Le date

Concerto in streaming
giovedì 25 febbraio 2021
Ore: 20:00
sabato 27 febbraio 2021
Ore: 17:00

La mia Africa
Foresta Martin, Maillon de la Cadène – PRIMA ESECUZIONE ASSOLUTA
(I° Premio al Concorso di Composizione dei Pomeriggi Musicali)

Mozart, Concerto per clarinetto e orchestra in la maggiore K 622
Mozart, Sinfonia n. 38 in re maggiore K 504 “Praga”

Direttore: Alessandro Bonato
Clarinetto: Marco Giani
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Note di sala

Attilio Foresta Martin
Maillon de la Cadène – prima esecuzione assoluta (I premio al Concorso di Composizione dei Pomeriggi Musicali)

Wolfgang Amadeus Mozart
Concerto per clarinetto e orchestra in la maggiore, K 622

I: Allegro
II:Adagio
III: Rondo: Allegro

Sinfonia n. 38 in re maggiore, K 504 “Praga”

I: Adagio – Allegro
II: Andante
III: Presto


La mia Africa

Sebbene in termini molto diversi, presentano legami con il continente africano due delle tre composizioni in programma. L’Adagio del Concerto per clarinetto di Mozart è associato nella memoria di un paio di generazioni al film Out of Africa (“La mia Africa”), il classico del 1985 diretto da Sydney Pollack dal romanzo omonimo di Karen Blixen, vincitore di 7 Oscar e, in Italia, di 2 David di Donatello e un Nastro d’argento. La pagina mozartiana vi è chiamata a interpretare la storia d’amore, intensa e infelice, vissuta da Meryl Streep e Robert Redford sullo sfondo della bellezza mozzafiato di una natura incontaminata: un’operazione che impiega la musica di Mozart per esprimere il fascino esercitato dall’Africa sugli occidentali (la scrittrice, i personaggi, il regista) del Novecento. La novità del giovane compositore romano Attilio Foresta Martin, classe 1987, ci invita a guardare in modo molto diverso il medesimo continente. Maillon de la Cadène, I Premio al Concorso di Composizione dei Pomeriggi Musicali, contempla le conseguenze di secoli di colonialismo sulla società africana, dipartendosi da un punto di osservazione originale. Il fenomeno al centro della composizione è il rituale magico cui sono sottoposte le ragazze di etnia yoruba dell’Africa occidentale per indurle a una condizione di schiavitù e prostituzione permanenti. Nella prospettiva di Foresta Martin, forte degli studi dello psichiatra Franz Fanon sulla relazione tra malattia mentale e colonialismo, l’impiego di tali riti, falsamente spacciati come autoctoni, come strumento coercitivo della popolazione rappresenta un retaggio di usi coloniali. Nello specifico la breve composizione, primo pannello d’un progetto più ampio, descrive in tre stadi questa esperienza terribile, evocando la violenza e il terrore dell’incantesimo, l’inquietudine attonita della ragazza, cui dà voce l’oboe, e infine, su un ostinato ritmico tipico della musica yoruba, il dramma vissuto dalla protagonista e con lei dalla società che di quel sistema perverso è insieme vittima e carnefice.

Dopo la lucida riflessione creativa su tanto orrore, il Concerto per clarinetto, composto da Mozart nella tonalità luminosa di La maggiore, ha il significato di una risalita «a riveder le stelle». La bellezza pura di questo lavoro, ultima partitura strumentale che Mozart terminò a meno di due mesi dalla morte (fu completata poco dopo il 7 ottobre 1791), rappresenta senz’altro, insieme al coevo Ave verum K. 618 e ancor più del Requiem K. 626, un lascito della più toccante poesia sonora. Il concerto venne composto a Vienna per il clarinettista Anton Stadler, già dedicatario del Trio “dei birilli” K. 498, del Quintetto per clarinetto e archi K. 581, e destinatario delle parti di clarinetto e corno di bassetto della coeva Clemenza di Tito, appena allestita a Praga per l’incoronazione di Leopoldo II. E proprio a Praga, dove Stadler era in tournée, il concerto venne inviato, in un pendolo Vienna-Praga che coinvolge, lo si vedrà, anche la sinfonia oggi in programma. Conferma la centralità di Stadler, amico, confratello massone (e debitore!) di Mozart, nella genesi del concerto anche la circostanza che per il I tempo il compositore rielaborò l’abbozzo d’un concerto per corno di bassetto che aveva messo in cantiere e poi abbandonato un paio di anni prima proprio per Stadler. Ne risultò una partitura che contempera l’inedito sfruttamento di tutte le potenzialità espressive (anche quelle più crepuscolari) di uno strumento all’epoca ancora recente e privo di repertorio con una vocazione squisitamente cameristica e intimistica che si tiene lontana da ogni tentazione di spettacolarità. Partitura radiosa, con tre tempi su tre incardinati in tonalità maggiori – benché il corteggiamento del modo minore non manchi, specie nei tempi estremi – condivide con il Flauto magico, il cui debutto, il 30 settembre 1791, si sovrappone alla composizione del Concerto, il medesimo anelito alla felicità.

