Direttore: Alessandro Bonato, Pianoforte: Federico Colli, Tromba: Sergio Casesi - Teatro Dal Verme

Le date

Sala Grande
giovedì 23 novembre 2023
Ore: 10:00*
giovedì 23 novembre 2023
Ore: 20:00
sabato 25 novembre 2023
Ore: 17:00
*I Pomeriggi in anteprima

Gioachino Rossini (1792 – 1868)
La Cenerentola (Sinfonia)

Dmítrij Šostakovič (1906 – 1975)
Concerto per pianoforte con accompagnamento di orchestra d’archi e tromba

Wolfgang Amadeus Mozart (1756 – 1791)
Sinfonia n. 41 in Do maggiore “Jupiter” K551

direttore Alessandro Bonato
pianoforte Federico Colli
tromba Sergio Casesi
Orchestra I Pomeriggi Musicali

 

Classicismi
Le tre composizioni in programma condividono un orizzonte di classicità, di bellezza formale di riferimento. La Sinfonia rossiniana parla ancora il Classicismo come lingua madre; l’estremo capolavoro sinfonico mozartiano è tra i testi più autorevoli dello stile viennese; e anche il Concerto di Šostakovič rappresenta, seppur in un linguaggio inequivocabilmente moderno, un omaggio sincero alla tradizione.

Biglietteria

Prezzi dei singoli biglietti
Intero
I settore € 20,00 – II settore € 14,50 – Balconata € 11,00 + prevendita
Ridotto (fino a 26 anni, oltre i 60 anni, gruppi, associazioni ed enti convenzionati)
I settore € 16,00 – II settore € 12,50 – Balconata € 9,00 + prevendita

