Le date

Sala Grande
giovedì 14 febbraio 2008
Ore: 21:00
sabato 16 febbraio 2008
Ore: 17:00

a cura di Edgar VALLORA

REBORA – Eine kleine Kocku
Tutto fuorché banale. A partire dalla ubiquità (nata a Genova, torinese d’adozione, diploma a Roma, a Santa Cecilia; docente a Gallarate).  Continuando per i molti concorsi frequentati, che  quasi sempre la hanno vista vincente (concorso “Carella” in Val Tidone; concorso  “Borsacchi”; ma soprattutto il Concorso di Stresa, del 2003, vinto con il brano Karumi Kana).
Proseguendo con gli spunti letterari, insoliti, che l’autrice sceglie per le sue composizioni, tutte di alta evocazione poetica. E un piacere elencare le sue opere, fonti di indimenticabili suggestioni: “Sabbie mobili”, “La tribù delle formiche”, “Sillabazioni incognite”,  “Il cucchiaio di meteorite”, “Il mago fannullone”, “Anima gemente”, “Ve ne siete accorti”, “…un gioco di fonosillabe”, “Inclusioni”, “di-versi-in-versi”.

BEETHOVEN – Concerto per pianoforte e orchestra  Op.61
Prima osservazione di assoluto rilievo: il Concerto Op.61  non è nato come concerto per pianoforte, ma è la trascrizione del grande (ed unico) Concerto per violino composto da Beethoven.  La trascrizione per pianoforte avvenne  su incarico del compositore Muzio  Clementi, che era anche editore di musica. “Ho acquistato in questi giorni – scrive Clementi nell’aprile 1807 al suo socio di Londra – un concerto per violino, molto bello e riuscito: che, dietro mia richiesta, Beethoven stesso adatterà per pianoforte”.

E’ naturale che, trattandosi di una fedele trascrizione  (la critica lo ha incorniciato come “un ricalco esatto della parte violinistica trasportata sulla tastiera del pianoforte), vale il profilo – storico, formale, estetico – del Concerto originale per violino.
Definito dai grandi solisti “il concerto dei concerti”, l’Op.61 fu composta nel corso del 1806 (un anno difficile, segnato dal clamoroso insuccesso del Fidelio); eppure portata a termine con insolita compattezza e celerità, e senza l’affaticamento dei rimaneggiamenti tipicamente beethoveniani. L’opera si affianca dunque  alla Quarta Sinfonia e ai primi due Quartetti “Razumowsky” Op.59.
Il lavoro, rimasto “unico” nella letteratura beethoveniana per violino solista, non fu ben accolto da pubblico e critica: “massacrato”, addirittura, nel suo affacciarsi alla vita. Appare inconcepibile, oggi,  che un’opera di tale grandezza (sotto tutti i profili: nobiltà, trasparenza e facilità di comunicazione) sia stata ferocemente contestata prima di guadagnarsi un posto d’onore: quando si tratta, nella realtà, dell’archetipo dei grandi concerti romantici, il modello al quale fecero riferimento i vari Mendelssohn, Schumann, Brahms e Cajkovskij per i loro concerti per violino.
La critica si è poi ricreduta, inchinandosi dinanzi alle conquiste di Beethoven, meritevole di aver “reinventato” (non solo rivisitato) lo spirito del tradizionale concerto per violino:  trasfigurandone il linguaggio, formalmente rispettato, grazie a scoperte  espressive di assoluta innovazione.
Tra le virtù irripetibili di questo capolavoro: l’esaltazione della melodia,  la comunicatività senza barriere, la rotondità del flusso narrativo, il taglio rapsodico, e soprattutto una opalescente luminosità che tutto irradia. Come se il Concerto volesse programmaticamente rifuggire da ogni conflitto, dialettico, armonico, tonale.
L’Allegro che apre il Concerto  ha raggiunto  l’immortalità grazie alla melodia che lo anima – una delle più note della musica classica -, melodia  che si innalza purissima e levissima sopra il pulsare del timpano: un colpo di genio, ritmico, simile al battito del cuore, che apre la partitura con un senso di attesa, e che ricompare (per ben 70 volte!) nel corso del brano. Anche il Laghetto privilegia le linee, svaporate e tenui, del primo movimento, cadenze e tinte di una pagina liederistica. Cordialità, affabilità, buon umore popolare – quasi a ristabilire una temperatura media dopo l’insostenibile leggerezza del Larghetto  – accendono invece i due couplets  del Rondò, che ricordano le gioie semplici della “Pastorale”.

Fu Clement, direttore dell’orchestra di Vienna ma anche violinista fuori del comune  (“il miglior solista di Vienna”, questa la voce dell’epoca), a battezzare il Concerto Op.61 nella famosa serata di beneficenza del 23 dicembre 1806.
Come si è detto, tra tutti i concerti di Beethoven questo fu il più sfortunato. L’accoglienza della critica fu ottusa e maligna (“una costruzione ibrida”, “una partitura  che non ha nulla del vero concerto”);  e condannò una simile meraviglia al buio dell’indifferenza.  Fu riscoperto soltanto nel 1844, quando il celebre enfant prodige Joseph Joachim (a soli tredici anni)  lo presentò a Londra sotto la fortunata direzione di Mendelssohn. Da quella data – ma solo da allora – la fortuna del Concerto non è più stata offuscata  da ombre.
Grande privilegio, questa sera, di ascoltare il Concerto nella rarissima veste di Concerto per pianoforte.

