Le date

Sala Grande
martedì 26 novembre 2013
Ore: 19:30

Britten, Simple Simphony – Stravinskij, Danses Concertantes – Poulenc, Aubade, per pianoforte e orchestra

 

 La Giornata della Virtù Civile

L’Associazione Civile Giorgio Ambrosoli è promotrice di iniziative che affermano la necessità dell’impegno personale di tutti i cittadini per lo sviluppo di una convivenza sociale giusta, libera e fondata sui principi della Costituzione italiana. Per trasmettere con maggior efficacia questo messaggio, l’Associazione organizza dal 2009 il Concerto Civile Giorgio Ambrosoli al Teatro Dal Verme in ricordo di vittime eccellenti della lotta alla mafia: Giorgio Ambrosoli (2009), Guido Galli (2010), Libero Grassi (2011), Carlo Alberto Dalla Chiesa con Manuela Setti Carraro e Domenico Russo (2012).

L’edizione 2013 sarà dedicata a Don Pino Puglisi

Il Cast

Direttore: Carlo Goldstein
Pianoforte: Davide Cabassi
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Note di sala

Il Concerto Civile Giorgio Ambrosoli, arrivato quest’anno alla V edizione, si integra sempre di più all’interno della Giornata della Virtù Civile, formata da una serie di iniziative rivolte soprattutto ai giovani e alle scuole. Il Concerto di quest’anno ha in programma lavori di tre eminenti compositori del Novecento, che rappresentano una sorta di sintesi delle diverse tendenze e tradizioni culturali della musica europea. È infatti l’Unione Europea l’orizzonte più vasto all’interno del quale cresceranno i cittadini di domani e dove forse troveranno una ricomposizione le numerose contraddizione che attraversano la vita e la storia del nostro Paese.

In questa prospettiva acquista un significato ancora attuale la dedica del Concerto a Don Pino Puglisi, che ha svolta la sua attività pastorale nel quartiere Brancaccio di Palermo, uno dei luoghi simbolo del degrado civile e della illegalità mafiosa. L’impegno di Don Puglisi verso i giovani infatti è stato all’origine del suo sacrificio, riconosciuto anche dalla Chiesa con la recente proclamazione a Beato. La mafia non tollerava che un sacerdote cercasse di educare dei giovani secondo valori non solo morali, ma anche civili e culturali che rischiavano di mettere in discussione il potere esercitato in maniera illegale sulle loro vite e sul loro territorio. L’esempio di Don Puglisi rimane perciò emblematico del desiderio di riscatto di una comunità e soprattutto della impellente necessità di perseguire il fine di un’opera di formazione civile delle nuove generazioni.

A questo scopo, rinnoviamo a tutti l’invito a sostenere l’Associazione Civile Giorgio Ambrosoli, che ha organizzato il Concerto e le altre iniziative della Giornata, in collaborazione con il Centro Paolo Baffi dell’Università Bocconi. Tutte le informazioni e l’archivio delle attività svolte negli anni scorsi si possono reperire nel sito internet (www.associazionecivilegiorgioambrosoli.it). 

Anche quest’anno il programma musicale è stato espressamente ideato e prodotto per il Concerto Ambrosoli, grazie alla generosa disponibilità del pianista Davide Cabassi, del direttore Carlo Goldstein e dell’Orchestra dei Pomeriggi Musicali, ai quali va il più sincero ringraziamento dell’Associazione.  

