggi obbligati per l’affermazione dei giovani artisti. Fauré, ottimo pianista e affabile conversatore, assorbì in profondità i gusti estetici di un ambiente che frequentò con assiduità, tanto che molte qualità riconosciute della sua musica – la tenerezza appassionata, l’inconfondibile grazia, tenue e sensuale – sono certamente debitrici del clima di quelle serate.
Anche l’op.50 ben si colloca in questo ambito e sebbene il musicista francese descriva la propria composizione come «elegante, ma non particolarmente importante», la levità che la contraddistingue le ha conquistato immediata popolarità presso il pubblico. Originalmente scritta per sola orchestra, della Pavane venne subitamente approntata una versione corale su un testo appositamente scritto da Robert de Montesquiou, poeta per diletto e cugino della nobildonna. Tuttavia oggigiorno è raramente eseguita in tale veste, poiché la parte vocale tende ad appesantire quell’indimenticabile aura di nostalgia che aleggia nella partitura.
Sul piano stilistico, un punto di svolta essenziale nella formazione di Fauré avvenne nel 1853 quando, grazie al suo precoce talento, fu ammesso alla Scuola Niedermeyer di Parigi, dove rimase fino al ’65 studiando anche con Saint-Saens. Qui assorbì appieno il gusto innovativo dei propri maestri, che propugnavano un ritorno alla purezza dei polifonisti rinascimentali e un allargamento delle possibilità armoniche in opposizione al rigore dogmatico che in quegli anni imperava in Conservatorio. La freschezza delle modulazioni, i notevoli prestiti dal linguaggio arcaico e modale, l’ambiguità tonale che ne derivarono ebbero una influenza profonda nel linguaggio di un musicista che, a sua volta, formò uno stuolo di compositori, tra cui spicca il nome di Maurice Ravel.
Proprio in virtù di questa formazione sotto molti aspetti anti-accademica, l’autore della Pavane non seduce con la passionalità ma con una dolcezza penetrante, quasi fosse un’intima confidenza. Tuttavia sarebbe falso definirlo un poeta dell’effusione, poiché egli imparò da Mozart – il modello supremo di tutta la sua arte – che il sentimento è inseparabile dalla purezza della forma.

«Sulle ali della musica sentiamo tornare lentamente un ricordo…» [Th. Gautier]

Il genere musicale della Mélodie cominciò a diffondersi in Francia intorno al 1840 per l’influenza che vi esercitò il Lied tedesco, in modo particolare i grandi cicli di Schubert e Schumann. Un momento di svolta in questa fase di maturazione del nuovo filone è costituito dalla prima versione per voce e pianoforte, abbozzata nel ’34 ma revisionata nel 1841, de Les nuits d’eté di Berlioz. Questa raccolta di liriche, unanimemente considerata uno dei capolavori della letteratura vocale dell’Ottocento, segna l’incontro fra l’elegante e raffinata poesia di Théophile Gautier – cui Baudelaire avrebbe dedicato I fiori del male – e il visionario linguaggio dell’autore della Sinfonia Fantastica.
Nel 1856, ormai musicista affermato e in procinto di affrontare le sue trionfali tournées all’estero, Berlioz ne portò a termine una versione strumentale, in cui sfoderò quella straordinaria sensibilità fonica e sonora confluita in un “Trattato di strumentazione” che gli è valso la fama di primo orchestratore della modernità. Incredibilmente, proprio un autodidatta che suonava a malapena la chitarra e il flauto, immaginò i suoni più inconsueti e favorì evoluzioni tecniche inimmaginabili prima d’allora.
In tal senso non sorprende che un musicista al quale viene riconosciuta unanimemente l’intuizione di una nuova concezione del suono, inteso ora come fatto corporeo per le sue qualità timbriche, dinamiche e spaziali si sia innamorato del carattere quasi fisico dei versi di Gautier. Grazie a questo idioma personalissimo, la sua musica riesce a svelare i significati reconditi di una parola o di un’immagine per proiettarle in un’ulteriore spazio poetico. Basti citare la sorprendente efficacia del caldo slancio della viola, impreziosito dai trilli degli archi, in “Le spectre de la rose” o l’energia sempre più esuberante di “Villanelle”, sovreccitata dal ribattuto dei fiati che si espande in sempre nuovi frammenti melodici. Non meno significativi sono l’ingresso del violoncello e dei corni sulle parole “Entre nos coeurs quelle distance”, quasi a voler tracciare il solco fisico che separa i due amanti dopo l’interminabile solitudine con cui la nuda voce intona l’esordio di “Absence” o il colorismo, degno di un impressionista, de “L’île inconnue”, in cui il paesaggio marino è evocato con sottile maestria.
Sul piano espressivo Le notti d’estate sono immerse in un’atmosfera dolente e funeraria alternata a sprazzi di luce, rimandando a quel dualismo tra corrivo e sublime, comico e serio, che costituisce l’essenza stessa della scrittura musicale e letteraria di un artista la cui biografia è un continuo alternarsi di fasi passionali e battagliere a improvvisi crolli psichici. In una totale empatia con “Sur les lagunes” il musicista coglie emblematicamente nei versi l’espressione di uno sconforto inconsolabile, ben espresso da una melodia che s’inabissa nelle profondità del registro grave. Qui, come in “Au cimetière”, dove la voce sembra esordire in uno stato ipnotico, Berlioz inaugurò una poetica dell’immobilità che aprì innumerevoli spazi di ricerca negli anni a venire.

