Direttore e violino: Julian Rachlin, Viola: Sarah McElravy - Teatro Dal Verme

Le date

Sala Grande
giovedì 18 gennaio 2024
Ore: 10:00*
giovedì 18 gennaio 2024
Ore: 20:00
sabato 20 gennaio 2024
Ore: 17:00
*I Pomeriggi in anteprima

Wolfgang Amadeus Mozart (1756 – 1791)
Le nozze di Figaro (Sinfonia)
Sinfonia concertante in Mi bemolle maggiore per violino e viola K364
Sinfonia n. 40 in Sol minore K550

direttore e violino Julian Rachlin
viola Sarah McElravy
Orchestra I Pomeriggi Musicali

 

Dieci anni di capolavori
Un decennio giusto della prodigiosa creatività mozartiana, teso tra le estati del 1779 e del 1788, è raccontato dai capolavori in programma. Pagine diverse – una sinfonia d’opera, una sinfonia concertante, una sinfonia tout court – per genere, formato, durata, destinazione, ma accomunate da un’energia incontenibile declinata in termini sempre differenti.

Biglietteria

Prezzi dei singoli biglietti
Intero
I settore € 20,00 – II settore € 14,50 – Balconata € 11,00 + prevendita
Ridotto (fino a 26 anni, oltre i 60 anni, gruppi, associazioni ed enti convenzionati)
I settore € 16,00 – II settore € 12,50 – Balconata € 9,00 + prevendita

Note di sala

Un decennio giusto della prodigiosa creatività mozartiana, teso tra le estati del 1779 e del 1788, è raccontato dai capolavori in programma. Pagine diverse – una ouverture , una sinfonia concertante, una sinfonia tout court – per genere, formato, durata, destinazione, ma accomunate da un’energia incontenibile declinata in termini sempre differenti. In quest’ottica, è appropriato che il programma sia aperto dalla Sinfonia delle Nozze di Figaro (1786), scritta nella tonalità luminosa e solenne di Re maggiore. Mozart l’ideò come portale d’ingresso alla folle journée di un’opera concepita, col librettista Lorenzo Da Ponte, come «un quasi nuovo genere di spettacolo», in cui la musica orchestra a un ritmo mozzafiato un potenziale emotivo debordante, tradotto in azione scenica inquieta e concitata, ricca di suspense e colpi di scena. L’orchestra l’annuncia senza equivoci con l’avvio di originalità assoluta con cui archi e fagotti salgono sornioni con un ronzio impercettibile dal registro grave, dissimulando l’impreparato deflagrare a orchestra piena: primo coup de théâtre che preannuncia una pagina fortemente coesa, brulicante di idee tematiche (non meno di quattro fondamentali), condotta tra continue sferzate d’energia.

