Le date

Sala Grande
sabato 03 maggio 2008
Ore: 17:00

Programma di sala concerto 3 maggio.

André Jolivet
Concertino per Tromba, Archi e Pianoforte

Béla Bartòk
Danze Popolari Rumene, per Orchestra d’Archi
Danza del bastone
Danza della fascia
Danza sul porto
Danza del corno
Polka rumena
Danza veloce
Danza veloce

Gerald Finzi
Eclogue, per Pianoforte e Archi

Dmitri Shostakovich
Concerto per Pianoforte, Tromba e Archi
Allegretto
Lento
Moderato
Allegro con brio

“Ridare alla musica il suo senso originale, poiché espressione magica ed incantatoria dei gruppi umani”. A queste parole Andrè Jolivet rimarrà fedele per tutta la vita, cercando in tutte le composizioni di elevare la musica ad una dimensione universale e spirituale, che fosse dell’uomo la rivelazione della sua più intima natura.
Nato a Parigi nel 1905, già le sue prime composizioni sono segnate dalle passioni che sosterranno la sua ispirazione negli anni a venire, sopra ogni cosa il teatro e le culture musicali extraeuropee, a cui si aggiungerà negli anni della maturità l’interesse per l’esoterismo orientale. Proprio al teatro si può ricondurre la spiccata capacità evocativa e simbolica, che caratterizza la produzione degli anni del secondo dopoguerra. Già all’età di quindici anni però, sognando di poter far parte della Comédie Francaise, Jolivet scrive la sua prima opera “Romance Barbare”, elaborando non solo la partitura ed il libretto, ma persino costruendo in cartone scene e personaggi. Per i fasti della Comédie Francaise dovette aspettare il 1945 quando ne divenne direttore musicale, anche se l’opera gli valse comunque l’ingresso al Conservatorio. L’esperienza che però formò definitivamente il suo modo di concepire l’arte musicale, fu senza dubbio l’esposizione coloniale del 1931, che lo rese prigioniero per sempre di quelle remote melodie orientali e di quei sabbiosi ritmi lontani, che divennero il colore più tipico della sua voce. Più volte nel corso degli anni, questa passione lo costrinse a intraprendere numerosi viaggi verso i paesi del sud del Mediterraneo e alla volta del pacifico, sempre alla ricerca di nuove miniere musicali.
La prima composizione in cui provò ad armonizzare compiutamente le esperienze accumulate fino ad allora, fu probabilmente l’eclatante Cinq Incantation per flauto solo, da qui in poi, prima con il gruppo “Jeune France” costituito insieme a Olivier Messiaen e Daniel Lesur, e poi con il “Centre Français d’Humanisme Musical”, l’animo tempestoso di Jolivet tenterà una difficile sintesi fra musica etnica, jazz, ma anche neoclassicismo e dodecafonia. Sull’esempio di Berg e di Varèse -Jolivet fu l’unico allievo europeo ammesso alle lezioni del maestro francese- proseguì instancabilmente nel proposito di creare un linguaggio a suo modo universale, capace di esprimere l’essenza magica e misteriosa dell’uomo.
In questo contesto si iscrive anche il Concertino per tromba, archi e pianoforte, il primo dei “miei balletti per tromba” come Jolivet amava definire i suoi due concerti per questo strumento, ed effettivamente il secondo concerto fu usato per il balletto “Marines” del 1961 all’Opera Comique.
Il Concertino vide la luce proprio nei primi anni della rinascita della tromba come strumento solista, e forse, fu proprio grazie a questa composizione, insieme al crescente interesse per il jazz, che si ebbe la definitiva affermazione dello strumento.
Il repertorio che si andava formando in quegli anni era principalmente quello barocco, con le trascrizioni dei brani per oboe o flauto che i solisti di nuova generazione potevano virtuosisticamente affrontare.
Jolivet sembra qui voler far parte di questo nuovo corso, apponendo i suoi occhi irrequieti in un caleidoscopio rivolto qualche secolo indietro, restituendo però al 1950 -il 10 giugno sarà la data della prima esecuzione con Arthur Haneuse solista, diretto dall’autore- il suo barocco, interiorizzato e trasformato: la tromba, una volta amica fedele e severa, ora volteggia folle e concitata come un acrobata coraggioso, sa abbandonarsi a lunghe esortazioni liriche per poi lanciarsi nel vuoto di un estremo virtuosismo, il clavicembalo, da mesto guardiano dell’armonia viene trasformato in un mostro, il pianoforte, che sembra vivere rabbiosamente in oscure e infernali voragini, l’orchestra d’archi poi, un tempo educata compagnia di nobili, è resa dall’autore poco meno di un manipolo di assetati.
Dopo una breve quanto esplosiva cadenza, la tromba si insinua dettando il tema da cui scaturirà l’intero brano, una danza diabolica accompagnata dal pianoforte e da tutti gli archi. Seguiranno alcune variazioni caratterizzate ognuna da una particolare figura melodica, un veloce ritmo di marcia, poi lunghe trame di terzine e virtuosistici veloci ribattuti.
Quando poi precipita la variazione lenta, l’atmosfera d’improvviso sembra raggelare fra le frasi della tromba con sordina e i vitrei interventi degli archi.
Poi un gioco ritmico e serrato fra pianoforte e tromba, sfocierà in un ultima gioiosa ed estatica corsa finale.

