Direttore: Riccardo Bisatti, Violino: Veriko Tchumburidze - Teatro Dal Verme

Le date

Sala Grande
giovedì 04 aprile 2024
Ore: 10:00*
giovedì 04 aprile 2024
Ore: 20:00
sabato 06 aprile 2024
Ore: 17:00
*I Pomeriggi in anteprima

Ludwig van Beethoven (1770 – 1827)
Concerto in Re maggiore per violino e orchestra op. 61

Franz Schubert (1797 – 1828)
Sinfonia n. 3 in Re maggiore D200

direttore Riccardo Bisatti
violino Veriko Tchumburidze
Orchestra I Pomeriggi Musicali

 

In luminoso Re maggiore
Le due pagine di altrettanti autori che condivisero la stessa città, la Vienna del primo Ottocento, non proprio una metropoli sterminata in cui fosse difficile incontrarsi. E videro la luce nell’arco d’un decennio, esattamente quello che precedette lo storico Congresso di Vienna: gli anni feroci delle Guerre napoleoniche, di cui tuttavia queste pagine non tradiscono sentore alcuno. Tutt’altro, forse anche in virtù della caratteristica che più le accomuna, l’essere cioè incardinate nella tonalità luminosa di Re maggiore che regala prodigi di lirismo e vivacità.

Biglietteria

Prezzi dei singoli biglietti
Intero
I settore € 20,00 – II settore € 14,50 – Balconata € 11,00 + prevendita
Ridotto (fino a 26 anni, oltre i 60 anni, gruppi, associazioni ed enti convenzionati)
I settore € 16,00 – II settore € 12,50 – Balconata € 9,00 + prevendita

