Le date

Sala Grande
giovedì 24 ottobre 2002
Ore: 21:00
sabato 26 ottobre 2002
Ore: 17:00

Sala Grande del Teatro Dal Verme
Giovedì 24 ottobre, ore 21
Sabato 26 ottobre, ore 17

Programmma di Sala

Direttore:
Aldo Ceccato
Maestro del Coro:
Erina Gambarini
Mezzosoprano:
Alessandra Palomba
Voce recitante:
Sonia Bergamasco
Coro:
Canticum Novum
Orchestra:
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Programma:

Franz Schubert (1797 – 1828):
Rosamunde, Furstin von Zypern, D. 797
Ouverture
Entr’Acte nach dem 1. Aufzug [Intermezzo dopo il I atto]

Ballettmusik I [Musica di balletto I]

Entr’Acte nach dem 2. Aufzug [Intermezzo dopo il II atto]

Romanze: “Der Vollmond strahlt auf Begeshöhn” [Romanza: “Il plenilunio irradia”]

Geisterchor [Coro di spiriti]

(Ouverture e coro introduttivo da Alfonso und Estrella)

Entr’Acte nach dem 3. Aufzug [Intermezzo dopo il III atto]

Hirtenmelodien [Melodie pastorali]

Hirtenchor [Coro di pastori]

Jägerchor [Coro di cacciatori]

Ballettmusik II [Musica di balletto II]

Jägerchor [Coro di cacciatori]

Il Concerto
di Quirino Principe

IN MEMORIA DI UNA TRAMA PERDUTA
Seh ich ans Firmament
nach jener Seite…
JOHANN WOLFGANG von GOETHE,
Wilhelm Meisters Lehrjahre

Nella prima fase del secolo XVIII, la Germania non si era ancora risollevata dalle devastazioni prodotte dalla guerra dei Trent’Anni. Alle perdite umane (la maledetta triade peste-fame-guerra aveva ucciso più di metà degli abitanti nell’area tedesca e boema) e al crollo delle attività economiche si associava la paurosa decadenza della qualità di vita, ridotta in alcune plaghe allo stato primitivo di mera sopravvivenza. Particolarmente colpita era l’attività culturale, soprattutto poetica e musicale, e il raffronto con lo splendore dei tempi di Heinrich Schütz, tra il XVI e il XVII secolo, era penoso. La cultura letteraria si era ridotta a ristrette esercitazioni accademiche, in cui esigue cerchie di poeti e di studiosi di filosofia tentavano di proteggersi dall’idea di prossima estinzione cui lo spirito nazionale pareva andare incontro. Si guardava, con un forte complesso d’inferiorità, alle altre nazioni. Quel poco che restava della letteratura tedesca ubbidiva ai cenni di due scrittori non volgari e anzi per molti versi benemeriti ma integralmente esterofili, l’italianizzante Johann Jakob Bodmer e l’anglicizzante Johann Jakob Breitinger. Maggiore rilievo ebbe il francofilo Johann Christoph Gottsched, spregiatore di Shakespeare (allegria !…).

