Le date

Sala Grande
venerdì 17 novembre 2006
Ore: 21:00
domenica 19 novembre 2006
Ore: 17:00

Giovedì 17 novembre, ore 21
Sabato 19 novembre, ore 17

Direttore:
Rani Calderon

Pianoforte:
Yoko Kikuchi

Pianoforte:
Chiara Opalio

Pianoforte:
Alexia Muzà

Voce narrante:
Irene Serini
Orchestra I Pomeriggi Musicali

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Programma:
Leopold Mozart (1719 – 1787)
Sinfonia di caccia in Sol maggiore
Allegro
Andante, più tosto un poco Allegretto. A gusto d’un eco
Minuetto – Trio

Wolfgang Amadeus Mozart (1756 – 1791)
Ouverture da “Il Re Pastore” K.208 (versione con finale K.102)
Molto Allegro
Andantino
Contredanse en Rondeau

Concerto per tre pianoforti e orchestra in Fa maggiore K.242
Allegro
Adagio
Rondeau. Tempo di Minuetto

Wolfgang Amadeus Mozart – Michael Haydn (1737 – 1806)
Sinfonia in Sol maggiore K.444 (K.425a)
Adagio maestoso – Allegro con spirito
Andante sostenuto
Allegro molto

Wolfgang Amadeus Mozart – Michael Haydn (1737 – 1806)
Serenata in Re maggiore K.239
Marcia. Maestoso
Menuetto – Trio
Rondo. Allegretto – Adagio – Allegro

Il Concerto:
a cura di Andrea Dicht

Alcuni compositori sono menzionati in ogni manuale di storia della musica, solo perché hanno scritto un importante trattato, o perché sono stati gli insegnanti di qualche famoso compositore: Johann Mattheson, Johann Joseph Fux, Padre Giovanni Martini, ne sono alcuni esempi. Il primo di questa categoria è certamente Leopold Mozart. Fu autore di un Trattato sul violino (1756) punto di riferimento per almeno un secolo per ogni violinista e impartì i primi rudimenti musicali a Wolfgang Amadeus Mozart, e ne fu padre, con tutte le responsabilità che questo ruolo comporta, sia che si sia generato un fanciullo prodigio, sia che si tratti di un “normale” bambino. Che la critica musicale si sia interessata alla sua opera è probabilmente solo un riflesso di questa sua veste genitoriale così indagata; il giudizio sulla sua opera è unanimemente quello della (seppur onesta) mediocrità, ma spesso si dimentica che in corti come quella salisburghese il tipo di musica che egli offriva era esattamente ciò che era richiesto, e che l’anomalia creativa (seppur geniale) era piuttosto rappresentata da suo figlio Wolfgang.

La Sinfonia di caccia (Jagd-Sinfonie) che stasera apre il concerto può essere ascoltata sotto quest’ottica: musica d’occasione, artigianato scrupoloso senza pretese di originalità geniale, soddisfazione da parte dell’autore e della committenza. Questo dal punto di vista di Leopold, razionalista illuminato ma forse poco attento al cambiamento. La realtà storica, di certo più facile da rilevare dal punto di vista della nostra prospettiva storica che da quello di Leopold, era in realtà in una fase di transizione, lenta ma inarrestabile. Ce lo conferma una lettera anonima che Leopold ricevette verso la fine dell’anno 1755: “Possa vossignoria non comporre più pezzi così farseschi, come la musica cinese o quella turca, un viaggio in slitta, o addirittura delle nozze contadine, poiché essi recano più vergogna che onore alla vostra persona, per la quale io autorevolmente mi rammarico e verso la quale vi metto in guardia. Rimango il vostro più caro amico”. Non sappiamo chi scrisse una missiva così nitida, ma di certo essa esprime un cambio nel gusto musicale, anche della musica meno impegnata, del quale Leopold non seppe rendersi conto, proprio lui, sempre così attento a soddisfare le esigenze celebrative dei suoi datori di lavoro, sempre così puntuale nel raccomandarsi a Wolfgang circa i suoi atteggiamenti verso la i gusti nobiliari, fine ultimo di ogni creazione artistica.