Oreste Bossini


Edward Benjamin Britten (1913-1976)

Simple Symphony

Boisterous Bourrée: Allegro ritmico

Playful Pizzicato: Presto possibile

Sentimental Saraband: Poco lento e pesante

Frolicsome Finale: Prestissimo con fuoco

 

A cura di Sergio Casesi*

Benjamin Britten, forse il miglior compositore inglese del XX secolo, dimostrò precocissimo il suo talento. Le grandi composizioni dell’età matura, War Requiem, i Concerti, l’opera Peter Grimes, i cicli di Songs per voce e strumenti, fra cui Les Illuminations da Rimbaud o la Serenata per Tenore, Corno e Archi, non persero mai quel gusto per il gioco musicale, per il puro e felice artigianato, che il compositore sviluppò già dagli esordi. Le sue composizioni, anche le più intime o le più tragiche, sono caratterizzate dalla felicità di un gesto personalissimo, da una forza comunicativa già rara negli anni che precedettero il secondo conflitto mondiale, e dalla convinzione di una necessità poetica della materia musicale. Difficilmente troviamo nel catalogo del compositore di Lowestoft una pagina non ricercata, non raffinata o spoglia d’ispirazione, anche nelle composizioni più minute o non centrali per importanza o successo presso il pubblico, si scorge sempre un orizzonte poetico vasto e determinato. Della Simple Symphony Op.4, un lavoro per orchestra d’archi, si ebbe la prima esecuzione il 6 marzo 1934, presso la Hall Stuart di Norwich, con Britten sul podio in veste di direttore. Questo brano, dedicato all’insegnante di viola del compositore, Audrey Alston, si compone di otto temi, due per movimento, che Britten scrisse da bambino e per i quali aveva una particolare dedizione. Quando all’età di vent’anni decise di rimaneggiarne il materiale, non tradì l’ingenua felicità delle prime composizioni. Anche se larghi tratti della composizione corrispondono alle prime stesure infantili per pianoforte, la sapienza costruttiva della prima maturità seppe plasmare l’op. 4 senza togliere quella lente magnifica e deformante che si trova naturalmente nello sguardo di ogni bambino. Ma la Simple Symphony non è affatto un’opera infantile, la vitalità felice che la compone fa associare il genio inglese al Mendelsshon di un secolo prima piuttosto che al talentuoso Richard Strauss adolescente. L’op. 4 è un brano emozionante ed avvincente, ricco d’espressione, squisitamente moderno e deliziosamente suggestivo.

 

 

Igor Stravinskij (1882-1971)

 

Danses  concertantes

 

Marche Introduction

Pas d’Action: Con moto

Thème varié: Lento

Pas de Deux: risoluto

 

A cura di Sergio Casesi*.

Le Danze Concertanti furono commissionate dalla Werner Janssen Orchestra di Los Angeles e la prima rappresentazione si ebbe al City Center di New York ad opera dei Ballets Russes de Montecarlo, il 10 settembre 1944. Spesso per il Grande Igor si parla di musica al quadrato, cioè di musica scritta da altra musica, in una ideale potenza di essa, che esplode, più che sviluppare, gli elementi caratteristici della prima, portando al massimo grado di tensione gli elementi strutturali e idiomatici, siano essi melodici, armonici o ritmici, raggiungendo un nuovo clima espressivo mai ascoltato prima. Come per altre opere di Stravinskij, quali ad esempio Pulcinella che è il caso più famoso, le Danze Concertanti rispondono a questi principi, dimostrando una volta ancora la straordinaria intelligenza e l’ironia musicale del compositore, nonché l’atteggiamento onnivoro del genio russo. Stabilitosi ormai definitivamente negli Stati Uniti, in questa partitura Stravinkij sembra voler delineare tutti i punti di intersezione possibili fra la musica “colta” e la musica pop americana di quei primi anni Quaranta. Con una capacità di scrittura inverosimile, tutti i più tipici e suadenti ritmi e atteggiamenti della musica radiofonica dell’epoca vengono risolti in una dimensione alta prendendo un nuovo significato, senza perdere però la connotazione di partenza. Queste Danze, in fondo, sono composte di nulla. Siamo incredibilmente vicini al Mozart di alcuni Concerti per pianoforte, composti all’origine da un accordo o una scala, estratti cioè da un materiale quasi privo di un connotato simbolico. Nelle Danze si passa da un goffo passo militare alla dolcissima canzoncina da innamorati, dal tema sbruffone e vanamente orgoglioso al ritmo da Hula Hoop senza sentire alcuna cesura. Stravinskij sembra descrivere così quel firmamento di plastica di quel nuovo continente a cui chiedeva cittadinanza. La semplicità che compone l’opera e l’inarrivabile e delicata saggezza sono il più bel ritratto musicale degli Stati Uniti di quegli anni, di una nazione adolescente, in procinto di ultimare e definire i propri miti, per candidarsi al nuovo status di potenza internazionale. C’è poca Storia in questa musica che comunque è molto potente. Nel 1972 Balanchine per il Festival Stravinskij volle dare una nuova versione del balletto. A un anno dalla scomparsa del compositore, in una grande manifestazione organizzata dal New York City Ballet al New York State Theatre, dal 18 al 25 giugno si misero in scena trentuno balletti stravinskiani, divisi fra i più interessanti coreografi del tempo. Le Danze Concertanti, anche se non hanno lo spessore profetico de L’Uccello di fuoco, la forza sismica e strutturale della Sagra della Primavera, o anche il fascino di opere più tarde del periodo neoclassico, restano un gioiello raro tanto da reggere l’incredibile catalogo. L’acume, la bravura e il sarcasmo con cui Stravinskij dipinse l’atmosfera di quegli anni fa di questa breve composizione un capolavoro da cui non si può prescindere. Un capolavoro misurato forse, piccolo se vogliamo, ma inestimabile.

