Direttrice: Jessica Cottis, Viola: Timothy Ridout - Teatro Dal Verme

Le date

Sala Grande
giovedì 02 maggio 2024
Ore: 10:00*
giovedì 02 maggio 2024
Ore: 20:00
sabato 04 maggio 2024
Ore: 17:00
*I Pomeriggi in anteprima

Ludwig van Beethoven (1770 – 1827)
Le rovine di Atene (Ouverture)

Bohuslav Martinů (1890 – 1959)
Rhapsody-Concerto per viola e orchestra H337

Felix Mendelssohn-Bartholdy (1809 – 1847)
Sinfonia n. 3 in La minore op. 56 “Scozzese”

direttore Jessica Cottis
viola Timothy Ridout
Orchestra I Pomeriggi Musicali

 

Musica in viaggio (2)
Le pagine che si succedono in questi itinerari sonori hanno, in diversa misura, a che vedere con il tema del viaggio: scritte durante il percorso o al ritorno, oppure immaginando luoghi remoti, traducendo in suoni la risonanza di quelle esperienze. Qui l’itinerario prevede l’Ungheria come luogo al quale è legata la genesi dell’Ouverture di Beethoven, New York come luogo di stesura del moravo Martinů, i ricordi del viaggio a Edimburgo compiuto da Mendelssohn.

Biglietteria

Prezzi dei singoli biglietti
Intero
I settore € 20,00 – II settore € 14,50 – Balconata € 11,00 + prevendita
Ridotto (fino a 26 anni, oltre i 60 anni, gruppi, associazioni ed enti convenzionati)
I settore € 16,00 – II settore € 12,50 – Balconata € 9,00 + prevendita

