Le date

Sala Grande
giovedì 19 gennaio 2023
Ore: 10:00*
giovedì 19 gennaio 2023
Ore: 20:00
sabato 21 gennaio 2023
Ore: 17:00
*I Pomeriggi in anteprima

Il 2023 si apre il 19 e il 21 gennaio con un concerto monografico dedicato a Brahms, naturalmente nel segno del tema della Stagione, diretto da James Feddeck, con le Danze ungheresi n. 5 e n. 6, le Variazioni su un tema di Haydn e la Sinfonia n. 4.

Programma

Johannes Brahms (1833-1897)
Danze ungheresi n. 5 e n. 6

Variazioni su un tema di Haydn
  Tema. Andante
  Variazione I. Poco più animato
  Variazione II. Piu vivace
  Variazione III. Con moto
  Variazione IV. Andante con moto
  Variazione V. Poco presto
  Variazione VI. Vivace
  Variazione VII. Grazioso
  Variazione VIII. Presto non troppo
  Finale. Andante

Sinfonia n. 4 in mi minore, op. 98
  Allegro non troppo (mi minore)
  Andante moderato (mi maggiore)
  Allegro giocoso (do maggiore)
  Allegro energico e passionato (mi minore)

Direttore James Feddeck
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Biglietteria

Intero
I settore € 20,00 – II settore € 14,50 – Balconata € 11,00 + prevendita
Ridotto
I settore € 16,00 – II settore € 12,50 – Balconata € 9,00 + prevendita

Note di sala

Lo spirito della danza

di Raffaele Mellace

Cos’hanno in comune la prima grande partitura orchestrale e l’ultima sinfonia d’un autore severo e malinconico come Johannes Brahms con le due danze ungheresi dello stesso compositore che aprono il programma odierno? Lo spirito della danza. Danza non necessariamente come passatempo edonistico, attività fisica di corpi, bensì come astrazione, potere del numero (del metro, del ritmo) nell’ordinare idee e sentimenti, nel configurare le passioni secondo una forma artistica apprezzabile e coinvolgente. Coinvolgenti al massimo grado sono le celeberrime Danze ungheresi nn. 5 e 6 collocate ad apertura di questo itinerario brahmsiano. Se con questa produzione il compositore commerciò per gran parte dell’esistenza (sono documentate come date estreme il 1858 e il 1880), lo spirito che fissa sulla carta, con il pianoforte come destinatario originario, è l’intersezione tra la gioventù del compositore amburghese, il côte gioviale (il meno noto) del suo carattere e la cultura musicale degli zingari stanziatisi in Ungheria (come farà Falla con i gitani: lo si è visto nel concerto del 3 e 5 novembre), che lo raggiunse principalmente per il tramite del violinista sodale Eduard Reményi. Affascinato da questo idioma musicale, Brahms lo fece proprio con straordinaria naturalezza e capacità mimetica (di ritmi, inflessioni melodiche, agogica, imitazione della sonorità del cymbalon), realizzando con le Danze ungheresi lavori in più sezioni fondati sul contrasto tra il patetismo appassionato dei tempi lenti (lassan) e la frenesia motoria di quelli veloci (friska), in un trionfo trascinante di verve, passione ed energia.

