Le date

Sala Grande
giovedì 31 marzo 2011
Ore: 21:00
sabato 02 aprile 2011
Ore: 17:00

Mendelssohn-Moscheles – “Duo Concertant” per due pianoforti e orchestra
Mendelssohn
– Concerto n. 1 per due pianoforti e orchestra
Mendelssohn
– Sinfonia  n. 3  op. 56 (Scozzese)

Note di Sala:
a cura di Andrea Dicht

Felix Mendelssohn-Bartholdy (1809 – 1847) – Ignaz Moscheles (1794 – 1870)
Duo concertante per due pianoforti con accompagnamento d’orchestra
Andante maestoso – Allegretto. Tempo di marcia – Quattro variazioni – Finale. Allegro vivace – Tempo I

Felix Mendelssohn-Bartholdy
Concerto per due pianoforti e orchestra in mi maggiore
Allegro vivace – Adagio non troppo – Allegro

Felix Mendelssohn-Bartholdy
Sinfonia n.3 op.56 in la minore “Scozzese”
Andante con moto – Allegro un poco agitato – Vivace non troppo – Adagio – Allegro vivacissimo – Allegro maestoso assai

Nel 1833 Mendelssohn, seppur giovane, è già un cittadino europeo, ha conosciuto con cura le nazioni che compongono un continente che ha ancora poca coscienza di sé nella sua integrità, è un cosmopolita esperto e già da tempo ha capito che la fama alla quale ambisce ha senso solo se estesa oltre i confini della Germania. L’Inghilterra, tra le terre che visita e che gli tributano onori, è in una posizione speciale nella sua biografia, e ad essa è legata la figura del pianista compositore Ignaz Moscheles, artista la cui vita comprende anagraficamente la pur breve di Mendelssohn e ne informa in particolare il lato creativo. Moscheles è oggi noto per la sua produzione didattica, ancora in uso in molte scuole pianistiche nel mondo, ed il suo nome ricorre spesso nelle storie della musica perchè, in quanto allievo di Salieri, fu a lui che l’anziano italiano, in punto di morte, confidò la propria estraneità alla morte di Mozart, così come invece recitava un pettegolezzo molto in voga nella Vienna dei primi dell’Ottocento.
Moscheles fu maestro, amico e sostenitore di Mendelssohn, con un comportamento nei confronti di quest’ultimo ben diverso da quello che tenne Salieri con Mozart, moralmente comunque vittima degli intrighi del ben inserito Kapellmeister italiano. A Londra Moscheles trova un elegante alloggio per Felix in Great Portland Street, nell’elegante West End. E’ al secondo piano, Felix si lamenta che al terzo piano spenderebbe la metà dei soldi in affitto, ma Moscheles ritiene più opportuno non incomodare con troppi gradini i tanti visitatori che renderanno prezioso il suo salotto. Ha in uso due pianoforti (uno è della ditta di Muzio Clementi), ed anche una tastiera muta per esercitarsi durante le ore del riposo, visto che Mendelssohn si presenta al pubblico inglese innanzitutto come virtuoso, e solo in seconda battuta sarà apprezzato come compositore.
Nel 1833, attraverso le tappe di Düsseldorf e Amsterdam, Mendelssohn arriva a Londra per il suo terzo soggiorno nella capitale, grazie ad un invito della Philharmonic Society per il 3 maggio. Entra nel suo appartamento il 25 aprile e già al 1° maggio si esibisce con Moscheles in uno strano brano, firmato da entrambi: si tratta del “Duo Concertant pour deux pianos avec accompagnement d’Orchestre ad libitum en Variations sur la marche bohémienne tirée du melodrame Preciosa de C. M. de Weber composé et dédié à Madame Ottilia de Goethe”. Come si fa a firmare a quattro mani una composizione? In effetti gli esempi nella storia sono pochissimi. Conosciamo la Sonata F.A.E. per violino e pianoforte scritta da Schumann, Dietrich e Brahms per Joachim, ma la collaborazione si limitò nel comporre un movimento ciascuno. Sappiamo delle Variazioni di Chopin per violoncello e pianoforte, il cui manoscritto porta la grafia di Chopin sui pentagrammi per pianoforte e quella dell’amico violoncellista August Franchomme su quello del solista.
Nel caso del Gran Duo la situazione è più complessa. Il brano si apre con un’introduzione maestosa che conduce ad un lontano ritmo di Marcia, sul quale si innesta il tema della Marcia Boema di Weber, tratta dalle musiche di scena per il dramma di Wolff basato su “La Gitanilla” , la prima delle dodici Novelas ejemplares (1613) di Cervantes. Sappiamo che Mendelssohn ha redatto le prime due variazioni e Moscheles la seconda coppia, ma non abbiamo modo di stabilire come si sia svolta la collaborazione sul resto della composizione, in particolare sul Finale. Le due parti solistiche sono omogenee per virtuosismo ed eleganza di scrittura, l’intervento dell’orchestra (opzionale come da titolo) è modesto e si limita a pochi inserti sempre in alternanza con i solisti. Quel che non sappiamo, però, lo possiamo inferire dagli esiti successivi di quest’opera: il brano conobbe un grande successo, anche se la partitura cadde in oblio subito dopo la morte di Moscheles (è stata riesumata nel 2008). Moscheles la collocò come op.87b nel suo catalogo, pur menzionando onestamente Mendelssohn come coautore. Quest’ultimo, però, nel vedere la partitura a stampa non poté non rilevare un notevole scostamento tra la versione che eseguì e quella impressa dalla stampa, segno quindi di una mano certamente pesante da parte di Moscheles nella confezione definitiva del brano.

