Direttore: George Pehlivanian, Pianoforte: Roman Borisov - Teatro Dal Verme

Le date

Sala Grande
giovedì 29 febbraio 2024
Ore: 10:00*
giovedì 29 febbraio 2024
Ore: 20:00
sabato 02 marzo 2024
Ore: 17:00
*I Pomeriggi in anteprima

Pëtr Il’ič Čaijkovskij (1840 – 1893)
Concerto n. 1 in Si bemolle maggiore per pianoforte e orchestra op. 23

Antonín Dvořák (1841 – 1904)
Sinfonia n. 9 in Mi minore op. 95 “Dal Nuovo Mondo”

direttore George Pehlivanian
pianoforte Roman Borisov
Orchestra I Pomeriggi Musicali

 

Capolavori popolari
Due partiture che condividono una serie di caratteristiche: sono opera di due artisti slavi, legati tra loro da amicizia; rappresentano un confronto serrato e vittorioso con la tradizione classico-romantica occidentale; ibridano forma accademica e ispirazione folklorica; hanno debuttato negli Stati Uniti; si sono guadagnati perdurante popolarità universale. Ciascuno, peraltro, declina in termini propri la felicità creativa che li contraddistingue.

Biglietteria

Prezzi dei singoli biglietti
Intero
I settore € 20,00 – II settore € 14,50 – Balconata € 11,00 + prevendita
Ridotto (fino a 26 anni, oltre i 60 anni, gruppi, associazioni ed enti convenzionati)
I settore € 16,00 – II settore € 12,50 – Balconata € 9,00 + prevendita