 

Francis Poulenc (1899-1963)

 

Aubade, “Concerto coréographique” per pianoforte e diciotto strumenti

    Toccata
    Récitatif et Rondeau
    Presto
    Récitatif
    Andante
    Allegro feroce
    Conclusione

 

A cura di Andrea Dicht*.

Francis Poulenc è uno di quei compositori che la critica ha tentato di etichettare più volte, e lui stesso, non senza disagio, ha accettato di porsi in un gruppo ben definito (il Groupe des Six), ma alla fine sfugge da ogni etichetta, mostrando così un’unicità estetica che è la principale fonte del suo valore. La sua fu una personalità complessa, attratta dallo scandalo, eccentrica, e allo stesso tempo dedicata con profondità e devozione all’arte. Probabilmente la migliore definizione che si possa dare di Poulenc è quella di Claude Rostand, “Vi è in Poulenc qualcosa del monaco e qualcosa del monello”. Fu un pianista di grande valore, oltre che un compositore. Suo padre, un industriale originario di Aveyron, gli permise una vita agiata, all’interno della quale sua madre, pianista dilettante figlia di artigiani parigini culturalmente coltivati, potè iniziare Francis alla musica quanto alla lettura, alle arti plastiche, al teatro e alla poesia. La formazione pianistica di Poulenc si deve fondamentalmente a Ricardo Viñes, amico di Debussy e Ravel, che gli permise di incontrare, fra gli altri, Erik Satie, Darius Milhaud e Georges Auric. Chiamato alle armi, già famoso, dopo la smobilitazione perfezionò la composizione con Charles Koechlin e si inoltrò a piè fermo in una carriera ed una vita invidiabili e paradigmatiche di quegli anni febbricitanti in cui si trovò ad operare. Sebbene non fosse attratto dalla forma sinfonica, Poulenc amava i lavori concertanti, in particolare per pianoforte ed orchestra. Aubade è il secondo dei suoi brani per solista e orchestra, e segue stilisticamente le orme del più noto Concert champêtre per clavicembalo (o pianoforte). Il sottotitolo “Concerto coréographique” lo pone comunque sotto una diversa luce, quantomeno per