Del tutto diversa è la storia del Concerto in mi maggiore per due pianoforti ed orchestra di Mendelssohn. Composto nel 1823, primo di due concerti destinati a questa formazione, fu probabilmente un regalo di compleanno di Felix per l’amata sorella Fanny, anch’ella pianista di rango. Furono infatti essi ad eseguirlo per la prima volta il 7 dicembre di quell’anno, e 6 anni dopo a Vienna Mendelssohn lo eseguì con grande successo in duo con Moscheles. Dopo questa esecuzione il brano sparì dal repertorio, fino ad un’informale lettura che lo stesso Moscheles organizzò presso il Conservatorio di Lipsia nel 1860, quasi tredici anni dopo la morte di Mendelssohn. In quell’occasione Moscheles suscitò qualche perplessità nel pubblico annunciando un non meglio precisato F. Knospe come autore del brano, effettuando un gioco di parole (Knospe in tedesco significa “gemma”) che sottolineava così la giovane età del vero compositore. Così come avvenne per il Doppio concerto per violino, pianoforte e orchestra, questo brano finì nel lascito berlinese nel 1878, per essere riscoperto nel ventesimo secolo, quando divenne una pedina della Guerra Fredda (congiuntamente all’altro Concerto per due pianoforti e orchestra, del 1824, in la bemolle maggiore). In cambio di libri occidentali venduti di contrabbando a Berlino Est, un copia in microfilm riuscì ad arrivare fortunosamente a New York ed il Concerto entrò stabilmente in repertorio nei primi anni ’50. E’ un brano dall’architettura ampia ma semplice, con frequenti echi beethoveniani. Uno tra tutti, il più facilmente distinguibile, consiste nelle cadenze sulle quali si soffermano i solisti subito dopo l’estesa introduzione orchestrale del primo movimento, secondo l’esempio del Concerto “Imperatore” (1809). Un’altra similitudine è nell’impianto armonico dei tre movimenti (Mendelssohn Mi-Do-Mi, Beethoven Mib-Si-Mib).
Se i due solisti vengono sfruttati in maniera equilibrata nel lirico e caldo Allegro vivace e nel virtuosistico e mirabolante Allegro conclusivo, le personalità dei due pianisti si esprimono autonomamente nel mozartiano Adagio non troppo centrale. Esso si suddivide in tre sezioni. La prima, introdotta dall’orchestra, è in do maggiore e vede come protagonista il primo pianoforte. La seconda volge al do minore, il tempo vira verso un Più mosso e il discorso musicale, più turbolento, è guidato dal solo secondo pianoforte. Tornano le acque calme nella terza sezione, i due pianoforti ripercorrono il tema dell’Adagio adornandolo di arabeschi e rapide volute di suono in una serena coda che conclude il movimento. Il primo solista apre il Finale con una rapida scala che introduce il tema del Rondò, al quale fa eco il secondo solista con un tema più cantabile. Le parti sono aggiudicate tra i vari solisti, il primo all’agilità, il secondo all’espressione. Un crescendo di tensione pervade anche il secondo pianoforte verso una conclusione brillante ed estremamente tecnica.