Tradizionalmente la musica strumentale era suonata in circoli privati della corte o negli appartamenti privati dell’alta borghesia da musicisti professionisti (l’ambiente da cui chiaramente proviene l’estensore della lettera citata). Le classi inferiori non avevano accesso a questo tipo di esecuzioni, ma la loro crescente auto-coscienza creava nel frattempo un bisogno sempre più evidente di musica strumentale che potesse essere suonata in pubblico. In genere i concerti pubblici erano tenuti da strumentisti non professionisti, e questo generava un’esigenza di musica che non fosse troppo complicata tecnicamente. Molti di questi brani erano a programma, ovvero chiaramente ispirati a concrete scene di vita, o descrittivi: in questo modo il compositore poteva mostrare il significato della sua musica ad esecutori che non avrebbero potuto coglierlo in una maniera più “teoretica”.

La caccia era lo sport preferito dall’aristocrazia. Una sessione di caccia durava un’intera giornata, ed i corni da caccia (i protagonisti della sinfonia di Leopold, insieme all’abbaiare del cani e ai richiami dei cacciatori) fornivano l’arredamento sonoro di queste giornate. I corni servivano ad incitare i cani, ma anche a mostrare la posizione dei cacciatori sul terreno di caccia.

I “corni da caccia” erano sensibilmente diversi da quelli moderni: consistevano di un largo cerchio di ottone, non avevano le chiavi, si accomodavano facilmente dietro le spalle del cacciatore sulla sella, posteriormente. Piccole fanfare che usavano solo tre o quattro note, molto gravi, erano suonate all’inizio e alla fine di ogni seduta di caccia. Il passaggio del corno dalla campagna alla sala da concerto fu rapido, e una teoria storica piuttosto accreditata lo riconduce all’intervento del giovane conte Franz Anton von Sporck, in seguito al suo Grand Tour europeo. Egli visitò Versailles, a quel tempo la corte più ammirata ed imitata, che possedeva una squadra di caccia formidabile per lusso e grandezza, conobbe i suoi corni e decise di importarli in Germania. Per tutto il secolo successivo la Boemia e la Sassonia avrebbero fornito i migliori cornisti alle corti europee, ed i tedeschi sarebbero stati i migliori in assoluto. La lunghezza dei corni di Storck era più o meno quella delle trombe, e per questa ragioni i primi cornisti erano suonatori di tromba, ma più tardi, prima della metà del 1700, le due figure di strumentisti cominciarono a diversificarsi. La lunghezza dello strumento aumentò, le campane si allargarono e si cominciò ad inserire la mano nella campana per ottenere più note ed un timbro più adatto alla sala da concerto che all’aperta campagna. Con l’invenzione delle chiavi (intorno al 1811) fu possibile ottenere tutti i suoni della scala cromatica, eda allora lo strumento venne sempre più rifinito anche le di base rimase plasmato intorno a questo modello.

Wolfgang Amadeus Mozart compose l’opera Il Re Pastore in un lasso di tempo brevissimo, nell’aprile 1775, e fu eseguito per la prima (ed unica volta durante la vita del compositore) il 23 aprile dello stesso anno, presso il Palazzo Arcivescovile di Salisburgo. Fu il risultato di una commissione dell’appena insediato arcivescovo Colloredo in occasione della visita del Principe elettore Massimiliano III (figlio caetto dell’Imperatrice Maria Teresa) all’arcivescovo. Il libretto è di Pietro Metastasio, e si tratta di un dramma pastorale che celebra la magnanimità di Alessandro il Macedone immerso in una trama che vede contrapposto il desiderio di potere alla purezza dei sentimenti, un dramma piuttosto ingessato ma che aveva già occupato la creatività di una serie abbastanza numerosa di compositori per il teatro (Glick, Hasse, Sarti, Galuppi, Jommelli, ed altri). Di quest’opera, pressoché ineseguita anche in tempi moderni, ascoltiamo solo l’Ouverture, ma in una forma più estesa rispetto a quella normalmente eseguita in apertura dell’opera. Mozart, infatti, quattro mesi dopo la “prima”, decise di trasformare questa bella pagina in una micro-sinfonia, ovvero pospose all’ouverture la prima aria dell’opera, l’aria di Aminta (il protagonista dell’opera nonché uno dei due innamorati), trasformandola in un breve brano strumentale con oboe solista; in conclusione del brano Mozart compose per l’occasione una contraddanza, ovvero una danza contadina ed egli sembrò amare particolarmente questa sua piccola creazione d’occasione poiché abbiamo notizia che egli stesso la diresse in un’”accademia” dei suoi amici musicali Cannabich a Mannheim, come risulta da una lettera al padre del 1778.

