Le date

Sala Grande
giovedì 20 ottobre 2022
Ore: 10:00*
giovedì 20 ottobre 2022
Ore: 20:00
sabato 22 ottobre 2022
Ore: 17:00
*I Pomeriggi in anteprima

La 78a Stagione di concerti prosegue dopo il debutto con un ulteriore sguardo alla tecnica delle variazioni il 20 e 22 ottobre sempre con Feddeck sul podio e il primo violoncello dell’Orchestra Andrea Favalessa impegnato nelle Variazioni su un tema rococò di Čajkovskij e poi le Sinfonie n3 e n. 5 di Schubert.

Programma

Franz Schubert (1797 – 1828)
Sinfonia n. 5 in si bemolle maggiore, D. 485
  Allegro
  Andante con moto
  Menuetto. Allegro molto. Trio
  Allegro vivace

Pëtr Il’ič Čajkovskij (1840 – 1893)
Variazioni su un tema rococò per violoncello e orchestra, op. 33
  Thema. Moderato assai quasi Andante. Moderato semplice
  Variazione I. Tempo del Thema
  Variazione II. Tempo del Thema
  Variazione III. Andante
  Variazione IV. Allegro vivo
  Variazione V. Andante grazioso
  Variazione VI. Allegro moderato
  Variazione VII. Andante sostenuto
  Variazione VIII e Coda. Allegro moderato con anima

Franz Schubert (1797 – 1828)
Sinfonia n. 3
in re maggiore, D. 200
  Adagio maestoso. Allegro con brio
  Allegretto
  Menuetto: Vivace. Trio
  Presto vivace

Direttore James Feddeck
Violoncello Andrea Favalessa
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Biglietteria

Intero
I settore € 20,00 – II settore € 14,50 – Balconata € 11,00 + prevendita
Ridotto
I settore € 16,00 – II settore € 12,50 – Balconata € 9,00 + prevendita

Note di sala

Omaggio al Settecento

di Raffaele Mellace

Due dei massimi autori romantici, il giovane Schubert e il Čajkovskij della sua stagione più intensa, imbandiscono oggi un banchetto di piatti freschi e corroboranti, il cui sapore rimanda a un riferimento comune: l’ammirazione incondizionata per un secolo, il Settecento, dalla straordinaria civiltà musicale. Un passato prossimo, per lo Schubert del secondo decennio del XIX secolo, un’epoca già avvertita come remota da Čajkovskij, eppure per entrambi un modello di perfezione formale e felicità espressiva che le tre composizioni in programma ambiscono non semplicemente a imitare, quanto piuttosto a reinventare per il tramite delle personalità artistiche forti dei due autori. Composta nel settembre 1816 da uno Schubert diciannovenne, la Sinfonia n. 5 rappresenta il confine estremo della produzione giovanile, quasi sguardo retrospettivo sul magistero acquisito, prima di imboccare altre strade: completa una serie importante di ben cinque titoli e con quella appena precedente, la n. 4 in do minore “Tragica”, forma un dittico che esibisce due atteggiamenti espressivi opposti. Là una rivisitazione di atteggiamenti beethoveniani, qui un omaggio al mondo sonoro di Mozart. È il modello classico che Schubert rivive, in omaggio a una tradizione specificamente viennese, con totale e personalissima partecipazione, nella concisione e perfezione formale, nella leggerezza della scrittura, nella complessiva felicità espressiva, spingendosi fino a una citazione esplicita. Essenziale per vocazione, già dall’organico cameristico, la sinfonia prosciuga a quattro battute l’introduzione (lo farà ancora solo nell’Incompiuta) per lanciarsi in medias res con molto spirito e un’invenzione tematica vivace, affabile e cordiale. La meditata, serena solennità dell’Andante con moto in Mi bemolle maggiore sembra rievocare la marcia del Flauto magico di Mozart, chiamato in causa esplicitamente dal tema volitivo del Minuetto, che cita l’omologa pagina della celebre Sinfonia in sol minore K. 550, di cui il Si bemolle della Quinta schubertiana suona come un deliberato capovolgimento. Se un fresco profumo campestre promana dal Ländler alpino del Trio, la verve di Haydn s’impossessa del brillante, giocoso, umoristico Finale, che conferma la felicità melodica che l’ultima sinfonia della gioventù schubertiana ha sprigionato da ogni poro.