La collocazione cronologica della Sinfonia Scozzese di Mendelssohn ha dato molto da penare agli studiosi. Nonostante sia la terza del catalogo, è l’ultima ad essere composta, eseguita per la prima volta dal manoscritto nel 1842 nella Gewandhaus di Lipsia, e pubblicata con dedica alla regina Vittoria. Gli schizzi, però, sono precedenti di molti anni, e sono legati alla visita che Mendelssohn effettuò nel 1829 alle rovine del palazzo di Holyrood, “dove la regina Maria visse e amò. […] L’adiacente cappella non ha più il tetto; erbacce ed edera vi crescono in abbondanza, davanti all’altare sul quale Maria fu incoronata regina di Scozia”, così in una lettera da Edinburgo datata 30 luglio 1829. Mendelssohn lascia la Gran Bretagna per l’Italia e comincia a lavorare a partire dal tema (che apre la Sinfonia) appena abbozzato la sera stessa della visita a Holyrood, e porta avanti la stesura fino al 1831. Non sappiamo cosa accade poi. Il brano viene messo da parte per essere ripreso nel 1842.
E’ una Sinfonia complessa, molto varia nelle ambientazioni ricercate, sostanzialmente fondata sul tema iniziale anche se ancora non possiamo parlare delle tecniche cicliche di cui farà uso Liszt negli anni successivi. Seppure si possa parlare di forma-sonata bitematica, di temi accessori e di sviluppi molto articolati, resta il fatto che il materiale tematico di questa ampia Sinfonia è tutto correlato, in maniera più o meno evidente, e la sensazione che si ha è quella del succedersi di vari quadri, con un intento descrittivo mai esplicitato ma in qualche modo percepibile. E’ infatti significativo che Mendelssohn abbia sottolineato in partitura la necessità di eseguire i vari movimenti senza pause, forse proprio per permettere la comprensione delle parentele tematiche, e che il sottotitolo “Scozzese” non sia stato mai posto in calce alla partitura se non in tempi moderni (anche se Mendelssohn nel suo epistolario userà spesso il termine geografico quando vi farà riferimento). E’ interessante notare che in occasione della prima della Sinfonia vi era Robert Schumann in sala come critico per la Allgemeine musikalische Zeitung, la rivista musicale fondata da lui stesso. Per una probabile svista, Schumann fece riferimento al carattere popolare italiano della Sinfonia n.4 “Italiana”, allora ancora non pubblicata, addirittura trovando una somiglianza tra la melodia di apertura della Scozzese con “le melodie antiche cantate nell’amabile Italia”. Di certo, però, il pubblico non poté cadere in questa trappola. Nella Scozzese troviamo il Mendelssohn “ossianico” dell’allora ben nota ouverture Grotta di Fingal, con accordi ampi, quinte da cornamusa nel basso, colori scuri ed impasti sonori opachi, una sorta di linguaggio che fece amare Mendelssohn dai suoi contemporanei ma che permette a noi di inserirlo in una corrente storica, dalla quale però uscì con disinvoltura mostrando un’estetica musicale personale che va dalle atmosfere mozartiane alle rapide scale degli archi della lunga coda del primo movimento che ricordano l’Olandese volante di Wagner, che veniva composto proprio in quegli stessi mesi.

Il Cast

Direttore: Massimo Quarta
Duo pianistico: Alessandra Ammara – Roberto Prosseda
Orchestra: I Pomeriggi Musicali

Biglietteria

Abbonamenti e bilgietti in vendita presso:
Biglietteria Ticket One – Teatro Dal Verme
Via San Giovanni sul Muro, 2 – Milano
Tel. 02 87905

Orari d’apertura
Dal martedì al venerdì dalle ore 10 alle ore 18
Sabato e domenica dalle ore 10 alle ore 13
Vendita Online: www.ticketone.it