Come il Concerto per clarinetto, composta a Vienna ma destinata a Praga, città in cui Mozart era venerato già in vita e che nel gennaio 1787 tenne a battesimo il lavoro, è la Sinfonia n. 38 in Re maggiore, la tonalità dell’Adagio del Concerto. Con la sua quart’ultima sinfonia, che, terminata il 6 dicembre 1786,  segue di ben tre anni la precedente e annuncia a nemmeno due anni di distanza il trittico dell’estate 1788, il compositore raggiunge il vertice di maturazione in quello che s’imporrà, con Beethoven, come il genere sublime per eccellenza in ambito strumentale. Il I tempo presenta un organismo complesso: solennemente preceduto da un’ampia introduzione in Adagio, inconsueta in Mozart, di stoffa tragica, esibisce una vocazione per il grandioso che non disdegna inflessioni di delicatezza, osa audacie compositive della più avanzata scrittura strumentale mozartiana ma soprattutto è innervato da una scrittura contrappuntistica trasparente ed elegante. L’Andante anticipa di qualche mese alcune atmosfere del Don Giovanni (si badi all’inflessione in re minore del tema, in un gioco di continue metamorfosi maggiore/minore che sarà anche del I tempo del Concerto per clarinetto), in una scrittura cesellata finanche nella parte dei fagotti, non più soltanto di mero accompagnamento. Il Presto, terzo e ultimo tempo di questo lavoro singolarmente privo di Minuetto, condotto in un raro connubio di energia e leggerezza, mostra un linguaggio del tutto affine alle contigue Nozze di Figaro, da cui pare prendere in prestito il tema del duettino Susanna-Cherubino del II atto, perfettamente adatto a un trattamento sinfonico. Anche laddove la scrittura sinfonica non parla tanto scopertamente la lingua dell’opera buffa, appare comunque evidente la connaturata vocazione umanistica all’espressione di affetti umani, ovvero alla creazione di personaggi palpitanti tramite figurazioni strumentali cui manca soltanto la parola.

Raffaele Mellace


Alessandro Bonato
direttore

Vincitore del terzo premio assoluto alla “Nicolai Malko Competition 2018” (unico italiano selezionato e il più giovane di tutta la competizione), Alessandro Bonato ha già al suo attivo un’esperienza che lo pone tra i principali giovani emergenti dell’attuale panorama musicale italiano. Ha iniziato lo studio del violino all’età di 11 anni; avviato precocissimo alla direzione d’orchestra dal M° Vittorio Bresciani, dal 2013 studia e si perfeziona sotto la guida del M° Pier Carlo Orizio, del M° Donato Renzetti e del M° Umberto Benedetti Michelangeli. Alessandro Bonato ha debuttato ufficialmente come direttore nel 2013, dirigendo l’Orchestra del Conservatorio della sua città. Nel marzo 2016 è stato chiamato a dirigere “Il Flauto Magico” di W.A. Mozart presso la Royal Opera House Muscat in Oman. Ha diretto importanti orchestre tra cui: Filarmonica del Festival Pianistico Internazionale di Brescia e Bergamo, Royal Oman Symphony Orchestra, gli Strumentisti dell’Orchestra Filarmonica della Scala e l’Orchestra Sinfonica Nazionale RAI. E’ ospite regolare del Festival Pianistico Internazionale di Brescia e Bergamo. Eventi in campo operistico hanno previsto, nel marzo 2019, la direzione di una produzione de “La Cambiale di Matrimonio” per il Rossini Opera Festival, dove è stato di nuovo invitato a dirigere nell’agosto 2019. Nel maggio 2019 ha diretto anche una produzione de “Il Maestro di Cappella” e “Gianni Schicchi” al Teatro Filarmonico di Verona. Collabora regolarmente con l’orchestra “I Pomeriggi Musicali di Milano” e nel settembre 2019 ha diretto l’Orchestra Filarmonica della Scala in un concerto open-air.


Marco Giani
clarinetto

Primo clarinetto dei Pomeriggi Musicali di Milano, si è diplomato con il massimo dei voti e lode con Nicola Bulfone, e poi laureto con Luigi Magistrelli. Vincitore in numerosi Concorsi Nazionali e Internazionali, si è inoltre distinto al prestigioso Concorso Internazionale ARD di Monaco 2012.

In qualità di solista si è esibito con importanti orchestre quali: Münchener Kammerorchester (ARD), Kapelle Dresden Solisten, Deutsche Staatsphilharmonie Rheinland-Pfalz, I Pomeriggi Musicali, Staatskapelle Halle, e importanti direttori fra cui: Weller, Branny, Rustioni, Altstaedt, Calderon, Caballé-Domenech.

Marco Giani ha suonato in alcune fra le più importanti sale concertistiche in Europa, Canada e USA: Musikverein di Vienna, Semperoper di Dresda, Konzerthaus Berlin, Teatro San Carlo di Napoli, Louise M. Davies Symphony Hall di San Francisco, Toronto Roy Thomson Hall, Carnegie Hall di New York.

Ha collaborato con numerose orchestre italiane e straniere sotto la direzione di Metzmacher, Gatti, Muti, Sanderling, Eschenbach, Zacharias, von Dohnanyi, Gergiev.

Nel 2014 ha pubblicato con Naxos 2 CD dedicati a Ernesto Cavallini.