In più di un’occasione abbiamo potuto rilevare che Salisburgo era un centro musicale abbastanza attivo ma anche piuttosto autoreferenziale: era stato eccezionale il fatto che per il Re Pastore fossero chiamati il castrato Tommaso Consoli da Monaco ed il celebre flautista Becke; Mozart stesso fu il violino solista di una delle arie dell’opera. Mozart venne stimato moltissimo dalla nobiltà salisburghese, le sue composizioni godevano di grande prestigio. Dei nobili che frequentavano l’abitazione dei Mozart, nella cosiddetta “Casa del Maestro di Ballo” (oggi in Makarplatz 8-9), alcuni furono avviati alla musica da Leopold Mozart.

Il maresciallo ereditarioConte Ernst Maria Joseph Johann Nepomuk Lodron, che a causa della sua corpulenza era soprannominato “conte pancione”, sposò in seconde nozze la contessina d’Arco Antonia Maria Josepha Felicitas. La loro residenza divenne presto un punto di riferimento dell’alta società, e vi si eseguiva molta musica. Il loro palazzo, che si trovava in Mirabellplatz 1 (oggi ospita l’Istituto Superiore di Musica ed il Mozarteum di Arti Figurative), era a pochi passi da casa Mozart. Per la contessa Antonia Maria Lodron e per le sue auguste figlie Maria Josepha Walburga Theresia Aloysia (Louise) e Maria Josepha Maximiliana Theresia Aloysia (Giuseppina, o Pepperl) Mozart compose nel febbraio 1776 il Concerto per tre pianoforti K. 242. Nella composizione di questo lavoro Mozart dovette tenere conto che, mentre la contessa e sua figlia Aloysia avevano dimostrato capacità pianistiche, la tecnica di Giuseppina (ancora undicenne) era ancora immatura. Per questa ragione egli incentrò la sostanza musicale sul primo e secondo pianoforte, concendendo al terzo solo la possibilità di accompagnare il brano. La scrittura musicale è comunque limpida, l’orchestra riveste un ruolo subordinato, e la particolarità della scrittura è ancor meglio visibile nella versione per due pianoforti che Mozart approntò successivamente. Il Mozart del Concerto di Lodron è solo ventenne e, a giudicare dai lavori concertanti che produrrà in futuro, ci rendiamo conto facilmente che egli dovette contenere severamente la propria fantasia per rendere il brano eseguibile dalle nobili mani, ma forse anche apprezzabile dalle altrettanto nobili orecchie. In questo senso questo brano è figlio del suo tempo e costituisce un’ottima testimonianza della vita musicale salisburghese, a quanto pare vivace ma legata non solo agli interessi e ai gusti di corte, ma anche alle dita. Nel Concerto sono comunque inserite due cadenze solistiche (inserite in partitura e di mano mozartiana nel manoscritto) e la perizia tecnica richiesta ai primi due solisti mostra comunque come seriamente fosse considerata l’istruzione musicale nell’alta borghesia della seconda metà del Settecento.

Mozart ebbe un rapporto conflittuale con la sua città, con il suo principe, con suo padre che nella città era ben inserito e ne rappresentava un elemento paradigmatico. I Mozart però non erano i soli musicisti di spicco di Salisburgo: accanto al rispettabile vice maestro di cappella Leopold e accanto al difficilmente catalogabile talento di suo figlio Wolfgang, vi era una serie di figure più o meno ben inserite nel sistema, alcune delle quali hanno lasciato una traccia che ancora si scorge nella storia della musica. Michael Haydn fu uno di questi musicisti, fratello del geniale e cosmopolita Joseph, egli ebbe un talento forse più precoce di Joseph, ma da subito mostrò una vocazione verso la provincia, verso un ambiente ristretto nel quale trovare una collocazione e vivere e produrre serenamente. Esattamente il contrario di Wolfgang, dunque, che però fu sempre in eccellenti rapporti con Michael, e con Joseph naturalmente, sia diretti (durante la giovinezza salisburghese), sia epistolari successivamente. Tra loro vi fu sempre stima e collaborazione, e la Sinfonia K. 444 ne è un prodotto.