Note di sala

Le due pagine in programma sono opera di due autori che condivisero la stessa città, la Vienna del primo Ottocento, non proprio una metropoli sterminata in cui fosse difficile incontrarsi. E videro la luce nell’arco d’un decennio, esattamente quello che precedette lo storico Congresso di Vienna: gli anni feroci delle Guerre napoleoniche, di cui tuttavia queste pagine non tradiscono sentore alcuno. Tutt’altro, forse anche in virtù della caratteristica che più le accomuna, l’essere cioè incardinate nella tonalità luminosa di Re maggiore che regala prodigi di lirismo e vivacità. Parrà singolare riferire il lirismo, cioè l’opzione per una comunicazione che rifugge dall’espressione tumultuosa delle passioni a favore d’una corda elegiaca, d’una cifra contemplativa che stempera i toni ricorrendo alle mezze tinte e alle delizie d’un sentire delicato, a Ludwig van Beethoven. Eppure, anche nella produzione beethoveniana questa opzione costituisce una voce significativa. Nel bel mezzo della stagione centrale della creatività del grande compositore (1802-14), non pochi lavori importanti scelgono infatti di eludere la via maestra dello stile eroico per imboccare altre direzioni. Emblematico di questo profilo beethoveniano alternativo, in cui il pathos drammatico cede il passo a un sereno lirismo meditativo, è il Concerto per violino op. 61, dedicato al caro amico d’infanzia, revisore del libretto del Fidelio ancora con il titolo di Leonore, Stephan von Breuning. Ne colse perfettamente il fascino sottile Johannes Brahms, che, prima ancora di emularlo con il proprio Concerto per violino, anch’esso, e pour cause, in Re maggiore, lo citava all’amico e sodale Joseph Joachim tra le musiche (tre soltanto!) che gli avevano «dato la più profonda delle emozioni», insieme alla Quinta Sinfonia e al Don Giovanni di Mozart. Si è citato quel formidabile violinista che fu Joachim poiché proprio a lui spettò riportare in auge il concerto beethoveniano nel 1844, in una memorabile esecuzione diretta da Mendelssohn a Londra, poi replicata a Düsseldorf sotto la direzione di Schumann. L’infanzia del concerto non era stata tra le migliori: sulle prime era stato infatti accolto freddamente nell’interpretazione offerta il 23 dicembre 1806 dal virtuoso Franz Clement per il quale Beethoven l’aveva concepito. Il debutto era avvenuto nel viennese Theater an der Wien, di cui Clement era direttore musicale e dove Beethoven, che molto stimava il collega, aveva messo in scena le prime due versioni del Fidelio.
A quel felice incontro dobbiamo la più importante esperienza sinfonica beethoveniana con il violino, unico strumento destinatario d’un concerto solistico oltre al pianoforte, dopo un’interrotta prova giovanile (il torso cospicuo d’un Allegro di concerto WoO 5 risalente all’epoca di Bonn) e le due splendide romanze per violino e orchestra. Al di là della presenza di stilemi militari, come l’avvio affidato ai timpani, trasmessi dalla Parigi rivoluzionaria prima e napoleonica poi ai coevi concerti per violino (i lavori di Viotti e Pierre Rode, fino al Concerto n. 2 op. 21 “militare” di Karol Lipinski, 1826), una quiete contemplativa spira nel lirismo squisito dell’invenzione melodica e nell’organizzazione divagante dell’Allegro ma non troppo, aperto da un’esposizione monumentale (si avvicina a novanta battute), in cui convivono figure tematiche sorelle, che rifuggono da reali contrapposizioni, a cominciare da quella, squisitamente ritmica, proposta dai già menzionati cinque colpi di timpano in piano, motto che ritroveremo a scandire il respiro dell’intero movimento, per proseguire con il mite coro pastorale dei legni per terze. Risponde a questa introduzione il canto del solista, che si libra luminoso senza imporsi con energia sull’orchestra, cui lo lega semmai un rapporto di complicità, piuttosto guadagnandosi uno spazio interiore di tenerezza infinita. Non smentiscono il monumentale primo tempo né il dialogo rapsodico tra violino e orchestra del Larghetto, dall’orchestrazione sofisticata, contenuta, talora rarefatta; né l’affabilità pastorale e persino popolaresca del Rondò conclusivo.
Anche Schubert per la sua Terza Sinfonia ricorse a quel Re maggiore che era già stato la brillante tonalità d’impianto della sua Prima. Luce, velocità, slancio giovanile sono la sigla coerente e convincente di una partitura che rappresenta un balzo rispetto alla Seconda Sinfonia, completata appena due mesi prima, nella padronanza dell’autore diciottenne d’un discorso sinfonico complesso. Tutto è veloce in quel prodigioso 1815 in cui vedranno la luce 200 composizioni, un quinto dell’intero catalogo schubertiano. Anche la Terza Sinfonia partecipò di quel ritmo indiavolato in cui i progetti – intrapresi, interrotti, abbandonati o completati – si affastellavano sulla scrivania del talento in erba ma quanto già maturo! Avviata a fine maggio, fu ripresa solo a luglio, quando in poco più d’una settimana, tra l’11 e il 19, venne completato il primo movimento e scritti ex novo gli altri tre. Tra i guadagni più sensibili andranno segnalati l’utilizzo audace dell’armonia, la rilevanza attribuita ai fiati, che tanto contribuiscono alla generale brillantezza di matrice mozartiana, probabilmente l’esito più rilevante e personale di un lavoro che venne eseguito pubblicamente solo nel 1881, a oltre cinquant’anni dalla morte dell’autore. Particolare vivacità ritmica, fondata sullo sfruttamento del ritmo puntato, su cui sono basati entrambi i temi esposti al clarinetto e all’oboe, anima l’Allegro con brio, a liquidare le inquietudini dell’introduzione Adagio maestoso. L’Allegretto, avviato in punta di piedi à la Haydn, esibisce una scrittura parente prossima di quella dei tanti Lieder che in quei mesi, tra maggio e ottobre, la sensibilità e la bella stagione ispiravano a Schubert a getto continuo. L’allegro umorismo del Minuetto vivace e la tarantella indiavolata del Presto vivace, che sarebbe perfettamente di casa sulla scena dell’opera buffa, a pochi mesi dall’esordio del Barbiere di Siviglia rossiniano, completano il quadro ridente di questo gioiello giovanile.

Raffaele Mellace