Fu aria nuova l’avvento di nuovi scrittori: una generazione nata nei primi decenni del secolo XVIII. Gli storici della letteratura indicano a ragione in Friedrich Gottlieb Klopstock il rifondatore della letteratura tedesca, ma a lui possiamo avvicinare Anna Luise Dürbach, più nota come Anna Luise Karsch (o Karschin, secondo l’antiquato uso tedesco di femminilizzare i cognomi: qualcosa di analogo alla maniera russa) in seguito al matrimonio. Tedesca del nord, nata da famiglia poverissima a Meierei auf dem Hammer presso Schwiebus nel Brandeburgo il 1° dicembre 1722, morta a Berlino il 12 ottobre 1791, fu celebrata come “die deutsche Sappho”, la Saffo tedesca. Tanto fu ammirata la Dürbach-Karschin, quanto fu vituperata dai manuali di storia letteraria, e più ancora da quelli di storia della musica, una sua nipote, la baronessa Wilhelmine Christiane von Chézy nata von Klencke (Berlino, domenica 26 gennaio 1783 – Ginevra, giovedì 28 febbraio 1856). Sovrabbondante autrice di poesie, drammi e romanzi, donna di grande cultura e di gusto raffinato, ma incapace, evidentemente, di conquistare il pubblico e la critica, la Chézy (il cui primo prenome è stato rimodellato dall’aferesi, “Helmine”) ebbe una sorte inversa a quella della nonna, nata di umili condizioni e divenuta illustre. Venuta al mondo in una situazione d’alto rango e di grande agiatezza, fu amareggiata e per così dire impoverita dalle recensioni sferzanti e addirittura insultanti che accompagnarono ogni suo lavoro poetico, narrativo o teatrale. La cattiva fama si è prolungata nel tempo, e oggi non c’è libro che di lei faccia cenno in cui non si parli dei “mediocri versi” o dello “sconclusionato libretto d’opera” di Helmine von Chézy. In particolare, lo sconclusionato libretto è quello per una meravigliosa opera di Carl Maria von Weber, Euryanthe (1822-1823). Oh, sì, certo: la baronessa von Chézy non era un genio. Non era Rückert né Eichendorff né Heine, con il quale ebbe in comune l’anno di morte. Ma il testo di Euryanthe non è inferiore a quelli di altre opere di Weber né di altri capolavori del teatro musicale, e la trama è bella, condotta su letture preziose e rare, e in particolare su un testo francese del secolo XIII (del XV secondo alcuni), il Roman de la violette di Gerbert de Montreuil, pubblicato nel 1780 con il titolo Histoire de trés noble et chevalereux prince Gérard de Nevers et de la très vertueuse et sage princesse Euryanthe de Savoye, e letto da Helmine nella traduzione tedesca di Friedrich Schlegel (Romantische Sagen und Dichtungen des Mittelalters, 1804). È una prova della grande cultura della bistrattata baronessa, e della sua prossimità intellettuale all’immane lavoro compiuto dai romantici di Berlino e in particolare dai fratelli Schlegel: lo sforzo di tradurre in tedesco i testi capitali delle letterature neolatine e l’opera di Shakespeare, e di farne capire l’energia romantica. Si aggiunga che, per scrivere il suo libretto di Euryanthe, la Chézy trasse qualche idea anche dallo shakespeariano Cymbeline, e questo accentua l’idea che dobbiamo avere delle sue conoscenza letterarie. Insomma, ci ergiamo a difensori d’ufficio della baronessa prussiana. Un Lied scritto da Helmine, Wär’ ich ein Vögelein (1812), fu cantato per generazioni in Germania e in Austria, e ancora oggi, in chi non abbia ancora perduto interamente la memoria storica nell’odierno delirio suicida della cultura occidentale, conserva tracce della sua antica qualità di evergreen.

Helmine von Chézy era quarantenne quando le vicende della sua vita s’incrociarono per breve tempo con il lavoro creativo e solitario di Franz Peter Schubert, nato a Lichtenthal (allora sobborgo di Vienna, oggi in pieno centro urbano) martedì 31 gennaio 1797, morto a Vienna mercoledì 19 novembre 1828. La Chézy, che nel 1823 si era trasferita in Austria, aveva scritto un dramma di genere fiabesco in 4 atti, Rosamunde, Fürstin von Cypern (“Rosamunda, principessa di Cipro”), del quale narreremmo volentieri la trama autentica e integra, se fosse possibile. Non lo è, per il motivo che diremo. Su come Franz Schubert entrò nella vicenda, sono essenziali due testimonianze. La prima è quella di Leopold von Sonnleithner (1797-1873), amico di Schubert, datata Vienna 1° novembre 1857, nella quale ci interessa soprattutto il poscritto datato 5 marzo 1858. Quelle pagine manoscritte s’intitolano Notizen zur Biographie des Franz Schubert e sono state custodite negli archivi della Gesellschaft der Musikfreunde di Vienna. Il testo scritto da Sonnleithner fu sollecitato da Ferdinand Luib, che a Vienna era impiegato al Ministero del Commercio ma esercitava un’attività autonoma di saggista, musicografo e anche editore. Intenzionato a scrivere una grande biografia schubertiana, nel biennio 1857-185 cominciò a raccogliere ricordi e dichiarazioni da parte di chiunque fosse stato in amicizia o in relazione di conoscenza con Schubert. La seconda testimonianza è di un altro amico del compositore, Josef von Spaun (1788-1865), compagno di Schubert dal 1805 allo Stadtkonvikt di Vienna. Datata 1858, s’intitola Notizen zu meiner Freundschaft mit Franz Schubert. Fu stampata per la prima volta da Marie Lipsius nel 1890 sulla “Neue Musikzeitung” di Stoccarda, poi da Alois Fellner in Der Merker (Vienna), febbraio-marzo 1912, poi ancora da Max Friedländer nella Deutsche Rundschau (Berlino), novembre 1928. Non fu inviata a Luib, il quale però la rintracciò e se ne servì nel corso delle sue ricerche.

