Le date

Sala Grande
giovedì 22 aprile 2021
Ore: 20:00
sabato 24 aprile 2021
Ore: 17:00

Ultimo quarto
Mozart, Sinfonia n. 40 in sol minore K 550
Beethoven, Sinfonia n. 1 in do maggiore op. 21

Direttore: Diego Fasolis
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Note di sala

Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791)
Sinfonia n. 40 in sol minore, K 550

I: Molto Allegro
II: Andante
III: Menuetto
IV: Allegro assai

Ludwig van Beethoven (1770-1827)
Sinfonia n. 1 in do maggiore, op. 21

I: Adagio molto – Allegro con brio
II: Andante cantabile con moto
III: Menuetto: Allegro e molto vivace
IV: Finale: Adagio – Allegro molto e vivace


Ultimo quarto

L’ultimo quarto del Settecento è stato notoriamente una stagione rivoluzionaria, di cui sarà sufficiente ricordare due eventi capitali, sul piano socio-politico e culturale: la Rivoluzione francese e la nascita del Romanticismo. In ambito musicale una delle acquisizioni più significative e di lunga durata è l’affermazione della sinfonia come genere di riferimento del repertorio orchestrale, anzi pietra di paragone per il valore d’un compositore e la portata delle sue ambizioni. Il concerto odierno scandisce il percorso di quel quarto di secolo attraverso due lavori di autori di altrettante generazioni diverse, ciascuno dei quali ha contribuito alla storia del genere in termini a suo modo decisivi.

Nella prodigiosa estate 1788, a tre anni dalla precoce scomparsa, Mozart mise la parola fine alla sua produzione sinfonica col trittico di cui si è ascoltato nel concerto del 4/6 febbraio l’estremo tassello, la “Jupiter”. Quindici giorni prima, il 25 luglio 1788, ultimò la Sinfonia in sol minore K. 550, trenta minuti fra i più celebri della storia della musica occidentale. Già nel 1793 la si giudicava «una delle più belle di questo maestro»: titolo meritato per l’intensità espressiva, l’imprevedibilità armonica, il cromatismo, l’ambiguità del significato e pertanto della collocazione estetica, in seno a un classicismo dalle insopprimibili tensioni preromantiche. Scritta probabilmente in vista della stagione concertistica dell’inverno seguente, quando peraltro non la si ascoltò, la sinfonia è prodotto di quel laboratorio viennese di idee ed esperienze umane e culturali che fruttò i capolavori della maturità mozartiana. Domina la partitura la cifra del tragico, una malinconia nera che impregna l’invenzione tematica sin dalla sua definizione, in patente in contrasto con le sinfonie sorelle. Nella distratta abitudine all’ascolto della nostra società, il tema inaugurale della sinfonia è svilito a jingle da cellulare, con l’inevitabile conseguenza di annichilire la vibrante tensione tragica che abita quel motivo fascinoso: un inciso ossessivo preparato dall’irrituale attacco in piano delle viole divise e incardinato in un ritmo anapestico che comunica il disagio radicale di un’instabilità irrisolta, l’impossibilità di fermare il piede su un punto d’appoggio sicuro, un dinamismo affannoso, sospinto dall’urgenza di un determinismo ineluttabile. Al I tempo segue la grazia delicata del raccolto Andante in Mi bemolle maggiore, la cui scrittura canonica cita gli stilemi dello stile severo. Il breve ma fondamentale Menuetto ripristina la tensione tragica dell’esordio in un torvo Do minore, cancellando, nell’implacabile energia ritmica potenziata dal ricorso al contrappunto, ogni grazia cortigiana del minuetto settecentesco, al di là della parentesi offerta dal tono liederistico e popolare del Trio. Cupo e violento è il febbrile Allegro assai conclusivo, che ispirerà Beethoven per il III tempo della Quinta sinfonia.

Se a Mozart non fu dato approfondire ulteriormente un pensiero sinfonico tanto maturo, ne raccolse il testimone il giovane tedesco giunto a Vienna quattro anni più tardi. Beethoven inaugurò la serie delle sue sinfonie, decisive per le sorte del genere per tutto il secolo nuovo, il 2 aprile 1800 al Teatro di Corte, a coronamento d’un concerto comprendente musica di Haydn e Mozart. Dedicata al barone van Swieten, come una serie di sinfonie amburghesi di Carl Philipp Emanuel Bach, la Prima si segnalò immediatamente per «molta arte, novità ed abbondanza di idee». Armonicamente instabile e irto di dissonanze, l’Adagio molto d’apertura introduce l’Allegro con brio dal I tema semplice e vigoroso, che finirà per travolgere nel suo dinamismo senza requie il seducente dialogo tra fiati che costituisce il II tema. L’Andante cantabile con moto, avviato da un tema discreto esposto dai violini II ed esteso progressivamente, prende a prestito un carattere da minuetto, non immemore della sinfonia mozartiana appena ascoltata, per una costruzione di grande equilibrio e bellezza. Il sedicente Minuetto è in realtà un vasto, moderno Scherzo dalla velocità e dal piglio travolgenti, placata solo momentaneamente dal Trio, una serenata per fiati animata dal nervoso agitarsi dei violini. Il Finale è poi uno di quei giocattoli à la Haydn, che, costruiti su due temi sbarazzini, innescano il moto inarrestabile dell’orchestra, che non si nega neppure il gesto umoristico d’un avvio in Adagio in cui i violini non sembrano decidersi a portare a termine una scala.