Le date

Sala Grande
giovedì 27 gennaio 2005
Ore: 21:00
sabato 29 gennaio 2005
Ore: 17:00

Giovedì 27 gennaio, ore 21 Teatro Dal Verme
Sabato 29 gennaio, ore 17   Teatro Dal Verme

Direttore:
Aldo Ceccato
Pianoforte:
Simone Pedroni
Orchestra:
Orchestra I Pomeriggi Musicali
Concerto dedicato a Dino Ciani

Programma:
Felix Mendelssohn Bartholdy (1809 – 1847)
Ouverture “Zum Märchen von der schönen Melusine”, op.32
Allegro con moto
Concerto per pianoforte e orchestra n.1 in Sol minore, op.25
Molto Allegro, con fuoco
Andante
Presto. Molto Allegro e vivace
Sinfonia n.3 in La minore op.56 “Scozzese”
Andante con moto – Allegro un poco agitato
Vivace non troppo
Adagio
Allegro vivacissimo – Allegro maestoso assai

Il Concerto:
a cura di Andrea Dicht
Mendelssohn scrisse ouvertures per orchestra durante tutto l’arco creativo della sua breve esistenza. Ne compose dieci, dal 1824 (“Ouverture per banda”, op.24) al 1845 (“Ouverture Athalie”, op.74). Se il modello formale di riferimento è quello della forma-sonata, con due temi contrapponibili e tre sezioni fondamentali attraverso le quali il testo musicale può essere diviso, allo stesso tempo non si tratta di dieci brani del tutto assimilabili. Storicamente l’ouverture nasce come brano musicale introduttivo, l’apertura di un sipario prima della messa in scena di un’opera, di un dramma teatrale, di un melologo, ecc. Caratterizzata, quindi, da un intento descrittivo che proponesse in sintesi l’argomento centrale del lavoro che veniva introdotto, ben presto questa forma assunse caratteristiche sue proprie che la svincolarono da ogni obbligo drammatico. E’ il caso, ad esempio, dell’”Ouverture delle trombe”, che abbiamo ascoltato poco tempo fa in questa stessa stagione, o della citata “Ouverture per banda”; le rimanenti otto ouvertures sono invece riferibili a programmi di tipo letterario o sono strumentali all’introduzione di musiche di scena o oratori. In questo senso la celebre ouverture al “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare è assai significativa perché nasce come brano a sé stante nel 1826 ma diverrà parte integrante delle musiche di scena per la favola teatrale ben 16 anni più tardi.

