Direttore: James Feddeck, Contrabbasso: Paolo Speziale - Teatro Dal Verme

Le date

Sala Grande
giovedì 07 marzo 2024
Ore: 10:00*
giovedì 07 marzo 2024
Ore: 20:00
sabato 09 marzo 2024
Ore: 17:00
*I Pomeriggi in anteprima

Alberto Cara (1975)
Wedding and Funeral Marching Band

Nino Rota (1911 – 1979)
Divertimento concertante per contrabbasso e orchestra

Ludwig van Beethoven (1770 – 1827)
“Coriolano” ouverture in Do minore op. 62
Sinfonia n. 8 in Fa maggiore op. 93

direttore James Feddeck
contrabbasso Paolo Speziale
Orchestra I Pomeriggi Musicali

 

Contrasti vitali
Il tono della convivenza di fragranze diverse nell’alchimia della vita espressa nella musica di Alberto Cara, la varietà d’accenti e la gestualità energica tipiche di Nino Rota si confrontano con le due “maschere” – tragica e umoristica – di Beethoven. Il primo brano occhieggia al sublime “artigianato” stravinskijano e a quello di John Adams; il secondo riesce a dar vita a un teatro strumentale tra humour e malinconia, vitalità e virtuosismo. I due marmi beethoveniani guardano nelle opposte direzioni della tragica drammaticità e del più ironico umorismo.

Biglietteria

Prezzi dei singoli biglietti
Intero
I settore € 20,00 – II settore € 14,50 – Balconata € 11,00 + prevendita
Ridotto (fino a 26 anni, oltre i 60 anni, gruppi, associazioni ed enti convenzionati)
I settore € 16,00 – II settore € 12,50 – Balconata € 9,00 + prevendita

