Approdi

Beethoven, Concerto n. 3 per pianoforte e orchestra in do minore op. 37
Mendelssohn, Sinfonia n. 3 in la minore op. 56 “Scozzese”

Direttore: James Feddeck
Pianoforte: Nicholas Angelich
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Note di sala

Ludwig van Beethoven (1770-1827)
Concerto per pianoforte e orchestra n. 3 in do minore op. 37

I: Allegro con brio
II: Largo
III: Rondo: Allegro – Presto

Felix Mendelssohn Bartholdy (1809-1847)
Sinfonia n. 3 in la minore, op. 56 “Scozzese”

I: Andante con moto – Allegro un poco agitato
II: Vivace non troppo
III: Adagio
IV: Allegro vivacissimo – Allegro maestoso assai


Approdi

I due capolavori in programma costituiscono entrambi dei punti di arrivo per i rispettivi compositori, dei promontori nella loro vicenda creativa che rappresentano al contempo la sintesi d’un percorso compiuto e l’esito più alto di un tragitto, parziale nel caso di Beethoven, dell’intera frequentazione del genere della sinfonia in quello di Mendelssohn. Se, come si è già scritto, il Primo concerto per pianoforte è la summa del Beethoven pre-eroico, il Terzo costituisce un passo ulteriore: l’approdo dell’esperienza creativa di un compositore che non ha soltanto fatto propri i modelli di Haydn e Mozart creando lavori di alto valore estetico, ma ha già acquisito una propria fisionomia riconoscibile, un profilo stilistico che da questo Terzo concerto emerge in termini quasi programmatici. Si manifesta insomma, come ha scritto Francesco Degrada, «per la prima volta in questa forma la dimensione titanica ed eroica dell’umanità beethoveniana». A cominciare da quel congeniale do minore in cui erano già stati concepiti i Trii op. 1 n. 3, op. 9 n. 3, le Sonate per pianoforte op. 10 n. 1 e soprattutto op. 13 “Patetica” e il Quartetto op. 18 n. 4, in attesa dell’epifania più memorabile di quella tonalità: la Quinta sinfonia. Unico concerto beethoveniano in modo minore, incardinato nella tonalità che era stata del Concerto K. 491 di Mozart, che il compositore più giovane tenne in debito conto, abbozzato già all’altezza del 1796, compiuto verso il 1800, fu presentato a Vienna il 5 aprile 1803 insieme alla Prima e alla Seconda sinfonia, per essere pubblicato solo nel 1804, dedicato al principe Luigi Ferdinando di Prussia. L’Allegro con brio, per l’epoca monumentale, innervato d’un vocabolario eroico-militare (l’onnipresente intervallo ascendente di quarta a imitazione dei timpani, reiterato già dalla terza battuta del primo tema), è costruito sull’evidente contrapposizione tra un primo tema volitivo e perentorio e un secondo, esposto nell’introduzione dal clarinetto, lirico e affettuoso. La perla del lavoro è unanimemente riconosciuta nel Largo, incardinato nella tonalità, remota rispetto al do minore d’impianto, di Mi maggiore, a intonare una meditazione siderale, proposta dal solista con una libertà espressiva tutta beethoveniana e all’epoca inedita, quasi che il compositore/interprete si sia chinato ad auscultare lo strumento, per trarne le risonanze più delicate nel proprio mondo interiore. Tripartita, questa pagina quasi atemporale ospita una sezione centrale in cui il pianoforte orna con arpeggi eterei il dialogo immoto tra flauto e fagotto prima di riprendere la meditazione interrotta. Il concerto si conclude con la sorpresa della Coda del Finale, che un’inopinata metamorfosi di tutti i parametri fa approdare a un esilarante (e strappa applausi) Presto in 6/8 e Do maggiore.