L’Ouverture della “Bella Melusina” fu composta da Mendelssohn in seguito all’esecuzione berlinese dell’opera romantica “Melusine” di Conradin Kreutzer, in una serata in cui l’ouverture dell’opera fu riproposta come bis. Mendelssohn, riferisce la corrispondenza tra Felix e l’amata sorella Fanny, espresse subito dopo l’ascolto l’intenzione di scrivere una sua propria ouverture ispirata alla favola di Melusina, un brano “che forse non sarebbe stato bissato, ma che avrebbe certamente provocato nel pubblico un piacere molto più concreto”. Probabilmente la musica venne composta durante il terzo soggiorno londinese (1833) del compositore, e secondo alcuni suoi biografi la partitura era stata sufficientemente abbozzata per un’esecuzione frettolosa presso la Philharmonic Society già nell’aprile di quello stesso anno. Non fu di sicuro l’evento centrale della sua permanenza inglese poiché nel maggio successivo egli dirigerà la prima esecuzione assoluta della sua “Sinfonia Italiana” che, come sappiamo, da quel momento entrerà nel repertorio di ogni orchestra per non uscirne più. In ogni caso, la redazione definitiva della partitura dell’ouverture fu completata in occasione del compleanno di Fanny ed inviata a Londra all’inizio del 1834. Si pose a quel punto il problema della possibile ricezione e comprensione da parte del pubblico inglese della leggenda, tutta tedesca (è di Grillparzer) della bella Melusina, una giovane fanciulla, innamorata di Raimondo e obbligata, una volta alla settimana, ad abbandonare il suo terreno amore per rientrare nelle acque e vestire le sue vere spoglie di sirena. Il titolo sotto cui fu presentata a Londra nel 1834 (“Melusina, o la Sirena ed il Cavaliere”) esemplifica chiaramente la duplice caratterizzazione del brano: ogni sezione è divisa in due parti, doppia esposizione, doppio sviluppo e doppia ricapitolazione, e le due parti intendono descrivere le acque che ospitano e allo stesso tempo dividono i due amanti, e la fisicità del fiero cavaliere innamorato. Questi due caratteri fondamentali sono facilmente percepibili all’ascolto: il brano si apre su un ondulato tappeto di arpeggi (le onde del mare) dal quale nasce una melodia molto dolce, dei fiati, che descrive il carattere puro della sirena. L’intera orchestra disegna, poco dopo, una figurazione discendente contrassegnata da note ribattute molto forti, ad esprimere l’altrettanto pura ma umana natura del cavaliere. L’intero brano è svolto mantenendo inconciliabile questa distanza, anche se dalla contrapposizione nasce un terzo importante tema volto a rappresentare l’essenza drammatica del sentimento che unisce i due amanti. Mendelssohn non scriverà mai musiche di scena  e tantomeno un’opera ispirata a questa favola, ma di certo l’ouverture esprime in maniera molto convincente il nucleo del dramma che ne è alla base. Di fronte a questo tipo di musica descrittiva non è difficile comprendere il dato storico per cui, nel ventennio immediatamente successivo alla morte di Mendelssohn, non furono composte, o quasi, sinfonie, mentre venne privilegiata la musica a programma nella sua forma più romantica del poema sinfonico.

Nel maggio 1830, appena ventunenne, Mendelssohn intraprese un lungo viaggio nell’Europa continentale che doveva condurlo nella patria delle arti e della classicità, l’Italia, meta finale di ogni Grand Tour. Una delle tappe era Monaco, dove l’alta borghesia ed i circoli artistici e musicali lo accolsero con molto calore. Monaco, capitale della Baviera, creata dopo la dissoluzione del Sacro Romano Impero, nel 1806, si stava affermando come capitale dell’arte  della Germania meridionale sotto il regno di Ludovico I von Wittelsbach. Fu in questa cornice che Felix incontrò Delphine von Schauroth. Delphine non era semplicemente una pianista eccezionalmente dotata, era anche molto bella, seducente, e proveniva da una famiglia molto ricca. Il giovane ne fu subito attratto e fu per lei che compose il Concerto per pianoforte e orchestra n.1, ma non in quello stesso anno, bensì nel successivo. Mendelssohn proseguì il suo viaggio e in Italia arrivò a Venezia, da Bologna attraversò gli Appennini e giunse a Firenze, e finalmente il 1° novembre entrò in Roma. Delphine era ancora nei suoi pensieri e val la pena di ricordare che, ispirato dal suo nuovo sentimento, Mendelssohn compose a Venezia una Romanza senza Parole (il suo primo Gondellied) per inviarla a Monaco. Delphine, però, non la ricevette mai perché una notte Felix fu visitato dalla polizia che gli confiscò ogni suo bene e trattenne ogni sua corrispondenza in quanto sospettato di inviare informazioni cifrate all’estero.

Fu a Roma che Mendelssohn cominciò a tracciare i primi schizzi del Concerto per pianoforte, e continuò a lavorare alla sua prima stesura anche durante la prosecuzione del viaggio: infatti da Roma finalmente si mosse attraverso la via Appia verso le pianure malariche del Pontino, Gaeta e Napoli. Mendelssohn rimase molto deluso dal fatto che, in quel periodo, il Vesuvio non fumò mai, e solo le preghiere del padre lo convinsero a non continuare il viaggio verso la pericolosa Sicilia, come invece aveva fatto Goethe nel suo viaggio di istruzione italiano.