Schubert fu prediletto dalla sfortuna come uomo e come artista. Rarissime furono le sue composizioni che egli udì eseguite. Nessuna delle sue sinfonie fu presentata in pubblico finché egli fu in vita, e lo scandalo maggiore riguarda la Sinfonia in Si minore (che non è deciso se numerare come Settima oppure Ottava) detta “Die Unvollendete”, “l’Incompiuta”, eseguita la prima volta soltanto nel 1865. Particolarmente frustrato fu il suo lavoro di compositore per la scena. Egli scrisse otto opere teatrali compiute, fra le quali spiccano per ampiezza di respiro e bellezza d’invenzione Alfonso und Estrella (1821-1822) e Fierrabras (maggio-ottobre 1823), e cinque incompiute ma ugualmente bellissime, fra cui quella che sarebbe dovuta essere l’ultima, Der Graf von Gleichen (iniziata il 19 giugno 1827), più quattro rimaste allo stato di frammento o di abbozzo. Di tutti questi progetti, ebbe realizzazione pubblica durante la vita di Schubert uno soltanto: Die Zwillingsbrüder (“I due gemelli”) in un atto, che andò in scena il 14 giugno 1820 al Kärntnerthor-Theater di Vienna (Teatro di Porta Carinzia), il quale sorgeva nello stesso sito in cui sarebbe stata costruita e inaugurata nel 1869 la Hofoper, oggi Staatsoper. Perché quell’unica fortunata eccezione ? Il testo era di Georg von Hofmann, autore del dramma Die Zauberharfe alle cui musiche di scena Schubert lavorò contemporaneamente agli Zwillingsbrüder. Hofmann fu mediocre drammaturgo e mediocrissimo poeta, ma, in quanto segretario generale del Kärntnerthor-Theater, era uomo — come suol dirsi — dalle utili entrature.

E le altre opere ? In Alfonso und Estrella, Schubert poneva molte speranze. Carl Maria von Weber, che nel marzo 1821 aveva soggiornato a Vienna e aveva scelto Helmine von Chézy come librettista della futura Euryanthe, vedeva in Vienna una città strategica per presentarvi la nuova opera e consolidare il successo del Freischütz. Si sarebbe rafforzato il progetto di fondare un’opera nazionale tedesca, rivaleggiante con gli italiani che dominavano le scene europee, e soprattutto con Rossini, odiato da Weber. L’anno dopo, affidandola a una cantante che andava nella capitale sassone, Schubert inviò la partitura manoscritta di Alfonso und Estrella a Dresda, dove Weber era direttore musicale della Hofoper. L’autore del Freischütz si era detto interessato all’opera di Schubert, e aveva promesso che l’avrebbe fatta eseguire a Berlino diretta da lui stesso. Schubert ne era felice. Weber ritornò a Vienna nel settembre 1823 per preparare la prima viennese di Euryanthe, che doveva aver luogo il 25 ottobre. Ma Euryanthe non ebbe il successo sperato da Weber: ingiustamente, trattandosi di un’opera meravigliosa. I viennesi non erano il miglior pubblico possibile: deliravano (giustamente ma troppo esclusivamente e superficialmente) per Rossini e per gli italiani in genere. Probabilmente nacque allora il “calembour” di pessimo gusto, per cui i cretini definirono il nuovo capolavoro weberiano L’Ennuyante. Come narra Josef von Spaun, Schubert andava quasi ogni giorno a casa di Weber ed erano divenuti molto amici. Il giorno dopo la prima, Weber ricevette la visita di Schubert e gli domandò: “Allora, Le è piaciuta la mia Euryanthe ?”. Schubert, ingenuamente sincero, disse che gli era piaciuta abbastanza, ma c’era poca melodia e Der Freischütz gli era piaciuto di più. Weber si offese, rispose sgarbatamente, e da allora non si parlò più di Alfonso und Estrella. Chiediamo in prestito le parole a Leopold von Sonnleithner: “L’opera Alfonso und Estrella è stata rappresentata, com’è noto, alcuni anni fa, nel 1855, a Weimar grazie all’interessamento di Franz Liszt, ma ha ottenuto nulla più che un succés d’estime. I dettagli si possono trovare sui quotidiani”. Qualche imprecisione: in realtà, la prima assoluta di Alfonso und Estrella ebbe luogo a Weimar per volontà del generoso apostolo Liszt il 24 giugno 1854, e in versione abbreviata. La vicenda di un’altra opera “eroico-romantica”, Fierrabras, ultimata da Schubert nell’ottobre di quello stesso anno, fu ugualmente amara e forse più gelida: l’opera fu rifiutata sic et simpliciter dal Teatro di Porta Carinzia. Fu rappresentata per la prima volta a Karlsruhe il 9 febbraio 1897.

