Le date

Sala Grande
giovedì 16 marzo 2023
Ore: 10:00*
giovedì 16 marzo 2023
Ore: 20:00
sabato 18 marzo 2023
Ore: 17:00
*I Pomeriggi in anteprima

Una prima esecuzione anche nei concerti del 16 e del 18 marzo diretti da James Feddeck, quella commissionata a Filippo Del Corno e intitolata A coda di rondine, cui segue la Sinfonia “Pastorale” di Beethoven.

Programma

Filippo Del Corno (1970)
A coda di rondine (prima esecuzione assoluta, nuova commissione dei Pomeriggi Musicali)

Ludwig van Beethoven (1770 – 1827)
Sinfonia n. 6 in fa maggiore “Pastorale”, op. 68
  Piacevoli sentimenti che si destano nell’uomo all’arrivo in campagna: Allegro ma non troppo
  Scena al ruscello: Andante molto mosso
  Allegra riunione di campagnoli: Allegro
  Tuono e tempesta: Allegro
  Sentimenti di benevolenza e ringraziamento alla Divinità dopo la tempesta: Allegretto

Direttore James Feddeck
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Biglietteria

Intero
I settore € 20,00 – II settore € 14,50 – Balconata € 11,00 + prevendita
Ridotto
I settore € 16,00 – II settore € 12,50 – Balconata € 9,00 + prevendita

Note di sala

Una natura popolare

di Raffaele Mellace

Accomuna la musica d’arte di due autori appartenenti a contesti molto diversi – anche soltanto perché nati a 200 anni esatti di distanza – una comune radice che affiora evidente anche nella scrittura più sofisticata: il rimando all’humus della cultura popolare, di ascendenza rurale come quasi tutta, la cui memoria persiste viva e attiva nella trasfigurazione colta compiuta da entrambi i compositori. Vive e agisce innanzitutto nella novità proposta in prima esecuzione assoluta, il lavoro commissionato dai Pomeriggi musicali e dall’ORT a Filippo Del Corno, classe 1970, docente di composizione al Conservatorio di Trieste e a lungo assessore alla cultura del Comune di Milano. A coda di Rondine si diparte infatti da un antico canto popolare italiano, La Girometta, melodia dalla probabile origine piemontese attestata perlomeno dal Cinquecento. “Girometta”, abbreviazione di “Girolametta” indica in dialetto piemontese una donna che parla e veste in modo affettato. Questa melodia molto diffusa, colorata di connotazioni diverse a seconda del contesto regionale in cui è calata, offre un sedimento storico “puro” che viene da lontano, una sequenza di altezze molto nitida, che consente al compositore di muoversi con grande libertà. Inoltre, come anche la melodia medievale dell’homme armé cui Del Corno ha dedicato il suo L’uomo armato, presenta un’ambiguità di sapore modale tra modi maggiore e minore, molto feconda sul piano retorico-espressivo, dimostrandosi un impulso generativo molto potente per l’autore contemporaneo. La novità di Del Corno dialoga così in termini dialettici e vivaci con il tema della stagione dei Pomeriggi musicali, proponendo più che non delle variazioni intese come sviluppo consequenziale, delle “varianti”, sei in particolare, che si offrono come esplorazione delle potenzialità della melodia e delle sue conseguenze armonico-ritmico e colore, varianti aperte alla trasgressione, pronte ad allontanarsi in modo anche spregiudicato dal materiale di base. Irrompono così altri codici che entrano in fecondo cortocircuito con la canzone popolare, generando risultati inattesi inaspettati, auspicabilmente con piacevole disorientamento nel pubblico. Collega queste varianti un elemento che ritorna simile – una tarsia a coda di rondine basata su intervalli di terza minore e maggiore, senza rapporti con la melodia popolare cui – secondo il principio della coda di rondine, l’intarsio che in manifattura mobiliera serve a connettere più componenti.

Con la Sesta sinfonia incontriamo il Beethoven della maturità. Composta nel 1808 a metà strada tra due sorelle difficilmente più diverse (la Quinta venne scritta in simultanea e presentata nel medesimo concerto, al Teatro An der Wien), la “Pastorale” mette a tema il sentimento della Natura: tema carissimo a Beethoven, che sin dal 1800 trascorreva regolarmente i mesi estivi nella campagna attorno a Vienna, poiché «nessuno può amare la campagna quanto io l’amo: infatti boschi, alberi e rocce producono davvero quell’eco che l’uomo desidera udire». Nel 1817 rivelerà a una corrispondente che «se le capitasse […] di vagare per gli appartati boschi di abeti [presso la cittadina termale di Baden], pensi che lì Beethoven ha spesso poetato, o come si usa dire, composto». La natura è per il compositore necessità del cuore, dialogo con un interlocutore in grado di rivelare l’io a se stesso, esperienza religiosa, utopia della serenità tanto agognata. Alla tradizione del descrittivismo pittoresco della musica a programma settecentesca, culminante nel sublime degli oratori di Haydn, Beethoven si collega, al punto da prendere plausibilmente spunto da un precedente recente, la sinfonia Le portrait musicale de la nature di Justin Heinrich Knecht, pubblicata nel 1784/85 dallo stesso editore, Boßler di Speyer, delle prime sonate beethoveniane e articolata in una serie di movimenti del tutto analoga a quella della “Pastorale”. E tuttavia tale tradizione è superata d’un balzo, con piena libertà espressiva, poiché la Natura viene ora proposta nella prospettiva del soggetto che l’assume nella propria vita interiore: «più espressione del sentimento che pittura», è l’avvertenza inequivocabile riportata in partitura. La memoria interiorizzata della vita nella Natura è condensata nel «risveglio di gioiose sensazioni» suggerito sin dalla prima frase dei violini, sull’accompagnamento da musette pastorale degli archi gravi, dall’Allegro ma non troppo d’apertura, il primo degli eccezionalmente cinque tempi, tutti altrettanto eccezionalmente corredati di titoli esplicativi. A tale luminosa, distesa felicità inventiva, brulicante di vita, idealizzazione del respiro stesso della Natura – musica tanto «sciolta e libera da tensioni» quanto la Quinta era stata «concentrata e condensata», ha scritto Walter Riezler; «musica che sembra più ascoltare che affermare», Giorgio Pestelli – offrono una sorta di aureola timbrica i legni, in evidenza in tutta la studiatissima partitura. Si presti attenzione anche solo alla coda dell’Andante molto mosso, in cui flauto, oboe e clarinetto propongono l’incanto d’un dialogo idealizzato tra usignolo, quaglia e cucù, voci della natura trasfigurate nella vita dello spirito. Con un’ulteriore trasfigurazione la sinfonia si conclude, quella del canto dei pastori – musica popolare inventata beninteso di sana pianta ma assai verosimile e introdotta da quel che suona come un ranz des vaches alpino – che esprime, con la voce senza parole della musica assoluta, i sentimenti di gioia e gratitudine suscitati nell’animo dalla quiete dopo la tempesta (il temporale, ammirato da Berlioz, è l’unica pagina in modo minore della partitura), quando, scriverà vent’anni più tardi Giacomo Leopardi, pur senza condividere l’estatica contemplazione beethoveniana della Natura, «ogni cor si rallegra».