Oggi tendiamo, ed è un’idea che affonda le radici più nel Romanticismo che nelle epoche precedenti, a vedere la creazione artistica come un’espressione tutta individuale, un unicum del quale l’artista creatore è artefice e demiurgo nello stesso tempo, una sorta di medium tra un mondo platonico delle idee e la realtà in cui opera. Al tempo di Mozart la composizione era vista in modo diverso, e anche l’immagine di Mozart, così come la conosciamo, è una conseguenza della visione ottocentesca. Mozart fu probabilmente il primo compositore che tenne ben presente, difese, soffrì per esprimere l’unicità del suo genio, fu forse il primo a pensare che un compositore potesse avere del genio, in tutta la sua inesplicabilità. Nonostante ciò, egli parlava un linguaggio musicale comune alla maggior parte dei musicisti della sua epoca, e proprio questa comunanza di codice gli permise, ad esempio, di anteporre un Adagio introduttivo ad una Sinfonia di Michael Haydn, una sorta di cornice ad un lavoro altrui e che oggi riterremmo del tutto compiuto e affatto bisognoso di interventi esterni. L’intervento di Mozart non ci sorprende più, però, se pensiamo che questa sinfonia poté essere considerata per molti anni del tutto mozartiana, e che fu addirittura catalogata come n.37. Sin dal primo ascolto, comunque, si avverte la differenza di statura delle due personalità musicali, anche se di estraneità vera e propria non si può parlare. La Sinfonia di Haydn, cioé i suoi tre movimenti principali, sono di ottima fattura, eleganti ma forse privi di guizzi o di particolari segni distintivi. L’introduzione di Mozart appare piuttosto come come l’inizio di qualcosa di grandioso, possiede una magniloquenza che non troverà seguito nella musica successiva, un incedere che lascia pensare più alle sue sinfonie successive o addirittura alla sua musica sacra che all’onestà di Michael Haydn. Furono sempre in buoni rapporti, come si è detto, e addirittura accadde che, in occasione di una visita di Wolfgang a Salisburgo, egli trovasse Michael malato e non in grado di concludere la composizione di sei Duetti per violino e viola che Colloredo gli aveva richiesto. Mozart compose i due mancanti ed il tutto trovò serenamente posto sotto il nome di Michael Haydn nella biblioteca musicale del principe così come nelle edizioni a stampa successive.

Mozart compose nella sua carriera molte Serenate, più di una ventina e per organici variabili, anche se solo due o tre di esse permangono stabilmente nel repertorio moderno. La Serenata fa parte di un genere musicale non ben determinato, sicuramente d’occasione, al fianco dei Divertimenti, delle Cassazioni, dei Notturni, ecc. Il confine tra queste forme è estremamente labile, spesso più legato al numero dei movimenti che le compongono che al loro contenuto, in ogni caso leggero, sereno, facilmente ascoltabile e mai troppo impegnativo nell’ascolto come nell’esecuzione.

Secondo alcuni, la Serenata K. 239 fu composta per celebrare l’inizio d’anno 1776 nel palazzo della contessa Lodron, la stessa che nel mese successivo gli commissionò il Concerto per tre pianoforti. In genere le Serenate erano eseguite di notte, o alla sera, e comunque sempre all’aperto ed indipendentemente dalla stagione (e a Salisburgo l’inverno è ben freddo). Abbiamo qualche cronaca di queste esecuzioni, e probabilmente la Serenata che ascoltiamo stasera non fece difetto in questo senso: com’era costume nell’area della Salzach, la musica veniva suonata davanti all’ingresso o nel giardino della residenza, i musicisti si presentavano e si allontanavano dal palco eseguendo a memoria la Marcia iniziale, suscitando lo stupore e l’ammirazione degli ospiti. Uno spettacolo, dunque, e ancor più grande in questo caso perché la Serenata K.239 nasce per due orchestre, una composta da due violini solisti, una viola ed un contrabbasso, l’altra da un gruppo di archi, senza contrabbassi, e da timpani.

Questo gusto per il fasto non va però biasimato in alcun modo; esso ci fornisce la misura dell’interesse che una classe sociale agiata nutriva verso l’arte, ed è grazie a questo mecenatismo un po’ sbruffone che oggi sopravvivono molti capolavori. Il sostegno materiale dell’arte, e della musica, è un argomento oggi molto sentito. I tempi sono cambiati, i musicisti non dividono più i pasti con valletti e camerieri, non sono più in un libro paga in posizione appena superiore rispetto al personale delle cucine, non vestono più una livrea, com’era per Leopold Mozart. Questo è un segno di evoluzione e di una considerazione dell’arte che fa bene a chi la crea e a chi ne fruisce.