Minori amarezze ebbe Schubert da altri suoi lavori per il teatro, non propriamente opere, i: quali furono:

nell’estate 1820, le musiche di scena per il dramma fantastico e fiabesco (“Zauberspiel”) in 3 atti Die Zauberharfe (“L’arpa magica”) di Georg von Hofmann;

nella primavera 1821, un duetto e un’aria per Das Zauberglöckchen (“Il campanellino magico”), ossia per la versione tedesca della Clochette di Louis Hérold nella traduzione di Friedrich Treitschke dal testo francese di Marie Théaulon de Lambert;

nell’autunno 1823, le musiche di scena per la già ricordata commedia fiabesca Rosamunde, Fürstin von Cypern di Helmine von Chézy, e di ciò parleremo più in dettaglio poiché siamo approdati, com’è ovvio, al nostro tema;

nel febbraio 1826, il melòlogo “Leb’ wohl, du schöne Erde” per il dramma Der Falke (“Il falco”) di Adolf von Pratobevera;

In un ammirevole saggio del 1999 sul teatro musicale di Schubert, Consuelo Giglio disegna con efficacia lo stato d’animo del compositore deluso da tante frustrazioni ma infaticabilmente inventivo. Qualche povera consolazione fiorì grazie alle composizioni “minori” (?) che ora abbiamo elencato. A dirla in breve, un buon successo raccolsero il duetto e l’aria per lo Zauberglöckchen: piacquero al pubblico più dell’opera in cui erano stati inseriti, e fruttarono a Schubert — evento d’eccezione ! — 100 Gulden. Fortuna insperata e rara, per lui, ma in realtà una cifra modestissima: dopo la svalutazione monetaria del 1809, un Gulden valeva circa 3572 vecchie lire italiane del 2001, e di conseguenza 100 Gulden avevano un potere d’acquisto pari a 357.200 lire ossia circa 185 euro. Un successo ancora maggiore accolse le musiche di scena scritte da Schubert per il dramma Rosamunde, Fürstin von Cypern di Helmine von Chézy. La partitura, contrassegnata nel Thematic Catalogue (1951) di Otto Erich Deutsch con il numero 797, fu propriamente un lavoro su commissione, affidato a Schubert dal Theater an der Wien, il celebre e — per noi — fatale palcoscenico viennese in cui era andato in scena Fidelio di Beethoven in prima versione (1805); nel teatro precedente e poi demolito che ancora pochi anni prima sorgeva sull’identica area, il Theater auf der Wieden, si era rivelata al mondo Die Zauberflöte di Mozart (1791). Il dramma della Chézy, in 4 atti e con le musiche di Schubert, ebbe la sua prima rappresentazione al Theater an der Wien di Vienna sabato 20 dicembre 1823. L’una aria della partitura, la “Romanze”, fu cantata da Katharina Vogel nata Düpont, moglie di Wilhelm Vogel che nel 1824 sarebbe diventato direttore dell’An der Wien.

Ancora una volta, le musiche piacquero più dell’azione scenica nel suo insieme; ciò che si considerava “marginale” ebbe la meglio sul lavoro “principale”. Dopo l’insuccesso di Euryanthe, la Chézy soffrì quel secondo fallimento nella “Musikstadt” per eccellenza. Fra gli amici di Schubert fu grande la gioia per il plauso con cui le musiche erano state accolte. In teatro era presente il pittore Moritz von Schwind (1804-1871), uno schubertiano fedelissimo, che narrò a un altro comune amico, il barone Franz von Schober (1796-1882):

Nell’ultimo atto ci sono due cori, uno di pastori e uno di cacciatori, così belli e naturali come non ricordo di averne mai uditi. Furono ripetuti fra gli applausi, e secondo me daranno il colpo di grazia a Euryanthe di Weber.