Già nel 1905 il giovane Bartòk, con il cuore ancora traboccante di romanticismo tedesco,
batteva la Transilvania alla ricerca di quei canti popolari che, attraverso la sua personalissima sintesi, cambieranno il corso della musica colta occidentale.
I temi utilizzati per le “Danze Popolari Rumene”, sono tratti direttamente dall’imponente raccolta di 1115 danze, che Bartòk mieté registrando i suoni e le voci dei contadini.
In questa composizione, come nei molti brani degli anni antecedenti la prima guerra mondiale, si avverte nell’autore il processo di assimilazione della grammatica e della sintassi della musica popolare, di quel “parlando rubato” che gli schiuderà infinite e nuove possibilità espressive.
Questi temi non vengono utilizzati in modo pittoresco, per dipingere un’atmosfera locale o nazionale, il dato popolare diventa fonte programmatica per tutta la composizione, ogni aspetto formale è suggerito dallo stesso elemento primitivo.
“ Saper trattare le melodie popolari è uno dei lavori più ardui che esistano e può considerarsi senz’altro pari, se non addirittura più difficile, a quello del compositore di musiche originali”.
Nella produzione di questo periodo, l’utilizzo di scale octatoniche e pentatoniche, cioè estranee fino ad allora al linguaggio musicale europeo, di armonizzazioni atonali e politonali, permetterà a Bartòk di creare sorprendenti giochi di colore che, pur serbando intatto il tempo di una civiltà che da lì a poco si sarebbe frantumata, sono proiettate in una radiosa modernità.
E nell’asprezza che percorre l’armonia di queste danze, forse con un po’ di fantasia, si può ritrovare un po’ dell’amarezza che il grande compositore ungherese dovette sopportare nella sua vita, forse quando, appena abbandonata l’ultima soglia della giovinezza, la sua meravigliosa opera
“ Il Castello di Barbablù” fu giudicato “insuonabile” dalla Commissione Ungherese per le Belle Arti, o quando nel ‘40 per la sua opposizione al nazismo fu costretto a stabilirsi negli Stati Uniti. Eppure invincibile, appare il segreto ottimismo ammaccato di queste musiche, e il loro malcelato sorriso.
Il difficile periodo americano, fatto di ristrettezze economiche e malinconia, concluderà la stagione dei grandi concerti e dei quartetti, e con la commissione di Serge Koussevitsky chiuderà, con il Concerto per Orchestra ultima opera di Bartòk, una fondamentale tappa della musica del novecento.