Una vera e propria prodigalità di idee tipicamente mozartiana vivifica la singolare partitura al cuore del concerto. La Sinfonia concertante per violino e viola k 364 (320d), scritta probabilmente a Salisburgo nell’estate 1779 e pubblicata postuma nel 1802 da Johann André a Offenbach am Main, rappresenta un unicum nel catalogo di Mozart. La concertante per violino, viola e violoncello Anh. 104 (320e), intrapresa immediatamente dopo, nell’estate/autunno 1779, si arresta infatti a un abbozzo del primo movimento, mentre quella per fiati, che ascolteremo il 14/16 marzo, è stata plausibilmente realizzata da altra mano su appunti mozartiani. Il titolo in programma è dunque un capolavoro isolato, che fa tesoro del viaggio dell’anno prima a Parigi, città che nelle sale del Concert spirituel e di quello de la Loge Olympique ospitava da qualche anno un nuovo genere particolarmente spettacolare: la sinfonia concertante duello avvincente, di norma tra due violini ma senza preclusioni per altri strumenti, amplificato dall’orchestra. Insomma, un doppio concerto dal carattere estroverso, edonistico, di facile ascolto, spesso nell’agile struttura in due movimenti veloci. A questa produzione dei vari Garnier, Solère, Davaux, dell’italiano Viotti, non ignota nemmeno a Johann Christian Bach e Haydn, Mozart contribuisce con un lavoro dalle caratteristiche uniche, destinato a due strumenti prediletti e suonati in prima persona (al violino nel solo 1775 aveva dedicato ben cinque concerti). La piacevolezza del genere è sublimata secondo una superiore intenzione artistica nel linguaggio maturo del Classicismo viennese, con l’articolazione classica del concerto in tre movimenti e un formato imponente, sin dal primo movimento. L’ampio Allegro maestoso (l’avvio marziale sa di ouverture operistica) è caratterizzato da una pienezza sinfonica già dall’introduzione orchestrale, memore della compagine conosciuta a Mannheim, dalla bellezza e dalla citata generosità dell’invenzione melodica (qui i motivi son ben più dei due canonici della forma sonata) e dalla cantabilità dei due strumenti solisti, impegnati, in sostanziale autonomia rispetto all’orchestra, in un affascinante dialogo serrato, complice e paritetico che si tiene lontano dal virtuosismo fine a se stesso. La tonalità d’impianto è il Mi bemolle maggiore solenne che stabilirà il tono dell’ultimo capolavoro operistico mozartiano, il Flauto magico. La parte della viola è in realtà scritta in Re maggiore, grazie all’espediente della scordatura d’un semitono che conferisce maggior brillantezza allo strumento, lo isola dalle viole in orchestra, rendendo al contempo più agevole l’esecuzione. L’Andante offre un percorso alternativo nella tonalità relativa di Do minore, introverso e ricco di chiaroscuri, tra plaghe malinconiche e improvvise illuminazioni. Il Presto conclusivo corona a ritmo d’una giocosa contraddanza la composizione, approssimandosi più degli altri due tempi alla vocazione brillante del genere.

Dieci anni dopo, nella prodigiosa estate 1788, a tre anni dalla precoce scomparsa, Mozart mise la parola fine alla sua produzione sinfonica col trittico di cui si è ascoltato nel concerto del 23/25 novembre l’estremo tassello, la “Jupiter”. Quindici giorni prima, il 25 luglio 1788, ultimò la Sinfonia in Sol minore k 550, trenta minuti fra i più celebri della storia della musica occidentale. Già nel 1793 la si giudicava «una delle più belle di questo maestro»: titolo meritato per l’intensità espressiva, l’imprevedibilità armonica, il cromatismo, l’ambiguità del significato e pertanto della collocazione estetica, in seno a un classicismo dalle insopprimibili tensioni preromantiche. Scritta probabilmente in vista della stagione concertistica dell’inverno seguente, quando peraltro non la si ascoltò, la sinfonia è prodotto di quel laboratorio viennese di idee ed esperienze umane e culturali che fruttò i capolavori della maturità mozartiana. Domina la partitura la cifra del tragico, una malinconia nera che impregna l’invenzione tematica sin dalla sua definizione, in patente in contrasto con le sinfonie sorelle. Nella distratta abitudine all’ascolto della nostra società, il tema inaugurale della sinfonia è svilito a jingle da cellulare, con l’inevitabile conseguenza di annichilire la vibrante tensione tragica che abita quel motivo fascinoso: un inciso ossessivo preparato dall’irrituale attacco in piano delle viole divise e incardinato in un ritmo anapestico che comunica il disagio radicale di un’instabilità irrisolta, l’impossibilità di fermare il piede su un punto d’appoggio sicuro, un dinamismo affannoso, sospinto dall’urgenza di un determinismo ineluttabile. Al primo movimento segue la grazia delicata del raccolto Andante in Mi bemolle maggiore, la cui scrittura canonica cita gli stilemi dello stile severo. Il breve ma fondamentale Minuetto ripristina la tensione tragica dell’esordio in un torvo Do minore, cancellando, nell’implacabile energia ritmica potenziata dal ricorso al contrappunto, ogni grazia cortigiana del minuetto settecentesco, al di là della parentesi offerta dal tono liederistico e popolare del Trio. Cupo e violento è il febbrile Allegro assai conclusivo, che ispirerà Beethoven per il terzo movimento di quella Quinta sinfonia che ha inaugurato la stagione corrente dei Pomeriggi Musica.

Raffaele Mellace