Passando per Roma, Arezzo, Firenze, Genova e Milano, attraversando le Alpi per il passo di Simplon, finalmente Mendelssohn tornò a Monaco, dove completò la partitura del Concerto e dedicò il lavoro a Delphine. La stesura fu in verità piuttosto frettolosa, ed il fatto che la partitura autografa non contenga la linea del solista (di certo improvvisata dal compositore – solista) ne è una possibile prova. Il Concerto fu eseguito da Mendelssohn il 17 ottobre 1831, nella vecchia sala da concerto Odeon, dopo che la serata era stata spostata di una settimana a causa della coincidenza con l’Oktoberfest, di cui il giovane rese conto al padre in una lettera dai toni piuttosto disgustati. Fu un grande successo: “Mi applaudirono per farmi uscire sul palco ed inchinarmi, come è di moda qui, ma io fui troppo timido e non lo feci” (lettera a suo padre del giorno successivo). Il re era entusiasta ma “la cosa principale che [il re] mi disse fu che devo sposare la signorina von Schauroth; sarebbe un bel colpo e perchè non  farlo? Detto da un re mi ha dato un po’ fastidio e mi ha anche un po’ irritato. Stavo per rispondergli quando egli, non aspettandosi alcuna replica, ha cambiato argomento una prima volta, e poi una seconda…”.

Il Concerto, articolato secondo i canonici tre movimenti, è in realtà modellato sullo schema del “Konzertstuck” di Weber pianoforte e orchestra. I movimenti sono collegati, come anche nel successivo Concerto per violino, da brevi episodi.

Nel primo movimento, Molto allegro, con fuoco, Mendelssohn omette la tradizionale esposizione orchestrale dei temi principali e in suo luogo un rapido crescendo dell’orchestra introduce un passaggio di bravura del solista: doppie ottave, grandi accordi e veloci scale costituiscono il primo gruppo tematico. Un secondo tema è ancora affidato al pianoforte, di carattere però tranquillo e lirico. Il breve sviluppo e la ripresa dei temi fondamentali sono collegati al movimento successivo da un breve passaggio di corni e trombe.

Nell’Andante i violoncelli cantano la melodia su cui è costruito tutto il movimento. Il solista la riprende e la varia con arpeggi, figurazioni molto leggere e aeree. Una fanfara di ottoni, derivata dall’episodio di passaggio tra primo e secondo tempo, conduce senza sosta al finale.

Il Presto è un episodio di grande virtuosismo che ci offre un saggio del grande talento pianistico di Mendelssohn e, di certo, anche di Delphine. E’ interessante ricordare che Mendelssohn aveva avuto, giovanissimo, la possibilità di incontrare Liszt, allora il più grande virtuoso di pianoforte della sua epoca. Felix non ne conservava un ricordo così entusiasmante, sia dal punto di vista artistico che umano. Al loro incontro successivo Mendelssohn gli mostrò il Concerto n.1 e Liszt lo lesse tutto, senza il minimo errore, a prima vista. Mendelssohn dovette mutare la propria opinione su Liszt, almeno come pianista.