Rani Calderon
Direttore d’orchestra

Nato nel 1972 in Israele, Rani Calderon ha studiato pianoforte, direzione d’orchestra e composizione presso le Accademie musicali di Tel Aviv e Gerusalemme.

Ha proseguito la sua formazione in Europa, prendendo parte a masterclass al Centre de Formation Lyrique dell’Opéra Bastille de Paris, a Monaco di Baviera, a Dresda ed a Firenze sotto la guida di Bruno Rigacci.

Dopo un’iniziale attività quale pianista accompagnatore in importanti concorsi internazionali, concerti e masterclass, dal 1995 al 1999 è stato impegnato presso la New Israeli Opera di Tel Aviv quale Direttore Assistente (di direttori del calibro di Gabriele Ferro, John Maceri, Daniel Oren, Alberto Zedda, Julius Rudel ed Asher Fisch) di produzioni quali Il barbiere di Siviglia, Le nozze di Figaro, La Bohème, La Cenerentola, Falstaff, MadamaButterfly, Werther, Elektra, The Rake’s Progress, Tosca.

Dal 1996 al 1998 ha diretto Suor Angelica, Madama Butterfly ed Il tabarro ad Orvieto, a cui ha fatto seguito la sua direzione al Mandel Culture Center di Tel Aviv del Trittico, di cui ha curato anche la regìa.

E’ successivamente stato assistente di Zubin Mehta nella produzione di Ariadne auf Naxos (con la Israel Philharmonic Orchestra), di Daniel Oren per lo Stabat Mater di Rossini e di Asher Fisch all’Opéra National de Paris nei Contes d’Hoffmann. In Israele ha inoltre diretto la Sofia Philharmonic Orchestra ed altre orchestre di calibro internazionale.

Invitato dal Teatro Municipal di Santiago del Cile per la direzione di una nuova produzione di Orfeo ed Euridice nel 2002, vi ritorna l’anno seguente per dirigere I Pagliacci e Gianni Schicchi (con Leo Nucci). Durante la stessa stagione ottiene un notevole successo dirigendo Macbeth con l’Orchestra Sinfonica della Radio Rumena.

Yoko Kikuchi
Pianoforte

Nata a Gumma (Giappone) il 18 ottobre 1977, Yoko Kikuchi ha iniziato lo studio del pianoforte all’età di 4 anni. Si è diplomata alla Toho Gakuen High School of Music di Tokyo nel 1996 con il massimo dei voti, studiando con Kiyoko Tanaka e Hidemitsu Hayashi.

Dall’ottobre 1996 è allieva dell’Accademia pianistica Internazionale “Incontri col Maestro” di Imola, dove studia sotto la guida del M° Franco Scala e, dall’ anno 2000, anche con il M° Antonio Ballista diplomandosi nel 2003 con Master. E’ inoltre allieva effettiva del corso di Fortepiano presso la stessa Accademia, tenuto dal M° Stefano Fiuzzi.

Nel gennaio 2002 ha vinto il primo premio al Concorso Mozartwettbewerb di Salisburgo che le ha permesso di allargare notevolmente la sua attività in Europae in Giappone. Nel 2003 ha suonato al Festival di Salisburgo con l’Orchestra Mozarteum Salzburg diretta dal M° Ivor Bolton, ed alSintra Festival a Lisbonacon Gulbenkian Orchestra diretta dal M.Lawrence Foster.

Ha suonato sotto la direzione di Dennis Russell Davis, Laurence Foster,Ivor Bolton, Hubert Soudant, Günter Pichiler, Pedro Halffter, Christian Mandeal, Anton Nanut, Hanns Martin Schneidt, Saulis Sondeckis, Erich Binder, Naoto Otomo,Yoshimichi Inoue, Ryusuke Numajiri e altri.

Ha suonato con Mozarteum Orchester Salzburg, Orchestra da camera di Mantova, Gulbenkian Orchestra, Robert-Schumann Philharmonie Chemnitz, Sicilia Symphony Orchestra, Orchestra “Haydn”di Bolzano e Trento, Tokyo Symphony Orchestra, Camerata Virtuosi of New York, Slovenia Radio Television Orchestra, Hellas Orchestra of Patras, New JapaAn Philharmonic Orchestra, Tokyo Philharmonic, Yomiuri Nippon Symphony Orchestra, NagoyaPhilharmonic Orchestra, Orchestra Ensemble Kanazawa e altri.