Note di sala

Le tre pagine in programma condividono un orizzonte di classicità, di bellezza formale di riferimento. La sinfonia rossiniana parla ancora come lingua madre il Classicismo; l’estremo capolavoro sinfonico mozartiano è tra i testi più autorevoli del Classicismo viennese; e anche il Concerto di Šostakovič, si vedrà, rappresenta, seppur in linguaggio inequivocabilmente moderno, un omaggio sincero alla tradizione. Si comincia dal laboratorio del giovane Rossini, che la sera del 25 gennaio 1817, alla vigilia del 25° compleanno e meno d’un anno dopo il debutto del Barbiere di Siviglia, al Teatro Valle di Roma introduce con questa brillante pagina sinfonica La Cenerentola ossia La bontà in trionfo. Come spesso avveniva in una stagione in cui «il tempo e il danaro che mi accordavano erano così omeopatici che appena avevo il tempo di leggere la così detta poesia da musicare», Rossini non si fa scrupolo di ricorrere a idee già collaudate con successo. La Sinfonia la si era infatti già ascoltata quattro mesi prima, il 26 settembre 1816, al Teatro dei Fiorentini di Napoli, in testa alla Gazzetta, gustosa commedia musicale su libretto di Giuseppe Palomba, mentre il secondo tema dell’Allegro vivace proveniva dalla Sinfonia del Torvaldo e Dorliska proposto in quello stesso Teatro Valle di Roma il 26 dicembre 1815 ad apertura della stagione di carnevale. Come che sia, nella Cenerentola Rossini propone per l’ultima volta un formato composto da un’introduzione lenta tripartita seguita da un allegro in forma sonata: formula ben collaudata e di successo che da lì in avanti vedrà di differenziare. L’inaugura un Maestoso in Mi bemolle maggiore (la tonalità dell’ouverture del Flauto magico e dell’ Eroica di Beethoven) dalle inflessioni drammatiche, che pare preludiare a eventi tempestosi, salvo ricredersi e lasciare il passo all’Allegro vivace. Il I tema baldanzoso e sbarazzino conferma la tonalità d’impianto, finché non si modula alla dominante con il secondo tema al clarinetto (nella ripresa sarà l’oboe a guidare), che innesca un divertito dialoghetto con gli altri legni, seguito dal celebre marchio di fabbrica rossiniano di un crescendo sornione.
Dal Mi bemolle maggiore della Sinfonia della Cenerentola al Do minore del Concerto di Šostakovič il passo sembra breve. In realtà trascorse oltre un secolo fino a quel 15 ottobre 1933 in cui l’Autore, reduce dal formidabile ciclo dei 24 Preludi per pianoforte op. 34, interpretò con il suo stile inconfondibile alla tastiera, a Leningrado, il primo e il più singolare dei suoi sei concerti. Singolare perché ad accompagnare il pianoforte sono convocati l’orchestra di solo archi e una tromba concertante, il cui contributo, non certo paritario al collega pianista, rappresenta in ogni caso una scelta originale. Con questo lavoro Šostakovič traduce la temperie estetica neoclassica tanto rilevante nella musica d’arte europea negli anni Venti e Trenta. Lo fa ricorrendo a un’asciuttezza ed essenzialità di scrittura che pare saltare d’un balzo tutta la stagione romantica e persino il classicismo (sebbene non manchino, nell’ultimo tempo, citazioni da Haydn e Beethoven), per attingere a sonorità e stilemi barocchi. Come in tanta musica di quella stagione, il passato viene ripensato e tradotto in sonorità moderne, in un procedimento in cui è il talento dell’Autore a farsi garante dell’autenticità dei valori estetici. Il clima espressivo in questo caso non corrisponde alla serenità à la Haydn ostentata dal Prokof’ev della Sinfonia classica, ma è piuttosto orientato al grottesco, a un antiromantico distacco intellettuale dalla materia, in una sorta di gioco dell’intelligenza. Nei quattro tempi – i tre canonici e il breve intermezzo Moderato che precede l’Allegro con brio conclusivo – si avvicendano gli atteggiamenti espressivi più diversi, in una fantasmagoria che tiene avvinta l’attenzione dell’ascoltatore. Si notino in particolare l’attonito valzer lento che costituisce il momento lirico centrale e la frenesia in cui è incardinato il finale.
Ancora uno slittamento tonale, questa volta con capovolgimento di modo da Do minore a Do maggiore. Non occorre il nomignolo di “Jupiter”, forse coniato dall’impresario Johann Peter Salomon, per individuare nell’ultima Sinfonia mozartiana, completata il 10 agosto 1788, il valore di summa di un’intera esperienza compositiva, l’estremo contributo, benché a tre anni e 80 numeri di catalogo dalla scomparsa del compositore, al genere che Beethoven avrebbe consacrato come il più illustre della musica assoluta. Sintesi suprema di esperienze musicali, culturali ed esistenziali, la “Jupiter” lo è in sommo grado, con la sua perfetta convivenza di solenne e intimo, serio e faceto, dotto e cordiale, in un organismo che cela miracolosamente le giunture al punto da convincere l’ascoltatore che il fluire d’un linguaggio nel suo opposto sia naturale («naturalissimo», chioserebbe Figaro). Si considerino solo due esempi: l’insinuarsi a sorpresa, nel grandioso primo tempo, di un petulante terzo tema, non indispensabile eppure poi fondamentale nello sviluppo e nella coda, tratto dall’aria per basso Un bacio di mano k 541 che Mozart aveva scritto per l’opera buffa di Anfossi Le gelosie fortunate, in scena quell’anno a Vienna. La citazione, corrispondente ai versi «Voi siete un po’ tondo, | mio caro Pompeo; | l’usanze del mondo | andate a studiar», fa precipitare il livello stilistico, animando in compenso l’ambiziosa architettura sinfonica col bonario cicaleccio del teatro giocoso più alla moda: quasi l’irruzione, scrive Carli Ballola, d’«un Eros fanciullo sorpreso a strappare le penne dell’aquila» di Giove. All’altro capo della Sinfonia, il tema che inaugura il Finale risale “per li rami” a un antico soggetto gregoriano, il Magnificat del terzo tono, impiegato per secoli, anche da Mozart (nel Credo della Missa brevis k 192) che qui lo colloca alla base di un tempo sì in forma sonata, ma innervato, tramite il ricorso ai procedimenti della fuga, d’un tale tasso di polifonia da proporre la combinazione in contrappunto multiplo di ben cinque idee tematiche, in una sintesi inedita tra aggiornato linguaggio sonatistico e antico e venerando magistero polifonico. Con la “Jupiter” Mozart non ci offre però solo un capolavoro di abbacinante, mirabile ingegneria compositiva risultante in una «grandiosa apoteosi, paragonabile a un vertiginoso trionfo tiepolesco» (Massimo Mila), ma eleva un messaggio tutto interiore di serena, olimpica utopia che trascende le sofferenze umane: il messaggio che troverà nel Flauto magico, sul limitare della morte, il sigillo definitivo.

Raffaele Mellace