La Sinfonia “Scozzese”, a dispetto di un numero di catalogo che la pone al centro delle cinque sinfonie per grande orchestra che Mendelssohn compose tra il 1825 e il 1842, è invece l’ultima del gruppo, anche se la sua gestazione, dalla prima idea alla partitura definitiva, si estese dalla fine degli anni ’20 all’inizio degli anni ’40. La definizione “Scozzese” non è presente in nessuna partitura a stampa dell’epoca, e tantomeno nel manoscritto del compositore, ma sappiamo da testimonianze credibili che lo stesso Mendelssohn spesso la definiva così nel citarla in conversazioni o lettere. Comunemente si ritiene che la prima ispirazione del famoso tema iniziale della sinfonia fosse nata nell’immaginazione del compositore in occasione di una visita in Scozia durante il suo primo soggiorno inglese, nel 1829. Mendelssohn, il 30 luglio al tramonto, entrò nel Holyrood Palace, dove la regina Maria di Scozia aveva regnato e, nel 1566, aveva assistito all’omicidio del suo segretario, Rizzio. Nelle rovine dell’adiacente abbazia, senza tetto, Felix trovò tutto “rotto e marcescente”, con erbe e muschio in ogni angolo. La leggenda, ma anche memorie stesse del compositore, indicano che in quell’occasione Mendelssohn sentì nascere in sé il tema di apertura della sinfonia. Al di là di queste considerazioni, il progetto di scrivere una sinfonia così “romantica”, per ispirazione e temi narrati, accompagnò Felix per molti anni, ma la sua attenzione venne distolta da commissioni sempre più pressanti. Probabilmente la primissima esecuzione, al pianoforte, si tenne nel 1841, a Lipsia, e tra i fortunati vi erano Robert e Clara Schumann. E’ certo che l’energia finale per completare la partitura orchestrale fu trovata solo a Berlino, nel 1842, più precisamente il 20 gennaio, così come recita la data apposta in calce al manoscritto dal compositore. Il dato storico più indubitabile è che esattamente sei settimane dopo il completamento la Sinfonia fu eseguita per la prima volta presso la Gewandhaus di Lipsia, diretta dal compositore.

Nata, come molti altri lavori di Mendelssohn, come un brano composito ma da eseguirsi senza silenzi tra i vari movimenti, anche grazie ad episodi di passaggio volti a legare le diverse parti, questa sua caratteristica inizialmente turbò gli spettatori. E’ curioso che, sebbene negli auspici di Mendelssohn vi fosse quello di non lasciare spazio per gli applausi tra i movimenti (un uso oggi decaduto ma a quanto pare allora in voga), sembra che in occasione della seconda esecuzione, 14 giorni dopo, il pubblico marcò energicamente le sezioni del brano applaudendo improvvisamente. Doveva essere un pubblico piuttosto attento.

La Sinfonia “Scozzese” si apre con un breve episodio, Andante con moto, che funge da introduzione alla parte più importante del primo movimento, l’Allegro un poco agitato. La prima melodia che ascoltiamo è proprio quella a cui faceva riferimento Mendelssohn nelle sue lettere e, appena modificata, sarà il materiale melodico principale su cui è costruito tutto il primo movimento. In effetti, a differenza della maggior parte delle sue composizioni ma, probabilmente, di tutto il repertorio romantico, in questo Allegro non incontriamo un vero e proprio contrasto tra famiglie tematiche diverse, né situazioni che diano adito a immagini drammatiche. Regna incontrastata un’atmosfera genericamente decadente, ossianica, vicina al Castello di Otranto raccontato da Walter Scott o alle Ebridi dello stesso Mendelssohn. Degno di nota è il finale di questo primo movimento, molto simile ad alcuni famosi passaggi dell’”Olandese volante” di Wagner, non a caso composto negli stessi anni. Tracciare un parallelo tra i due compositori sarebbe ardito e forse poco giustificabile, ma come spiegare allora la forte similitudine tra le acque di Melusina e le onde che aprono l’”Oro del Reno”?

Affatto wagneriano è invece lo Scherzo, Vivace non troppo, che segue a stretta distanza l’Allegro. Anche in questo caso, pur rimanendo intatta l’idea di forma-sonata, il tema fondamentale è solo uno, il primo, che sembrerebbe derivato da una semplice melodia che richiama quelle delle cornamuse scozzesi. Dalle cronache sappiamo che proprio nei giorni precedenti la visita al Palazzo Holyrood Mendelssohn si era intrattenuto per diverse ore, nel suo albergo, con un famoso virtuoso di cornamusa ed era rimasto incantato dalle possibilità melodiche e dal meccanismo di quello strumento.