Note di sala

Come per il concerto del 22/24 febbraio, le pagine in programma hanno, in diver – sa misura, a che vedere con il tema del viaggio, perché scritte in luoghi lontani o immaginando luoghi lontani. Nel 1811, due anni dopo la composizione del Quinto Concerto per pianoforte (“Imperatore”) ascoltato nello scorso appuntamento di questa stagione, Beethoven riceve la commissione per la musica di scena di due drammi destinati a inaugurare il Teatro di Pest, la città sulla sponda sinistra del Danubio che nel 1873, unitasi con Buda e Óbuda, avrebbe dato origine all’attuale capitale ungherese. I titoli in questione, Re Stefano e Le rovine d’Atene, opera del drammaturgo tedesco allora in auge August von Kotzebue, inaugurarono la nuova sala il 9 febbraio 1812. Le musiche di scena composte da Beethoven, rispettivamente op. 117 e 113, dopo quelle più celebri per l’ Egmont op. 84 (1809-10), costituiscono un aspetto rilevante dell’attività del compositore, così come non irrilevante è nello specifico la musica composta per Le rovine d’Atene (Die Ruinen von Athen), convenzionale dramma mitologico-allegorico con forte appiglio nell’attualità, poiché inscena Minerva che, risvegliatasi dopo duemila anni, trovando la Grecia moderna sotto il giogo ottomano e Roma non meglio in arnese, sceglie di rifugiarsi a… Pest, dove hanno trovato accoglienza le Muse. Beethoven vi impiega un tema di marcia turca su cui nel 1809 aveva composto le Variazioni per pianoforte op. 76; nel 1815 Charles Neate porterà la partitura dell’Ouverture a Londra per farla eseguire dalla Philarmonic Society (cosa che in realtà non avvenne); Liszt e Saint-Saëns vi dedicarono parafrasi e trascrizioni per pianoforte; infine, nel 1924 Richard Strauss e Hugo von Hofmannsthal ne curarono un adattamento scenico. L’ouverture, pubblicata separatamente nel 1823 da Steiner, consta di un breve Andante con moto introduttivo popolato dal materiale melodico che formerà la sostanza degli altri otto numeri, cui succede un brillante Allegro in forma sonata che condivide l’energia esultante del citato e allora ancora recente Egmont. Si apprezzi il ruolo da protagonista dell’oboe (voce dell’Oriente ottomano?) che prima si espone a ritmo di Marcia moderato, poi nell’Allegro, ma non troppo attiva un dialogo con il fagotto, a rispondere nel linguaggio idiomatico dei legni alla frenesia degli archi.
La voce d’uno strumento ad arco, la viola, ispira invece il Rhapsody-Concerto di Bohuslav Martinů. Come per la Sinfonia “Dal Nuovo Mondo” di Antonín Dvořák, è un capolavoro composto da un figlio della Cechia – boemo Dvořák, moravo Martinů – in una capitale della modernità: New York. Tra le opere dell’ultima maturità del suo autore, venne scritto nella primavera 1952 e presentato da Jasha Weissi sotto la direzione di George Szell a Cleveland il 19 febbraio 1953. Artico – lato in due tempi di dimensioni analoghe, come il Quarto Concerto per pianoforte dello stesso autore, squisitamente lirico nell’ispirazione, di grande bellezza melodica da un capo all’altro, nella parte del solista come nel sostegno costante assicuratogli, con raffinata scrittura armonica e contrappuntistica, dall’orchestra, il concerto parrebbe dar voce all’acuta nostalgia per la patria, già anche di Dvořák, sperimentata dal compositore, riparato durante la Seconda guerra mondiale negli Stati Uniti e poi ritornatovi nel dopoguerra. Nostalgia che non potrebbe assumere tinta più appropriata di quella fascinosa del materiale tematico folklorico della natìa Moravia.
Nel corso d’un viaggio in Scozia nella primavera 1829 il ventenne Mendels sohn, lettore appassionato di Schiller, fu colpito dalla visita a Edimburgo del severo Holyroodhouse Palace, dimora di Maria Stuarda. In quell’occasione annotò: «Credo d’aver trovato oggi l’attacco della mia Sinfonia scozzese». In realtà, dalle 16 battute buttate giù in un taccuino fu necessario attendere ben più d’un decennio (abbozzata già nel 1830 durante il soggiorno in Italia, la Sinfonia fu interrotta perché l’Autore non si sentiva «in grado di rivivere dentro di sé la caliginosa scena scozzese» al sole di Roma) perché il lavoro vedesse la luce, per essere terminato il 20 gennaio 1842, benché porti il n. 3 e sia l’ultima e più matura tra le sinfonie mendelssohniane (le nn. 4 e 5, pubblicate postume, la precedono infatti d’un decennio nella stesura). Dedicata alla regina Vittoria, fu tenuta a battesimo il 3 marzo 1842 al Gewandhaus di Lipsia, diretta dall’Autore stesso, e accolta trionfalmente nella Londra tanto favorevole a Mendelssohn il 13 giugno 1843 in quella Philarmonic Society che non aveva sentito l’ouverture beethoveniana. Capolavoro del sinfonismo ottocentesco, ancora ammirata e studiata decenni dopo da un grande sinfonista come Bruckner, stupirà probabilmente per la varietà al limite dell’eterogeneità che caratterizza i quattro tempi, a loro volta articolati in più sezioni contrastanti, varietà che Mendelssohn ha inteso rimarcare prescrivendo che essi vengano eseguiti il più possibile senza soluzione di continuità. Restituzione di atmosfere sentimentali più che frutto di citazioni etnomusicologiche, la Sinfonia si apre su un tema malinconico ed evocativo in Andante e La minore: riproposto al termine dello splendido e inquieto Allegro un poco agitato come transizione al secondo movimento, resterà ben impresso nella memoria del pur antisemita e anche per questo ostile Wagner, che se ne ricorderà per il fondamentale motivo dell’An – nuncio di morte nell’Anello del Nibelungo. Lo Scherzo (Vivace), eccezionalmente in forma sonata, dalla mobilità e trasparenza quasi mahleriane – il baldanzoso primo tema pentatonico, esposto dal clarinetto, costituisce un evidente richiamo folklorico – cede il passo alla poesia lirica dell’Adagio, dal melos tipicamente mendelssohniano, ma in cui qualcuno ha visto l’influenza del Quartetto op. 74 “delle arpe” di Beethoven, turbata dall’apparizione d’una solenne e sinistra marcia funebre in modo minore. Chiude la Sinfonia il trascinante Allegro vivacissimo (originariamente Allegro guerriero), la cui vitalità ritmica conosce una svolta imprevista che conferisce alla sinfonia una direzione teleologica precisa e riannoda i legami con gli altri movimenti. Nel La maggiore che era stato dell’Adagio si alza infatti dai corni e da altri strumenti nel registro grave un inno in Allegro maestoso assai, non ignaro del tema introduttivo della Sinfonia, apoteosi trionfale che celebra le memorie delle leggendarie epopee delle Highlands, degna conclusione d’una Sinfonia profondamente nutrita di passioni e miti romantici.

Raffaele Mellace