Nel corso d’un viaggio in Scozia nella primavera 1829, il ventenne Mendelssohn, lettore appassionato di Schiller, fu molto colpito dalla visita a Edimburgo al severo Holyroodhouse Palace, dimora di Maria Stuarda. In quell’occasione annotò: «Credo d’aver trovato oggi l’attacco della mia Sinfonia scozzese». In realtà, dalle 16 battute buttate giù in un taccuino fu necessario attendere ben più d’un decennio (abbozzata già nel 1830 durante il soggiorno in Italia, la sinfonia fu interrotta perché l’Autore non si sentiva «in grado di rivivere dentro di sé la caliginosa scena scozzese» al sole di Roma) perché il lavoro vedesse la luce, per essere terminato il 20 gennaio 1842, benché porti il n. 3 ultima e più matura tra le sinfonie mendelssohniane (le nn. 4 e 5, pubblicate postume, la precedono infatti d’un decennio nella stesura). Dedicata alla regina Vittoria, fu tenuta a battesimo il 3 marzo 1842 al Gewandhaus di Lipsia, diretta dall’Autore stesso, e accolta trionfalmente nella Londra tanto favorevole a Mendelssohn il 13 giugno 1843 alla Philarmonic Society. Capolavoro del sinfonismo ottocentesco, ancora ammirata e studiata, decenni dopo, da un grande sinfonista come Bruckner, stupirà probabilmente per la grande varietà, al limite dell’eterogeneità, che caratterizza i quattro tempi (a loro volta articolati in più sezioni interne contrastanti), varietà che Mendelssohn ha inteso rimarcare prescrivendo che essi vengano eseguiti il più possibile senza soluzione di continuità. Restituzione di atmosfere sentimentali più che frutto di citazioni etnomusicologiche, la sinfonia si apre su un tema malinconico ed evocativo in Andante e la minore, che verrà riproposto al termine dello splendido e inquieto Allegro un poco agitato come transizione al II tempo, e resterà ben impresso nella memoria del pur antisemita e anche per questo ostile Wagner, che se ne ricorderà per il fondamentale motivo dell’Annuncio di morte nell’Anello del Nibelungo. Lo Scherzo (Vivace), eccezionalmente in forma sonata, dalla mobilità e trasparenza quasi mahleriana – il baldanzoso I tema pentatonico, esposto dal clarinetto, costituisce un evidente richiamo folklorico a una civiltà esotica – cede il passo alla poesia lirica dell’Adagio, dal melos tipicamente mendelssohniano ma in cui qualcuno ha visto l’influenza del Quartetto op. 74 “delle arpe” di Beethoven, turbata dall’apparizione d’una solenne e sinistra marcia funebre in modo minore. Chiude la sinfonia il trascinante Allegro vivacissimo (originariamente intitolato Allegro guerriero), la cui vitalità ritmica conosce una svolta imprevista, che conferisce alla sinfonia una direzione teleologica precisa e riannoda i legami con gli altri movimenti: nel La maggiore che era stato dell’Adagio si alza dai corni e da altri strumenti nel registro grave un inno in Allegro maestoso assai, non ignaro del tema introduttivo della sinfonia, apoteosi trionfale a celebrare le memorie delle leggendarie epopee delle Highlands, degna conclusione d’una sinfonia profondamente nutrita di passioni e miti romantici.

Raffaele Mellace


James Feddeck
direttore d’orchestra

Il talento musicale del direttore d’orchestra James Feddeck è riconosciuto in tutto il mondo.

Le ultime stagioni hanno visto il suo debutto con la Sinfonica della Radio di Vienna, la Deutsches Symphonie-Orchester di Berlino, la Royal Stockholm Philharmonic, la Filarmonica di Helsinki, l’Orchestre National de Belgique, l’Orchestre National de France, l’Orchestre National de Lyon, la BBC Philharmonic, la BBC Symphony Orchestra, la Royal Scottish National Orchestra e la Sinfonica della Nuova Zelanda.

In particolare, è apprezzato per le sue interpretazioni della musica di Anton Bruckner, grazie a una serie di acclamate esibizioni delle Sinfonie del compositore: l’Ottava con la San Francisco Symphony Orchestra, la Quinta in tournée con l’Orchestre National de Belgique, la Sesta con l’Orchestra Sinfonica di Dublino RTÉ e la Nona con la Sinfonica di Birmingham.

In Nord America, James Feddeck ha diretto la Chicago Symphony Orchestra, la Cleveland Orchestra e le Orchestre Sinfoniche di Dallas, Seattle, San Francisco, Toronto e Montréal.

Nell’agosto 2017 è stato pubblicato il suo primo CD in collaborazione con la Deutsche Symphonie-Orchester di Berlino e Deutschlandfunk Kultur, con le musiche di una delle più importanti figure neo-romantiche della Germania, Georg Schumann.


Nicholas Angelich
pianoforte

Nato negli Stati Uniti nel 1970, dà il suo primo concerto a sette anni. A tredici entra al Conservatorio di Parigi dove studia con Aldo Ciccolini, Yvonne Loriod, Michel Beroff. Vince a Cleveland il secondo premio al Concorso Internazionale R. Casadesus, e il primo premio al Concorso Internazionale Gina Bachauer. Riceve inoltre in Germania il premio per giovani talenti del Klavierfestival Ruhr. Nel 2013 riceve il titolo di Solista dell’anno ai Victoires de la Musique Classique. Grande interprete del repertorio classico e romantico, ha eseguito l’integrale de Les années de pèlerinage di Liszt. Ugualmente appassionato della musica del XX secolo, interpreta Messiaen, Stockhausen, Boulez, Tanguy, Mantovani, Henry. Nel 2003 debutta con la New York Philharmonic e Kurt Masur. Sempre sotto la sua direzione, ma con l’Orchestre National de France, prende parte a una tournée in Giappone. Vladimir Jurowski lo invita nel 2007 ad aprire la stagione a Mosca con l’Orchestra Nazionale Russa. Si è esibito in tutto il mondo con le maggiori orchestre internazionali (Boston Symphony, Los Angeles Philharmonic, Orchestre National de France, Orchestre de Chambre de Lausanne, London Symphony Orchestra, Japan Philharmonic, Mahler Chamber Orchestra, Orchestra del Teatro Mariinsky, Tonhalle di Zurigo), sotto la direzione tra gli altri di Charles Dutoit, Vladimir Jurowski, Marc Minkowski, Paavo e Kristian Järvi, Myung-Whun Chung, Daniel Harding, Valery Gergiev, Krzysztof Urbanski. Ugualmente dedicato alla musica da camera, collabora tra gli altri con Martha Argerich, Yo-Yo Ma, Maxim Vengerov, Renaud e Gautier Capuçon, Leonidas Kavakos, Julian Rachlin.