“L´artista è come l´insetto del corallo che costruisce la sua barriera al riparo dal mondo mutevole che lo circonda e che crea strutture solide destinate a sopravvivere a lungo alla sua fragile ed incerta vita.” Così Gerarld Finzi si esprimeva sulla sua attività di musicista. Di origini italiane, nacque a Londra nel 1901 in una famiglia di cultura ebraica, che provvide alla sua istruzione e alla prima educazione in campo musicale. All’età di sette anni, però, il corso della sua vita cambiò improvvisamente a causa della morte del padre, evento tragico che rese ancora più esile una già delicata natura. Chi lo conobbe ebbe a raccontare di un uomo solitario, che sfuggiva al mondo rifugiandosi in profondissime letture, “un uomo lacero di tempo” prendendo in prestito il verso famoso di uno fra i poeti più amati da Finzi, Thomas Hardy. Proprio di quest’ultimo sono le parole dei songs più riusciti di Finzi: By Footpath and Stile (1922), per voce e quartetto d’archi, e A Young Man’s Exhortation e Earth and Air and Rain, per voce e pianoforte.
Molte sue opere sono entrate a far parte del grande repertorio, il concerto per clarinetto ed il concerto per violoncello, entrambi scritti dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando aprì la sua casa a molti rifugiati provenienti dalla Germania e dalla Repubblica Ceca.
Lo stile musicale di Finzi, lontanissimo dalle più importanti contemporanee tendenze europee, appare oggi, nella sua piccola unicità, più comprensibile se illuminato dalla luce di quelle letture che accompagnarono l’esistenza del compositore.
L’intera produzione di Finzi è pervasa da un delicato senso di malinconia e di introspettiva solitudine. Spesso intimamente ispirato da soggetti religiosi, riesce ad illustrarli con naturale bellezza e composta eleganza.
Da qui la grande passione per Bach, a cui la dolce Ecloga per pianoforte chiaramente rimanda.
Non sappiamo se una lettura in particolare abbia ispirato la lieve bellezza di questo brano, ma la condotta umilmente spirituale e la struttura semplice e classica, può forse rimandare alle tenui atmosfere lacustri delle poesie di Woordsworth, e l’attacco antifonale del brano tra pianoforte e orchestra d’archi, alle profonde meditazioni di Coleridge.