Risalgono a sessant’anni dopo, al 1877 del Lago dei cigni, le Variazioni su un tema rococò che Čajkovskij compose nello stesso periodo della Quarta sinfonia. Qui non v’è però alcun destino che bussa alla porta, bensì la grazia di un’immagine vagheggiata d’un tempo remoto di armonia e galanteria, offerta al dedicatario, il violoncellista tedesco Wilhelm Fitzenhagen, docente al conservatorio di Mosca, che si prese qualche libertà di troppo nel riorganizzare e manipolare queste variazioni con coda che l’autore non ebbe il bene di vedere in vita pubblicate secondo i suoi intenti originari. Come che sia, questo gioiellino incardinato nella tonalità luminosa di La maggiore recluta, come la Quinta di Schubert, l’orchestra nel castigato formato classico, peraltro impiegata con parsimonia e discrezione così da lasciare in piena luce il solista, che dialogherà più che altro con i fiati, del tutto differenziati sul piano timbrico. Se il riferimento stilistico risale a monte della rivoluzione romantica, per sporgersi nostalgicamente su un mondo sonoro di perfezione compiuta abitato da teste adorne di parrucche incipriate, il sound resta inconfondibilmente čajkovskijano già dalla minuscola introduzione orchestrale, come anche nella grazia in cui si alternano queste miniature in cui di volta in volta è calato il tema baldanzoso, tra il decorativismo con cui il solista fiorisce il tema proposto dall’orchestra (gran spicco ha dall’inizio il flauto), in avvicendarsi continuo di lirismo ed energia.

Dal La maggiore delle variazioni čajkovskijane il passo è breve verso la sua dominante, il Re maggiore che Schubert adottò per la Terza sinfonia riproponendo la brillante tonalità d’impianto della sua Prima. Luce, velocità, slancio giovanile sono la sigla coerente e convincente di una partitura che rappresenta un balzo rispetto alla Seconda sinfonia completata appena due mesi prima nella padronanza dell’autore diciottenne d’un discorso sinfonico complesso. Tutto è veloce in quel prodigioso 1815 in cui vedranno la luce 200 composizioni, un quinto dell’intero catalogo schubertiano. Anche la Terza sinfonia partecipò di quel ritmo indiavolato in cui i progetti – intrapresi, interrotti, abbandonati o completati – si affastellavano sulla scrivania del talento in erba ma quanto già maturo. Avviata a fine maggio, fu ripresa solo a luglio, quando in poco più d’una settimana, tra l’11 e il 19, viene completato il I tempo e scritti ex novo gli altri tre. Tra i guadagni più sensibili andranno segnalati l’utilizzo audace dell’armonia, la rilevanza attribuita ai fiati, che tanto contribuiscono alla generale brillantezza di matrice mozartiana, probabilmente l’esito più rilevante e personale di un lavoro che venne eseguito pubblicamente solo nel 1881, a oltre cinquant’anni dalla morte dell’autore. Particolare vivacità ritmica, fondata sullo sfruttamento del ritmo puntato, su cui sono basati entrambi i temi esposti al clarinetto e all’oboe, anima l’Allegro con brio, a liquidare le inquietudini dell’introduzione Adagio maestoso. L’Allegretto, avviato in punta di piedi à la Haydn, esibisce una scrittura parente prossima di quella dei tanti Lieder che in quei mesi, tra maggio e ottobre, la sensibilità e la bella stagione ispiravano a Schubert a getto continuo. L’allegro umorismo del Menuetto vivace e la tarantella indiavolata del Presto vivace, che sarebbe di casa sulla scena dell’opera buffa, completano il quadro ridente di questo gioiello giovanile.