Leopold Sonnleithner dà indicazioni decisive su questioni storicamente discusse, ancora oggetto di controversie. La rappresentazione del 20 dicembre 1823, fortunata per Schubert e deludente per la povera Chézy, era stata organizzata in favore della signorina Emilie Neumann, giovane e attraente attrice, più tardi sposata Lucas. La beneficiata era stata organizzata, ha scritto Sergio Sablich, “da uno spasimante un po’ megalomane”. Narra ancora Sablich: “Schubert accettò di scrivere all’ultimo momento le musiche di scena per Rosamunde soltanto perché sperava di facilitare così il cammino alle due “vere” opere (un Singspiel e un’opera, al solito, per ogni evenienza) che aveva già composto in quell’anno il 1823: Die Verschworenen e Fierrabras“. Ritorniamo alla testimonianza di Sonnleithner. Per la sequenza dei numeri in partitura “con coro, accompagnamento musicale e balletto”, Schubert volle che fosse eseguita l’ouverture da lui scritta per Alfonso und Estrella e pubblicata in riduzione pianistica come op. 69. Ma in seguito fu adottato l’uso, divenuto universale e costante, di eseguire all’inizio l’ouverture della Zauberharfe. Anche nell’esecuzione odierna al Teatro Dal Verme di Milano si segue questa consuetudine. Schubert scrisse anche un’ouverture specifica per Rosamunde, ma è un lavoro di qualità inferiore alle due ouvertures prima indicate, e non si esegue quasi mai. In omaggio alla scelta adottata per l’esecuzione del 20 dicembre 1823, nell’odierno concerto al Dal Verme si ripropone anche l’ouverture di Alfonso und Estrella: Aldo Ceccato la esegue, insieme con il bel coro immediatamente successivo, dopo il “Geisterchor” di Rosamunde.

Il dramma della povera Chézy ebbe qualche altra rappresentazione, ma l’insuccesso lo accompagnò implacabilmente. Per colmo di sventura, il testo manoscritto di Rosamunde andò perduto, e da allora è stato impossibile ricostruirlo. Sulla trama ci danno soltanto frammenti di pallide indicazioni le parti cantate: i loro brevi testi ci parlano del plenilunio, del suo incantesimo notturno, della fedeltà d’amore che vince la morte (“Romanze”), del tenebroso mistero della vita e di chi vivendo non pareggia gli sforzi con i rari momenti felici (“Geisterchor”), della serena vita pastorale (“Hirtenchor”), dei piaceri della caccia (“Jägerchor”). Non molto più numerose sono le notizie che ricaviamo dalle recensioni apparse sui giornali dell’epoca e da due scritti di Wilhelm von Chézy, figlio di Helmine. L’azione scenica, secondo ragionevoli congetture, doveva essere la seguente, secondo una ricostruzione di cui siamo grati a Eliana De Sabata Ceccato.

ATTO I. Alla morte del padre, il re di Cipro, Rosamunde ha due anni. È affidata alle cure della nutrice Axa, vedova di un marinaio, perché cresca in un clima di semplicità, lontana dagli intrighi di Corte (abbastanza inverosimile). Nel giorno del diciottesimo compleanno della principessa, il borgomastro Albano proclama che Rosamunde, subdolamente fatta considerare (da chi ?) dispersa, è stata ritrovata, e la proclama legittima regina. Albano manda a chiamare il principe Alfonso di Candia, del quale, fin da quando i due erano bambini, Rosamunde era stata promessa sposa. Nel frattempo, finché Rosamunde non sarà incoronata regina e non avrà celebrato le nozze, sarà reggente di Cipro il governatore Fulgenzio. La nave su cui viaggia il futuro sposo, prima di raggiungere Cipro, è travolta da una tremenda tempesta: Soltanto Alfonso si salva dal naufragio. Riuscito ad approdare a Cipro, per prudenza nasconde la propria identità (perché mai ?) e si fa chiamare Manfred. Con falso nome riesce a farsi assumere al servizio di Fulgenzio, e osserva la situazione.

ATTO II. Fulgenzio si è incapricciato di Rosamunde, e mira a sposarla, anche per consolidare il proprio potere. Rosamunde rifiuta con dispregio. Fulgenzio, vendicativo, organizza il rapimento di Rosamunda da parte di una ciurma di pirati. Rosamunde, per gioco, scambia il suo vestito con quello di Claribella, figlia di Fulgenzio, ed è quest’ultima che i pirati rapiscono. Manfred/Alfonso libera Claribella, guadagnandosi la fiducia e la gratitudine di Fulgenzio, il quale a sua volta accusa Rosamunde di avere organizzato il rapimento di Claribella, e la fa imprigionare.