Note di sala

Lo splendido programma odierno propone due capolavori che condividono una serie di caratteristiche: sono opera di due artisti slavi, legati tra loro da amicizia; rappresentano un confronto serrato e vittorioso con la tradizione classico-romantica occidentale; ibridano forma accademica ispirazione folklorica; hanno debuttato negli Stati Uniti; si sono guadagnati perdurante popolarità universale. Ciascuno, peraltro, declina in termini propri la felicità creativa che li contraddistingue. L’empito sentimentale tardoromantico è la cifra distintiva del Primo Concerto per pianoforte di Pëtr Il’ič Čajkovskij. Primo e sofferto cimento del compositore con questo genere di grande impegno, il concerto fu completato in poche settimane sul finire del 1874, in quella che, inaugurata dal trionfo della Sinfonia n. 2 “Piccola Russia” l’anno prima, si stava confermando come stagione creativa di straordinaria intensità. Con questo lavoro Čajkovskij, di suo pianista di vaglia, entra in un panorama internazionale popolato da concorrenti come Liszt e Brahms. Lo fa con audace e per l’epoca sconcertante originalità formale, al tempo stesso tenendo fede agli ideali nazionalisti che postulavano la fecondazione della musica d’arte da parte del patrimonio folklorico. Si nota oggi con mestizia come questo patrimonio il compositore russo lo individuò, come altrove nella sua produzione, in due canzoni ucraine (la prima annotata personalmente, la seconda tratta dalle 216 melodie ucraine di Aleksandr Roubets), assolutamente cruciali nella partitura, poiché ispirano rispettivamente il primo tema dell’Allegro con spirito e il tema principale del Finale. Un lavoro tanto originale non ebbe vita facile: rifiutato sdegnosamente dal grande pianista Nicolai Rubinstein (solo anni dopo Čajkovskij rievocò la penosa scenata riservatagli dal collega alla prima audizione privata), il concerto venne accolto a braccia aperta dal nuovo dedicatario, il grande Hans von Bülow, che lo tenne a battesimo trionfalmente in una sede prudenzialmente sull’altra sponda dell’Atlantico, a Boston, il 25 ottobre 1875. Da allora, passando anche attraverso due revisioni d’autore, si è affermato come uno dei concerti più celebri del repertorio, conquistando ben presto il reticente Rubinstein e strappando persino un’esecuzione al maldisposto Busoni. Il concerto certifica il fiuto sicuro per l’efficacia dell’effetto, talento che Čajkovskij trasmetterà al pupillo Rachmaninov, il celeberrimo, enfatico gesto d’apertura del concerto, in cui il travolgente tema all’orchestra è incalzato dagli accordi percussivi del pianoforte in quella che è una monumentale introduzione a sé stante rispetto alla forma sonata tritematica, avviata oltre cento battute dopo dall’Allegro con spirito. Il secondo tempo è dominato dalla commovente melodia sorgiva esposta dal flauto, subito ripresa dal pianoforte, ma ospita anche un Prestissimo ispirato a una canzone francese alla moda. Infine, corona il concerto il brillante ed energetico Allegro con fuoco, che fa rispondere al citato tema ucraino una splendida melodia lirica degna del più elegante balletto čajkovskijano, la quale guadagna peso in un afflato di lirica solennità, mentre il modo minore della tonalità d’impianto – estrema singolarità formale – viene capovolto in euforico Si bemolle maggiore.
Anche la Sinfonia in programma rappresenta per il suo autore un cimento, l’estremo, con una forma illustre della tradizione occidentale. Penultima partitura sinfonica di Antonín Dvořák prima del Concerto per violoncello, la Sinfonia in Mi minore “Dal Nuovo Mondo” nasce in una stagione professionale singolare del compositore, chiamato nel 1891 dalla ricca filantropa Jeannette Thurber, a dirigere il nuovo National Conservatory of Music di New York. Reduce da una tournée in Russia su invito di Čajkovskij, unico compositore europeo di prima sfera a istituire un rapporto non episodico con gli Stati Uniti, nei tre anni della piena maturità (1892-95) trascorsi come direttore e professore di composizione, Dvořák proseguì nel solco della ricerca che l’aveva sempre ispirato, raccogliendo l’appello dei suoi interlocutori d’Oltreoceano a «indicare loro la Terra promessa, il regno di un’arte nuova e indipendente, insomma uno stile di musica nazionale». Lo fece raccogliendo per il tramite d’un allievo afroamericano, Harry Thacker Burleigh, canti delle piantagioni e melodie dei nativi americani (le due grandi “riserve” di cultura musicale altra rispetto a quella europea), teorizzò i parametri (la scala pentatonica, che conferisce all’invenzione tematica un sapore inconfondibile, peculiarità ritmiche come la sincope) d’uno stile nazionale americano, introdusse elementi di tale vocabolario nell’importante serie di composizioni realizzata in quel torno d’anni, primi fra tutti i tre lavori del 1893: la cantata The American Flag op. 102, il Quartetto n. 12 “Americano” e appunto la Sinfonia n. 9 “Dal Nuovo Mondo”, scritta tra il 10 gennaio e il 24 maggio 1893, e presentata dal tedesco Anton Seidl nel dicembre alla Carnegie Hall di New York. Non si tratta tuttavia di genuina trascrizione di materiale folklorico, secondo una moderna concezione etnomusicologica. Piuttosto Dvořák sussume, come lui stesso dichiarò, questi materiali nel processo creativo, ricavandone motivi originali, com’era abituato a fare con la musica folklorica boema. Aperto da un Adagio evocativo, l’Allegro molto d’apertura si basa su un entusiasmante primo tema, pieno di energia che ritorna ciclicamente in tutti i tempi (qualcuno vi ha percepito l’eco del vitalismo della New York in piena espansione), con un terzo tema modellato sullo spiritual Swing Slow, Sweet Chariot. Il Largo, intitolato negli abbozzi Leggenda, è ispirato a un episodio, la Sepoltura nella foresta, del poema su soggetto nativoamericano The Song of Hiawatha (1855) di Henry Wadsworth Longfellow, suggeritogli dalla Thurber come soggetto per un’opera, mai realizzata, ma già noto da trent’anni al compositore in traduzione cèca. Da un avvio non meno evocativo sboccia la melodia folklorica sorgiva del corno inglese, tra le più ispirate del romanticismo europeo. Lo Scherzo, splendido esempio di caratteristico sinfonico romantico nella linea che da Beethoven conduce a Mendelssohn, ispirato alla Danza nuziale indiana del poema citato, ospita un trio giocoso, che per ascendenza culturale mitteleuropea non stonerebbe in una sinfonia di Mahler. Memorabile, infine, il muscolare, energico tema dell’Allegro con fuoco conclusivo, cui l’abbassamento del settimo grado conferisce un fascinoso colore esotico.

Raffaele Mellace