Nel Novembre del 2004 ha collaborato con Leipzig String Quartet.

In Italia ha suonato in prestigiose stagioni concertistiche e festival, quali la Amici della Musica di Palermo, Societa dei concerti di Brescia, Settembre Musica di Torino, Mittelfest, Festival Internazionale concerti d’autunno di Sala Greppi, Orchestra da camera di Mantova.

Prossimamente suonerà per la Madeira Festival e Leiria Festival in Portogallo e anche sotto la direzione di Rainer Honeck , Gerd Albrecht, Orchestra I pomeriggi Musicali.

Chiara Opalio
Pianoforte

Ha quattordici anni, è nata e risiede a Vittorio Veneto.

All’età di tre anni e mezzo ha cominciato a manifestare uno spiccato interesse per il pianoforte ed ha seguito un corso per giovani musicisti, debuttando in concerto a Trieste all’età di quattro anni.

Nel 2001 ha superato l’Esame di Compimento Inferiore di 5° Anno di Pianoforte al Conservatorio “G. Tartini” di Trieste col massimo dei voti e la lode.

Attualmente studia presso l’Accademia Pianistica “Incontri col Maestro” di Imola con il Maestro Franco Scala e con il Maestro Piero Rattalino.

E’ risultata vincitrice delle più importanti Rassegne e Concorsi Pianistici Italiani per Giovani Pianisti, tra i quali“Piccole Mani” di Perugia, “ Concorso Pianistico Internazionale” di Stresa,“Coppa Pianisti d’Italia” di Osimo, “Città di Albenga” di Albenga, “Città di Cesenatico” di Cesenatico, “J.S.Bach” di Sestri Levante, “M.Clementi” di Firenze, “I Giovani per i Giovani” di S. Pietro in Vincoli, etc.

E’ stata inoltre finalista e premiata con Menzione d’Onore come miglior talento presente al Concorso Pianistico Internazionale “C.Czerny” di Praga, nel 1999.

Nel 2001 ha ottenuto il terzo premio, prima tra i concorrenti italiani, al “Primo Incontro Internazionale Giovani Pianisti” Città di Ostra-Senigallia.

Concertista già esperta, è in possesso di un vasto repertorio pianistico. Si è esibita come solista e con orchestra in vari concerti a Vittorio Veneto,Ischia, Cortina, Pistoia, Rimini, San Marino, Belluno, Firenze, Chianciano Terme, Padova, Verona, Napoli, etc…

Recentemente si è esibita nel Conservatorio di Milano presso la sala “Puccini”, a Vicenza al Teatro Olimpico e a Stresa per la Rassegna musicale “Dino Ciani”.

Inoltre, ha da poco superato l’Esame di Compimento Medio di 8° Anno di Pianoforte al Conservatorio “G.Rossini” di Pesaro col massimo dei voti.

Ha anche tenuto una serie direcitals in Germania,Francia, e nel Principato di Monaco dove ha riportato un lusinghiero e incoraggiante successo.

Alexia Muzà
Pianoforte

E’ nata ad Atene nel 1989 ed ha iniziato a studiare il pianoforte con la madre venezuelana. Dal 1998 è allieva di Mo Leonid Margarius e dal 1999 frequenta l’Accademia Pianistica Internazionale “Incontri col Maestro”di Imola sotto la guida dei Maestri Leonid Margarius e Anna Kravtchenko.

Ha già partecipato in Grecia a festivals importanti come al Festival Internazionale Pianistico di Nauplia nel 2001, al Festival InternazionaleArchanes Creta nel 2002, al Primo Festival Pianistico Internazionale di Salonico del 2003. In Italia si è esibita in Trento, Imola, Rovereto per la Associazzione Mozart Italia, in Bologna per l’Accademia Filarmonica. Ha suonato in Hong Kong (Concert Hall), Berlino (Konzerthaus) e Salzburg (Mozarteum) sempre riscuotendo enorme entusiasmo.

Alexia Muzà ha vinto il premio assoluto al concorso nazionale pianistico greco “Filona 2000”.

Il Cast

Direttore: Rani Calderon
Pianoforte: Yoko Kikuchi
Pianoforte: Chiara Opalio
Pianoforte: Alexia Muzà
Voce narrante: Irene Serini
Orchestra: Orchestra I Pomeriggi Musicali