Con l’Adagio torniamo ad uno stile più convenzionale, ma non meno affascinante. Due sono i temi su cui esso è tagliato: un primo, molto cantabile, esposto in apertura dai primi violini, ed un secondo, affidato principalmente ai fiati, più oscuro, caratterizzato da un certo sapore di  marcia.

Mendelssohn non amava gli stili nazionali, non apprezzava i tentativi di imitazione di certi esotismi tipici dei suoi anni, e probabilmente l’ascoltatore dovrà mettere da parte ogni tentazione di leggere nelle note di questa sinfonia qualcosa di tipicamente scozzese. Non di meno, sappiamo che Schumann rinvenne nei temi di questo brano, ed in particolare del finale Allegro vivacissimo, tratti tipicamente italiani. Questa Sinfonia è Scozzese perché Mendelssohn la definì così, perché fu dedicata alla Regina Vittoria, e perché l’ambientazione del primo movimento richiama un descrittivismo generico facilmente assimilabile a certi brani dello stesso compositore esplicitamente ispirati ad immagini nordeuropee. I due temi più importanti di questo finale non mostrano particolari intenzioni narrative ma allo stesso tempo sembrano chiaramente voler suggerire qualcosa di lontano e lontanamente popolare. E’ difficile per noi capire quale doveva essere, a metà Ottocento, l’idea di Inghilterra, Scozia, Irlanda, e così via per un continentale. Per recarsi da Berlino a Lipsia Mendelssohn impiegò otto ore e mezzo di treno, mesi invece durò il suo Grand Tour italiano. La Gran Bretagna richiedeva l’attraversamento di un canale noto per le sue acque agitate e, allora, ciò poteva comportare un concetto dell’esotico assai più ampio.

Simone Pedroni
Novarese, si è diplomato nel 1990 con lode e la menzione speciale al Conservatorio G. Verdi di Milano, sotto la guida del M° Piero  Rattalino. Ha inoltre studiato con Lazar Berman e Franco Scala all’Accademia pianistica “Incontri col Maestro” di Imola, dove nel 1995 ha conseguito il Master Degree. Dopo aver conseguito nel 1992 il Secondo premio al Concorso Arthur Rubinstein di Tel-Aviv e il Primo premio al Concorso Queen Sonja di Oslo, nel 1993, a 24 anni vince il Primo Premio (Gold Medal) ed il Premio di musica da camera alla nona edizione del Concorso Van Cliburn in Texas. E’ stato solista con la Royal Philarmonic Orchestra diretta da Sir Yehudi Menuhin, I Virtuosi di Mosca diretti da Vladimir Spivakov, l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino diretta da Zubin Mehta, l’Orchestra Nazionale della RAI diretta da Eliahu Inbal, l’Orchestra Sinfonica G. Verdi di Milano diretta da Gianandrea Noseda, l’Orchestra Filarmonica di Oslo diretta da Pinchas Steinberg, l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, l’Orchestra da Camera di Praga (con cui ha realizzato una tournée di 29 concerti negli Stati Uniti), la Filarmonica di Mosca, l’Orchestra Nazionale del Belgio, la Israel Chamber Orchestra, la Wiener Kammerorchester, la Dallas Symphony Orchestra, l’Orchestra da Camera di Losanna, l’Orquesta de Valencia, l’Orquesta Nacional de España. Tra i recital si ricordano il Teatro alla Scala di Milano, la Carnegie Hall di New York, la Herkulessaal di Monaco, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma, la Filharmonia Narodowa a Varsavia, il Teatro Comunale di Bologna, il Teatro Carlo Felice di Genova, il Festival Pianistico di Brescia e Bergamo (nel 1994 e nel 1996), la  Società  del Quartetto di Milano, la Salle Gaveau di Parigi, il Festival della Primavera di Praga, il Festival de Menton, Montecarlo, Lisbona, Bonn, Hannover, Atene, Istanbul.