Il Concerto per pianoforte, tromba e archi op. 35 fu completato da Shostakovich nel 1933, la prima esecuzione si ebbe a Leningrado, con al pianoforte lo stesso autore, il 15 ottobre dello stesso anno, poco dopo aver ricevuto dal partito l’accusa di formalismo, e poco prima di incassare la sua prima denuncia ufficiale, quella del ’36, avvenuta dopo una rappresentazione a Mosca dell’opera “ Lady Macbeth”. Stando alla leggenda, Stalin in persona, dopo aver assistito all’opera, scrisse un articolo sulla Pravda intitolato “Il caos anziché la musica”, condannando l’opera e bloccandone le rappresentazioni.
Shostakovich da lì a poco fu dichiarato nemico dello Stato, e il non correggersi del suo genio al realismo socialista, avrà come conseguenza, nel 1948, il suo completo isolamento e la cacciata dal Conservatorio. Non del tutto sincere apparirono, all’autore stesso ed al partito, le dichiarazioni programmatiche che Shostakovich fece proprio alla pubblicazione di questo primo concerto: “Sono un compositore sovietico e sento che la nostra epoca è un’epoca eroica, piena di vigore e di gioia di vivere”. Più di qualsiasi enfatica assicurazione, la musica di Shostakovich ha saputo dire la verità sulla condizione degli artisti, e più in generale di tutta la popolazione negli anni duri dello stalinismo.
Un esempio importante del rapporto di Shostakovich con il potere, è la composizione nel ’45 della sua Nona sinfonia, sinfonia che sarebbe dovuta essere di ampie proporzioni per celebrare la vittoria di Stalin sulla Germania, e che invece fu ideata come un brano di breve durata, dal gusto neoclassico e dai toni scherzosi, un gesto canzonatorio verso la retorica del regime o forse una provocazione inneggiante alla propria sopravvivenza, che fu infatti immediatamente recepita come “buffa e stracolma di umorismo fino alla trivialità”.
Nella tarda maturità, uno degli ultimi pensieri musicali di Shostakovich, l’op.145, Suite su versi di Michelangelo, può dare la misura della sua desolante condizione esistenziale di artista intrappolato nella storia. “Il mondo è cieco…. /spent’è la luce e seco ogni baldanza,/trionfa il falso e ‘l ver non surge fora.”. Alla Voce di Basso sono affidate le parole di quest’ultima sentenza, voce annunciata da due trombe ferali, salmodianti d’un orizzonte lontano.
È forse il timbro stesso della tromba, che in tutta l’opera del maestro di Pietroburgo assurge a simbolo dell’esistenza, dal suo luminoso annunciarsi alla sua fine.
Anche il Concerto per pianoforte op. 35, seppure di diversissima ispirazione, si innesta in una visione di questo tipo. L’Allegretto iniziale si apre con una domanda posta dalla tromba con sordina e dal pianoforte, domanda a cui nessuno risponde. Subito si scivola fra le braccia rapsodiche e romantiche del pianoforte che espone i temi cardine del movimento. E’ proprio questa scrittura a rendere l’op. 35 un vero concerto per pianoforte, dove un’anima sporca e lucente, la tromba, fa capolino cercando di sconfiggere l’oscuro silenzio in cui è relegata.
Un concerto per pianoforte con una spina nel fianco, una tromba che cerca spazio intromettendosi a forza nel discorso, sottolineando o ripetendo frasi lasciate dal piano, oppure dolcemente accennando un canto subito spezzato.
Si chiude l’Allegretto con il tema ormai desolato del pianoforte, gravato solo della tenebra scivolosa della tromba, che suona in pianissimo.
Il Lento prende forma da un chiarissimo e dolente canto dei violini, che andrà a sgretolarsi in un trillo del piano, che adagiatosi lentamente in un valzer dal sapore amaro di un rimpianto, crescerà infittendosi fino ad una dilaniata cadenza e al silenzio. Shostakovich scrive un movimento introspettivo e profondo, quasi volesse svelare a se stesso ultime verità ancora nascoste.
Lontano nel cuore, risuona la tromba con sordina, un’eco del tema precedentemente suonato dai violini, accade così, che per la prima volta un vero dialogo si instauri fra i solisti, ogni antagonismo è stato finalmente superato, d’ora in poi l’entità solistica è una sola, riunita.
Il Moderato, spesso non considerato un movimento a sé stante, come un dolce commentare fra sé, prepara all’ultimo movimento, l’Allegro con Brio.
«Da ragazzo suonavo il pianoforte al Teatro della Pellicola, quello che oggi si chiama Barricata. Non c’è leningradese che non lo conosca. Il ricordo che ne conservo non è dei più piacevoli. Avevo diciassette anni, e il mio lavoro consisteva nello scegliere pezzi musicali adatti ad accompagnare quello che succedeva sullo schermo. Il mio primo mese di lavoro al cinematografo fu un lungo tormento. Nient’affatto divertente». Eppure, l’esperienza come pianista al cinematografo deve aver certamente pesato nella composizione di questo turbolento divertissement, che trascina uno dopo l’altro motivi sempre più nervosi e chiassosi, improntati al più esasperato virtuosismo pianistico, in cui si inseguono figure classiche e caricaturali, motivi leggeri e da parata, fino al parossistico assolo della tromba che cita, in forma clownesca, un tema dello stesso Shostakovich scritto per l’opera “il Povero Colombo” di Dressel.
Fra schiamazzi, sproloqui, salti e risa si arriva alla stretta finale, dove gli ultimi estremi e festosi passaggi del pianoforte sono incorniciati da potenti squilli di tromba, squilli d’oro che soffiano via lontano, sempre più lontano, in un baleno, tutti i mali della terra.

Il Cast

Tromba: Gabriele Cassone
Pianoforte: Roberto Plano
Ensemble d’archi: “I Pomeriggi Musicali” di Milano