la destinazione teatrale che annuncia. Nel maggio 1929 Poulenc ricevette una commissione dai suoi amici la viscontessa Marie-Laure ed il visconte Charles de Noailles per un brano da eseguirsi in occasione di un ballo mascherato presso la loro residenza cittadina. Poulenc definì Aubade un brano “anfibio”, poiché il protagonista è una figura che si situa a metà strada tra il pianoforte solista e la ballerina in scena. Il lavoro è teatrale, anche se è molto più frequente asoltarlo in sala da concerto che vederlo in teatro, ma nell’intendimento originale del compositore esso prevede una messa in scena, con Diana cacciatrice quale interprete unico ballerino sulla scena. La vicenda narrata è minima, ispirata a Poulenc da alcuni dipinti della Scuola di Fontainebleau, e così ci racconta lo stesso compositore: ”All’alba, circondata dalle sue compagne al suo risveglio nella foresta di Fontainebleau, Diana si ribella contro la legge degli Dei che la condanna all’eterna castità. Le sue ancelle la consolano, e cercano di rinfrancarla nel suo senso della divinità offrendole il suo arco. Con dispiacere Diana lo afferra e si avvia nella foresta cercando, durante la sua caccia, un’alternativa ai suoi tormenti amorosi”. Questa fu la coreografia creata da Bronislava Nijinska (sorella del famoso Vaslav Nijinsky) per la prima esecuzione. Un anno più tardi lo stesso lavoro fu messo in scena presso il Théatre des Champs-Elisèes, ancora con il compositore al pianoforte, diretto da Ansermet, ma con una coreografia di Georges Balanchine, del tutto irriverente verso l’idea iniziale della composizione: a Diana fu affiancato un muscoloso ballerino nel ruolo di Actéon, per un pas de deux con la protagonista e Poulenc si limitò a definire la nuova versione come “stupida”. Aubade nel suo nome fa riferimento ad una composizione vocale o strumentale del XV secolo destinata ad essere eseguita, appunto, all’alba. Questo suggerimento stilistico è del tutto in linea con la tendenza neoclassica che Poulenc aveva già tracciato nel Concert champêtre dell’anno precedente, pensando anche ad un clavicembalo come solista.
La partitura si snoda attraverso 10 quadri, riuniti in 7 brani musicali. Apre il lavoro una Toccata, ancora una forma antica e di stile improvvisativo, dove è il pianoforte a farla da padrone. Si tratta di un numero introduttivo da suonare a sipario ancora chiuso. Segue un Récitatif, che consta di una lunga melodia del clarinetto punteggiata da accordi pizzicati degli archi e rappresentante le compagne di Diana. Ad esso è collegato un Rondeau, una forma musicale di antica tradizione, che finalmente vede il pianoforte nel suo ruolo concertante con l’orchestra: Diana fa ingresso sulla scena, interagisce con le fanciulle, ed esce. Il Presto rappresenta la vestizione di Diana, prima della divina caccia. Un nuovo Récitatif introduce un Andante che è la variazione di Diana, nella quale il pianoforte ha un ruolo secondario essendo le parti principali sostenute dagli strumenti a fiato. L’Allegro feroce presenta Diana in tutta la sua disperazione e consiste in un momento di musica rappresentativa con una puntuale coincidenza con la coreografia. La Conclusion è aperta dal pianoforte, seguito dagli altri strumenti, e si compone di elementi desunti o replicati dall’Introduzione iniziale. Diana si congeda mestamente dalle compagne e si addentra nella foresta piena di speranza e vacillante per la sua aperta trasgressione ai voleri degli Dei.
L’organico orchestrale si compone di 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, una tromba, timpani, 2 viole, 2 violoncelli e contrabbasso, probabilmente secondo la disponibilità dell’ensemble provvisto dai visconti de Noailles per la festa.

*Dall’archivio della Fondazione I Pomeriggi Musicali.

Biglietteria

Ingresso gratuito con ritiro obbligatorio dei biglietti in distribuzione presso la biglietteria del Teatro Dal Verme a partire dal 12 novembre 2013 durante il normale orario di cassa (martedì – sabato, ore 11:00 – 19:00). I biglietti resteranno in distribuzione fino all’esaurimento degli stessi.