Note di sala

Attraversa il concerto odierno una varietà di atteggiamenti che anima una stessa pagina o volti diversi dello stesso autore: varietà allusiva a quella che domina la nostra esistenza. Il tono della convivenza di fragranze diverse nell’alchimia della vita lo stabilisce un lavoro assai recente, commissione dei Pomeriggi Musicali, presentato in questa stessa sala l’11 febbraio 2021. Lo firma Alberto Cara, classe 1975, noto ai Pomeriggi Musicali, che hanno presentato negli ultimi tre lustri diversi suoi lavori, tra cui, nel 2013, la trenodia per tromba e orchestra Il mio mattin brillò che anticipa il pezzo oggi in programma. Autore di opere teatrali (come La notte di Natale da Gogol’, 2019), pioniere dell’opera in formato web series (The Banker), Cara è convinto che un compositore oggi debba offrire ai suoi contemporanei “oggetti” artistici ade – guati all’attuale società di massa: comporre assemblando materiali storicizzati, un occhio al sublime “artigianato” stravinskijano, un altro a John Adams. Oltreoceano, come spesso in Cara, guarda Wedding and Funeral Marching Band per fiati e un nutrito gruppo di percussioni, soprattutto membranofoni, tra cui spiccano cinque tom tom, dal grave all’acuto. La composizione, tripartita, racchiude tra introduzione e finale una sorta di apparizione che viene dal nulla (da un Lentissimo/pianissimo, Solenne/piano) e a quello ritorna, superata la concitazione d’un Molto mosso poi Incalzante. Scanditi con ritualità ostinata e processionale, gli eventi si polarizzano tra frenesia e stasi, eccitazione e lutto, nozze e funerali.
La varietà d’accenti non manca al Divertimento concertante per contrabbasso e orchestra, che Nino Rota rielaborò dall’Aria e Marcia per contrabbasso e pianoforte composta nel maggio 1968 (stagione storica di cui non risente affatto) per uno stesso dedicatario, il virtuoso Franco Petracchi, collega del compositore al Conservatorio di Bari. Con l’aggiunta del dirompente Allegro maestoso d’apertura e del Finale , diventarono quattro i tempi (uno in più dei canonici: la motivazione va cercata nell’origine del brano) e altrettanti i temperamenti. Frutto della prodigiosa versatilità dell’autore del Cappello di paglia di Firenze, Aladino e la lampada magica e La visita meravigliosa, il Divertimento mostra l’abilità di Rota di dar vita a un teatro strumentale tra humour e malinconia, vitalità e virtuosismo. Il linguaggio è inconfondibilmente rotiano già dall’energico gesto dell’introduzione orchestrale dell’Allegro maestoso d’apertura, drammatico, istrionico, convincente e coinvolgente omaggio alla tradizione classico-romantica, Mozart in testa, che ospita un fugace dialogo umoristico del contrabbasso con l’oboe, poi con il fagotto, e offre al solista l’occasione di esibire agilità ed espressività, fino all’ampia cadenza conclusiva. Sembra trovare affinità elettive nel tono festoso del Prokof’ev di Piero e il lupo e Romeo e Giulietta il breve, Alla marcia, allegramente, guidato da legni sornioni nel ribadito La maggiore d’impianto. Al lirismo del contrabbasso, persino turgido e per tutti i registri, è affidata l’Aria, dall’andamento processionale: pagina nata nel 1968 per il film Il dottor Zivago, tanto che Rota raccomandava di suonarla «pensando a una lenta marcia di esuli russi diretti verso la Siberia». Ripristina il buonumore il Finale, sospinto dal solista in alacre ritmo anapestico dettato.
Al teatro si rifà il primo capolavoro beethoveniano in programma, un’ouverture da concerto, moderna sintesi autosufficiente d’un lavoro teatrale. Coeva della Quinta Sinfonia (fu presentata l’8 marzo 1807), nella stessa tonalità, beethoveniana per antonomasia, di do minore, l’Ouverture per il Coriolano vi compete nella plasticità e potenza espressiva dell’attacco fulminante. Della Quinta condivide la gestualità spiccata, la concisione che la configura come pura energia compressa, il contenuto ideale. Come per il Fidelio, l’Egmont e la Nona, Beethoven concepisce infatti questo lavoro come sonorizzazione simbolica del mondo morale che più gli è caro. L’occasione è offerta da una tragedia di marca schilleriana del coetaneo drammaturgo austriaco Heinrich Joseph von Collin, il Coriolanus, che dal 1802 faceva furore a Vienna, per una ripresa della quale, nell’aprile 1807, forse Beethoven, che con Collin vagheggiò di scrivere un Macbeth, concepì la sua ouverture. Soggetto del dramma – da Plutarco, fonte di ispirazione per Schiller e per tutto l’idealismo tedesco, e già sfruttato da Shakespeare – è il dilemma morale di Gneo Marcio Coriolano che, esiliato da Roma, congiura con i nemici Volsci contro la patria, ma alla fine desiste, convinto dalle suppliche della moglie e della madre. Solo la morte d’un eroe tanto modernamente ambiguo potrà sciogliere, recidendolo, il nodo morale inestricabile che ripropone il tema schilleriano della contrapposizione eroica tra libertà individuale e società. Il primo gruppo tematico, agitato e incalzante, simboleggia l’orgoglio dell’eroe; il secondo, lirico e cantabile, la dolcezza muliebre che lo placa. La conclusione, come nella Sonata “Appassionata”, traduce nell’essenzialità dei gesti sonori pacificati il senso d’una fine ineluttabile fatta propria con stoica rassegnazione.
Il concerto si chiude con una diversa maschera del teatro sonoro di Beethoven: non la tragedia dell’ouverture Coriolano ma la commedia dell’Ottava Sinfonia, capolavoro enigmatico da intendersi come prodigio di umorismo musicale. Coeva (1811-12) della Settima, l’Ottava parrebbe smentire con sublime understatement l’intera stagione del sinfonismo eroico, tanto da lasciare interdetti il pubblico dell’epoca (ma non quello milanese, che nel 1818 l’apprezzò più della pur formidabile Settima) e persino quello novecentesco. Molto amato da Schumann, Wagner, Mahler e Stravinskij, è un lavoro tanto avanzato da apparire un ritorno anacronistico a un classicismo haydniano per la levità e la simmetria delle linee, la sofisticata trasparenza dell’orchestrazione, il gusto umoristico nel deludere le attese dell’ascoltatore con un avvio apparentemente regolarissimo o con il ricorso straordinario a un sornione, antiquato Minuetto. Il luogo del tradizionale tempo lento non è tenuto da meditazioni liriche bensì da un Allegretto scherzando che pare mimare il ticchettìo d’un metronomo (a un canone improvvisato in birreria in onore dell’inventore di quest’ultimo, Johann Nepomuk Mälzel, è infatti ispirato), tra regolarità sconcertante e scoppi inopinati di ilarità: l’espressione insomma d’una gioia imperturbabile, sorella diversissima dell’euforia terribile della Settima.

Raffaele Mellace