HAYDN –  Sinfonia n. 101
Appartiene alle 13 sinfonie  composte  a Londra ed espressamente dedicate al pubblico di Londra (che, rimesse in ordine cronologico, risultano: la n.96, 95, 93, 94, 98, 97, 105. E, secondo gruppo: n.99, 101, 100, 102, 103, 104).
Quest’ultima brillante fioritura ebbe luogo durante i due periodi trascorsi a Londra  (prima il soggiorno del 1791-93; poi quello del 1794-95), e non per caso: nate in un’atmosfera – quella inglese – che senza dubbio influì su certe opzioni artistiche di Haydn, favorendo un affinamento stilistico che a volte lascia obiettivamente sbalorditi. La critica è concorde nel sottolineare una “eccezionale rivalutazione dell’apparato strumentale”, sia nell’estensione (inclusione dei clarinetti, potenziamento di trombe e timpani,  comparsa di strumentini “militari”), sia nell’espressività; un’accurata attenzione timbrica, messa in luce attraverso cesellati passi solistici; una ”umanizzazione” delle melodie, tratte dal folclore, e dunque di disarmante semplicità, ma riscattate attraverso manipolazioni di suprema abilità concettuale.
Attraverso colpi di genio  Haydn crea opere assolutamente originali utilizzando trame elementari e già assodate (vedi i rituali Adagi d’apertura,  in tonalità minore ma con diverso spettro luminoso; vedi  i minuetti che hanno perduto ogni sapore rococò, i trii perdutamente rapsodici, i rondò dai contorni labirintici).
“Apparentemente chiuso – scrive Della Croce – in una corazza formale rimasta in fondo uguale nei 38 anni di attività, Haydn si rivela in certi passaggi di queste ultime Sinfonie, come sognatore di un mondo di felicità davvero nuovo”.

La Sinfonia n.101, oltretutto,  si distingue dalle opere coeve in quanto costituisce una sintesi dei risultati raggiunti: un linguaggio maturo, semplice, sofisticato, ironico.
Sebbene tatuata da uno di quegli appellativi indelebili, tanto cari alla vena descrittiva ottocentesca (“L’orologio”), questa Sinfonia rientra nelle pagine di pura fantasia, di musica astratta, di gioco assoluto.  Dove il “divenire” diventa l’elemento preponderante, che scardina l’essere: dove al blocco monolitico si contrappone la varietà e la ricchezza dei contrasti, zone di respiro o di sorpresa in mezzo a pagine di costruzione serrata.
Esempio ne è il prologo in minore, scuro, plumbeo, teso; ma schiaffeggiato, dopo poche battute, dalla frase saltellante dell’Allegro. Esempio è il ritorno (dopo una lunga serie, nelle Sinfonie vicine, di Adagi “contemplativi”) di un tradizionale Andante con variazioni.
Si tratta della pagina in cui il ritmo di tic-tac,  meccanico, puntato, effetto-metronomo (un ritmo di géometrie  su cui si innesta una melodia di finesse, con movenze di “siciliana”) è il responsabile dell’indelebile epiteto della Sinfonia. In realtà è una pagina che non ha nulla di descrittivo, anzi risulta come un “momento di farsa astratta e intellettuale” (si apprezzi l’incursione nella tonalità minore, prima che il tic-tac dei fagotti e flauti torni ad ipnotizzare l’ascoltatore col  suo andamento dondolante).
Ampio e generoso, come tutti i minuetti delle “Sinfonie londinesi”, è il terzo movimento, contraddistinto da una pienezza sonora insolita per un minuetto; straordinario il Trio, la cui suggestione è affidata a trapassi ritmici e dinamici di insolita audacia. Conclusione altrettanto grandiosa: un Finale che incede tra tonalità maggiore e minore, tra divertimento e serietà, tra offerte sofisticate e “abbassamenti” umoristici. Binari noti ma non sempre prevedibili: fino all’ultima variazione dove l’autore si permette ancora una sorpresa, trasformando il garbato tema d’avvio in una fuga a due soggetti, severa, determinata, calvinista. Prima che il tema, dopo una pausa clamorosamente haydniana, riemerga nel suo candore primitivo.

Poco dopo la stesura di questo gruppo di Sinfonie, si chiuse il secondo soggiorno di Haydn a Londra: un soggiorno fortunatissimo sotto tutti i punti di vista (Haydn ospite fisso a Buckingam Palace; comprimario di tutte le feste private del principe di Galles; direttore e solista di una trentina di concerti per la famiglia reale; 220 le opere composte in “quella terra fortunata”;  e, nel borsellino,  ben 24 mila fiorini…)
Il rifiuto di Haydn a rimanere a Londra (“non me la sento più di chiedere una ulteriore proroga al mio principe  Esterhazy”) suscitò, negli ambienti reali e nel capriccioso pubblico inglese, delusione mista a risentimento. Così il 15 agosto 1795 Haydn lasciava per la seconda (e ultima volta) la capitale inglese, dirigendosi  frettolosamente – via Amburgo e Dresda – verso Vienna. Sembrava anziano, si diceva “vecchio”: mentre lo aspettavano  ancora  quindici  stagioni di vita e di fortunata creazione.

Il Cast

Direttore: Luca Ferrara
Pianoforte: Mariangela Vaccatello*
Orchestra: Orchestra I Pomeriggi Musicali