In una danza, una passacaglia, culminano entrambe le importanti composizioni sinfoniche in programma. Le Variazioni su un tema di Haydn, concepite anch’esse in origine per il pianoforte (in particolare due pianoforti), vantano una genesi interessante. L’amico Carl Ferdinand Pohl mostrò a Brahms una serie di divertimenti per fiati da lui attribuiti a Joseph Haydn. Brahms rimase affascinato da un movimento in particolare che cita il Corale di Sant’Antonio, antico inno di pellegrinaggio del Burgenland, regione al confine tra Austria e Ungheria. Trasferitosi stabilmente a Vienna, dove sarebbe diventato il dominus del mondo musicale, profondamente convinto del valore della tradizione (poco importa se nel frattempo si è scoperto che l’autore di quella musica è Ignaz Pleyel e non il suo maestro Haydn), nel 1873 Brahms concepì un progetto compositivo nel genere prediletto del tema e variazioni, frequentato con esiti eccelsi alla tastiera, di cui realizzò una splendida versione orchestrale, primo grande progetto sinfonico e unico ciclo di variazioni autonomo della sua produzione (genere peraltro raro: la Variazioni di Salieri, ascoltate il 27 e 29 ottobre, rappresentavano l’antecedente più prossimo). I parametri base del tema originario, costituito irregolarmente di 19 battute, restano invariati; su quella base, dopo un’esposizione del tema affidata ai fiati in omaggio alla composizione settecentesca, Brahms crea otto microcosmi sonori contrastanti, dall’orchestrazione raffinatissima, otto sottili studi sul timbro e sulla scrittura contrappuntistica coronati dal Finale in forma di passacaglia, come avverrà nella Quarta sinfonia, che propone a sua volta una serie variazioni, apoteosi del tema di questa stagione concertistica. Vi si alternano la mobile vitalità della I variazione, la drammatica, inquieta II, l’idilliaca III, la sommessa, malinconica IV, lo scherzo sinfonico formato dalla coppia della brillante V e dell’energica VI, la poetica, eterea, fascinosa VII a ritmo di siciliana, l’irrequieta VIII sottilmente contrappuntistica, infine l’edificio complesso, dalla costruzione progressiva, inesorabile e trionfale della Passacaglia finale, fondata su un basso derivato dal tema stesso, a coniugare scienza compositiva barocca e tradizione viennese.

Sulla stessa linea si muove, all’altro capo del nostro percorso, il penultimo lavoro orchestrale brahmsiano: parola definitiva del ciclo delle sinfonie, la Quarta pare suggellare un percorso secolare dell’arte e della civiltà europea. Il ricorso a Bach (il cui ritratto sovrastava il letto di Brahms nella casa nella quale il compositore sarebbe morto) in uno dei lavori di più flagrante modernità dell’intero Ottocento getta un ponte tra l’arte dei Padri, portatrice di istanze etico-spirituali profonde, e il Novecento musicale, che con Schoenberg riconoscerà proprio nel Brahms della Quarta il campione d’un linguaggio musicale gravido di futuro. Scritta nel 1884-85 in due soggiorni estivi a Mürzzuschlag, in Stiria, la sinfonia inanella tre movimenti di carattere sensibilmente contrastante prima di giungere al Finale, un unicum nella letteratura sinfonica romantica. Domina il I tempo un’invenzione straordinaria, un tema di struggente malinconia costruito su cellule minime di due note intercalate da pause, basate su un unico intervallo e la sua inversione. L’Andante moderato propone una narrazione che attraversa un paesaggio sonoro sempre mutevole tra raffinate alchimie timbriche. Una nuova svolta è imposta dall’esplosione di vitalità giovanile dall’Allegro giocoso, schietto scherzo in solare Do maggiore dal rustico vigore ritmico da danza popolare e dall’orchestrazione brillante, con ottavino, controfagotto e triangolo. L’approdo è però il Finale, serie di variazioni su un tema di passacaglia tratto dalla Cantata BWV 150 di Bach: esposto lapidario da un coro di fiati, dissimulato in 35 segmenti di otto battute, il tema dà vita ai microcosmi sonori più disparati, fino a una conclusione quanto mai stringente e appassionata. Domina la cifra del tragico, un «potenziale epico e funebre», per dirla con Eugenio Trías, coerente con quelle «esequie funebri sempre latenti nell’universo espressivo e simbolico di Brahms». Pochi artisti ebbero infatti come Brahms il sentimento della fine d’un mondo: paradossalmente, ha scritto Massimo Mila, «la sinfonia più rivolta al passato è la più tragicamente moderna».