Le date

Sala Grande
giovedì 13 aprile 2023
Ore: 10:00*
giovedì 13 aprile 2023
Ore: 20:00
sabato 15 aprile 2023
Ore: 17:00
*I Pomeriggi in anteprima

Ancora un virtuoso dell’archetto, Andrea Obiso (giovanissimo primo violino dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia) impregnato il 13 e il 15 aprile nel Concerto di Sibelius e George Pehlivanian sul podio anche per la Sinfonia n. 5 di Beethoven.

Programma

Jan Sibelius (1865 – 1957)
Concerto per violino e orchestra in re minore, op. 47
  Allegro moderato
  Adagio di molto
  Allegro, ma non tanto

Ludwig van Beethoven (1770 – 1827)
Sinfonia n. 5 in do minore, op. 67
  Allegro con brio
  Andante con moto
  Allegro
  Allegro

Direttore George Pehlivanian
Violino Andrea Obiso
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Biglietteria

Intero
I settore € 20,00 – II settore € 14,50 – Balconata € 11,00 + prevendita
Ridotto
I settore € 16,00 – II settore € 12,50 – Balconata € 9,00 + prevendita

Note di sala

Una parola personale

di Raffaele Mellace

Se vi è qualcosa che accomuna le due pagine in programma è la personalità che esprimono, la capacità di dire una parola originale sin dal gesto musicale d’avvio. Gesti diversissimi, come lo è il contesto in cui nacquero a meno d’un secolo di distanza, due titoli classici del repertorio. Pare provenire da lontano, da un Altrove romantico ed esotico l’avvio evocativo del Concerto per violino di Jan Sibelius. Forse dai boschi di Järvenpää, la cittadina sul Lago Tuusula a nord di Helsinki dove il compositore si stabilì proprio negli anni della composizione del concerto. Si tocca qui il nesso, vitale tra patria, natura e ispirazione artistica, nesso che trova in Sibelius la voce più autentica e riconosciuta dell’identità finlandese. Certo, il concerto come genere possiede una vocazione sovranazionale, cosmopolita, è meno connotato sul piano nazionalistico né è musica a programma. E tuttavia è difficile resistere alla tentazione che il lirismo squisito, che rappresenta indubbiamente la cifra più cospicua e autentica di questo lavoro, non sia debitore verso la contemplazione solitaria della natura del proprio Paese in cui Sibelius vive deliberatamente immerso: esperienza che all’epoca ha già prodotto la fantasia sinfonica Finlandia e frutterà all’indomani del concerto La figlia di Pohjola. I canonici tre tempi esordiscono con un Allegro moderato tritematico, occupato al centro da una cadenza di grande impegno; un Adagio di molto in cui un quieto siparietto di fiati e timpani introduce la brunita melodia del solista; un Allegro ma non tanto in cui il violino s’impadronisce immediatamente della piazza conducendo il gioco all’insegna d’un tema di sapore folklorico, sopra il sordo, imperturbabile ostinato dell’orchestra. Il concerto di Sibelius non ebbe un’infanzia facile. Commissionato originariamente da Willy Burmester nel 1903, fu tenuto a battesimo l’8 febbraio dell’anno successivo sotto la direzione dell’autore dal meno talentuoso Viktor Nováček, in difficoltà con l’alto virtuosismo previsto da Sibelius. La circostanza spinse quest’ultimo a rivedere drasticamente la partitura, che soltanto in questa veste, solista il più maturo connazionale di Nováček Karel Halir, trionfò a Berlino il 19 ottobre 1905 – l’anno delle musiche di scena di Sibelius per Pelléas et Melisande – sotto la bacchetta di lusso di Richard Strauss.

Tutt’altra fu la ricezione del lavoro beethoveniano in programma. «Per quanto la si ascolti, […] la Quinta sinfonia esercita ogni volta, su tutti e a tutte le età, un fascino impressionante: un po’ come quei fenomeni di natura che, per quanto frequenti, riempiono ogni volta di sorpresa e di sbigottimento»: così Schumann sulla Quinta di Beethoven. Il paragone con un evento naturale violento – temporale, inondazione – rimanda a quella categoria del sublime cui alludeva il compositore, scrittore e pittore E.T.A. Hoffmann, tra i fondatori dell’estetica musicale romantica, nella prima recensione uscita nel 1810, a meno di due anni dal concerto monstre del 22 dicembre 1808 in cui la Quinta era stata presentata, con la Sesta, il Quarto concerto per pianoforte e altre pagine beethoveniane, per oltre quattro ore di musica. La tonalità prediletta di do minore, già adottata nella Grande Sonate Pathétique, nel Terzo concerto per pianoforte e nella Marcia funebre dell’Eroica, compie ora il suo destino assumendo la sua maschera più autentica: la forma eroica. Il drammatico motto, un’epigrafe dantesca, che apre la Quinta – sonorizzazione del «destino che bussa alla porta», secondo quanto riferito ad Anton Schindler da Beethoven, che però poi riferì all’allievo Czerny che era ispirato al richiamo, effettivamente molto somigliante, dello zigolo giallo – attiva un congegno implacabile, organismo dove tout se tient rigorosamente, costruzione in cui ogni dettaglio corrisponde al disegno complessivo, all’insegna d’una eloquenza che inchioda l’ascoltatore con la violenza e la pregnanza di un’invenzione dal fascino ineludibile. L’elaborazione motivica si mostra in grado di sostenere campate sinfoniche imponenti sulla base d’un materiale sonoro minimo, il celebre, minuscolo inciso d’avvio formato da quattro note, le prime tre delle quali identiche. Nella lettura simbolica e agonistica di Hoffmann con questa macchina dalla potenza letteralmente inaudita, Beethoven realizza una rappresentazione insieme e trionfante della lotta contro i demoni dell’esistenza, di cui il compositore aveva sviluppato drammatica consapevolezza, primo fra tutti l’incombente sordità. Si consideri la chiave di volta dell’intera sinfonia: sul finire del III tempo (un Allegro, non il consueto Scherzo, su un tema originariamente mozartiano: Edward M. Forster lo rappresenterà in Casa Howard come una ridda di folletti), già turbato dall’agonismo feroce del fugato agìto dai bassi, accade senza preavviso una sospensione del discorso, metafisico incepparsi d’un meccanismo perfetto, in cui il fondamentale Do ribattuto dei timpani conduce a una vera e propria metamorfosi, innescando un episodio sconcertante (per Hoffmann «voce estranea e spaventosa»), prima in pianissimo poi in crescendo, che conduce senza soluzione di continuità all’apoteosi del Finale, euforico inno di vittoria in Do maggiore dall’orchestrazione rinforzata («accecante raggio di sole che improvvisamente squarcia la profondità della notte», scrisse Hoffmann), che trasfigura con una potenza mai ancora sperimentata nella musica assoluta, l’idealità del trionfo di giustizia, libertà e fraternità, dei valori umanistici più universali che Beethoven canterà nel Fidelio, nell’Egmont e nella Nona sinfonia. La notte fonda dell’anima, abitata da demoni, viene così attraversata e superata grazie a una lotta strenua verso la luce, secondo l’antica contrapposizione simbolica ripresa già dall’illuminismo. «I raggi del sole disperdono la notte», aveva cantato Sarastro a conclusione del Flauto magico, l’anno prima dell’arrivo di Beethoven a Vienna.