«In Ma mère l’oye il proposito di evocare la poesia dell’infanzia mi ha condotto a semplificare il mio stile e a rendere più spoglia la mia scrittura» [M. Ravel]

Nell’estate del 1908 Ravel era stato invitato dai coniugi Godebski a trascorrere una breve vacanza in campagna; qui il compositore familiarizzò con i giovanissimi figli dei suoi amici e decise di dedicargli cinque pezzi facili per pianoforte a quattro mani, i cui movimenti si ispirano ad altrettante fiabe. Il titolo fu infatti suggerito da un grande classico della letteratura dell’infanzia, i Contes de ma mère l’oye di Madame d’Aulnoye. Ben presto la raccolta fu trascritta per orchestra ed eseguita nel 1912 in forma di balletto: da questa versione Ravel trasse poi la Suite abitualmente eseguita in sede di concerto. L’originaria cifra stilistica del ciclo pianistico, improntata alla massima semplicità d’espressione e a un’essenziale linearità costruttiva, lo indusse a concepire una strumentazione di calcolata precisione, con un’economia di mezzi che diventa una continua sfida.
Lenta e compassata, la “Pavane de la Belle au bois dormant” apre il lavoro con un arcaismo di stampo modale e una melodia molto espressiva, evocatrice della malinconia suscitata in noi dall’incantesimo della strega cattiva sulla Bella addormentata. L’episodio successivo è ispirato alla storia di Pollicino (Petit Poucet) e troviamo l’autore del Bolero intento a descrivere la marcia dei sette fratelli nella foresta, in cerca delle briciole di pane che dovrebbero mostrar loro il cammino. Il movimento lento e monotono degli archi che attraversa tutto il brano, traduce perfettamente il vagare incerto nel bosco, mentre la melodia dell’oboe sembra suggerire il ruolo guida del protagonista della nota fiaba di Perrault.
Tratto dal racconto Serpentin vert narrato da Madame d’Aulnoye, l’episodio di “Lainderonette, impératrice des pagodes” è ambientato in Oriente ed evoca il mondo delle “pagode”: piccole creature che fanno musica con tiorbe e viole fatte di gusci di noci e mandorle. L’ambientazione orientale suggerisce a Ravel l’impiego della scala pentatonica tipica della musica cinese e l’inserimento in organico di strumenti dal timbro “esotico” come lo xilofono e la celesta. Il brano seguente, “Les entrétiens de la Belle et de la Bête” mette in scena il dialogo fra la Bella, impersonificata dal canto melodioso e vellutato del clarinetto su un ritmo di valzer e quello della Bestia, contraddistinto da un tema sinistro, presentato nel registro grave dal timbro cavernoso del controfagotto e sostenuto dal tremolo degli archi e dal rullio della grancassa. Conclude la raccolta “Le jardin féerique”, un’incantevole danza in tempo “Lento e grave” che evoca, nel luminoso gioco timbrico degli strumenti, il risveglio della principessa e il trionfo dell’amore.
Il fatto assolutamente rilevante della partitura orchestrale di “Ma mère l’oye” è che il lavoro di trascrizione è condotto con mano così felice da offuscare la versione pianistica, riducendola a un’apparente redazione provvisoria. In realtà occorre osservare che una parte rilevante dell’attività creativa di Ravel consistette nella strumentazione di composizioni per pianoforte proprie o altrui: basti citare a tale proposito la sua celeberrima versione dei Quadri di un’esposizione di Musorgskij o il suo omaggio all’arte di Debussy [1862 – 1918] con la splendida orchestrazione della Sarabande, eseguita per la prima volta alla Salle Gaveau di Parigi nel quinto anniversario della morte del musicista.
L’orchestrazione di Ravel evita l’uso massiccio degli impasti sonori tipico del tardo Romanticismo e predilige il contrasto fra gruppi strumentali di timbro molto diverso. Il risultato è una sontuosità coloristica di evidente brillantezza, con una tendenza alla pulizia stilistica che manifesta una “clarté” tipicamente francese. Ecco allora che la perfezione formale e sonora della sue trascrizioni non è affatto casuale, poiché l’artista transalpino detesta il dilettantismo e lavora con estrema meticolosità: molto spesso riscrive per intero le sue partiture, rifinendole nei minimi dettagli e mirando a raggiungere l’assoluta perfezione.

Il Cast

Direttore: Antonello Manacorda
Mezzosoprano: Nathalie Stutzmann
Orchestra: Orchestra I Pomeriggi Musicali