ATTO III. Rosamunde è liberata dal suo popolo che l’ama ma per evitare i pericoli e gli intrighi della Corte si rifugia in campagna, presso la vecchia Axa. Fulgenzio, che vuole sempre vendicarsi, si propone di avvelenare la principessa. Da esperto alchimista qual è, nel sotterraneo del suo palazzo, mentre voci di spiriti dannati cantano un coro sinistro, egli prepara un liquido mortale, simile a inchiostro. Intingendo il calamo in quel liquido scrive una lettera indirizzata a Rosamunde. Solo a toccarla, la fanciulla potrebbe essere uccisa dal veleno. Ignorando la vera identità di Manfred/Alfonso, Fulgenzio incarica proprio il giovane di recapitare alla principessa la lettera assassina.

ATTO IV. Rosamunde vive nel mondo idillico della sua infanzia, protetta da Axa. Conduce la vita dei pastori, ed ella stessa conduce le pecore al pascolo. Ma ecco giungere Manfred/Alfonso. Il giovane svela a Rosamunde la propria identità e il piano criminale di Fulgenzio. Grande è la gioia di Rosamunde nel riconoscere il promesso sposo. Ma arriva in quella comunità di pastori proprio Fulgenzio, desideroso di accertarsi che Rosamunde sia morta. Trovandola viva, è invaso da furore e timore. Manfred/Alfonso riesce a convincerlo che Rosamunde ha letto la lettera, ma invece di provocare la sua morte il liquido velenoso l’ha fatta sprofondare nella pazzia, e ora ella si crede una semplice pastorella. Fulgenzio si calma e tenta di approfittare della presunta follia di Rosamunde, anzi, di assecondarla con danze e canti pastorali per farle perdere interamente la ragione, forse anche per sposarla in orrende nozze. La principessa è piena di angoscia, anche perché il suo promesso sposo in quei momenti terribili è lontano (perché…?). Scrive ad Alfonso una lettera disperata, invocando il suo soccorso. Fulgenzio scopre la lettera, la legge, e capisce che Rosamunde non è affatto pazza. Vuole stracciare la lettera indirizzata ad Alfonso, ma agitato dall’ira si sbaglia e afferra la lettera avvelenata. Muori tra atroci sofferenze, ucciso dal suo stesso veleno.

Nel giubilo generale, fra canti e danze ormai veramente felici, i due giovani possono finalmente unirsi e sono incoronati sovrani di Cipro.

Con troppe lacune, con troppe incongruenze è giunta sino a noi questa trama dai contorni incerti. È possibile che il vero testo di Helmine von Chézy non fosse del tutto indegno delle musiche di Schubert. Il 23 marzo 1989 andò in scena in prima assoluta al Teatro La Fenice di Venezia la “favola drammatica” Rosamunde di Lorenzo Arruga e Lorenza Codignola: un lavoro originalissimo e di grande bellezza e profondità. Arruga e la Codignola erano partiti dalla premessa che la musica di Schubert per Rosamunde “è teatro”, e dopo avere scavato, con perseveranza filologica, in tutto ciò che si conosce del lavoro della “forse troppo calunniata Helmine von Chézy”, si erano tuttavia svincolati da ogni condizionamento e, liberamente, avevano ricreato un testo teatrale. Fu quella, certamente, la più bella impresa in materia, e oggi la segnaliamo come esemplare. Gli attori furono Mascia Musy (Rosamunde), Paola Mannoni (Helmina), Gianni Galavotti (il re di Cipro), Maurizio Donadoni (Spiro), Pietro Bontempo (Logos), Maurizio Sguotti (Jannis), Michele De Marchi (Jeronimo). L’orchestra e il coro della Fenice (con Ferruccio Lozer maestro del coro) furono diretti da Daniele Gatti. La “Romanze” fu cantata da Michela Remor. Scene e costumi furono di Maurizio Balò, la regia di Lorenza Codignola. Ci auguriamo che questo bellissimo lavoro, il quale onora la cultura europea, sia presto ripreso dai teatri d’opera italiani e anche da quelli stranieri, in opportune traduzioni.

Anche noi, da parte nostra, abbiamo chiesto suggerimenti soprattutto alla musica. Accogliendo gli elementi essenziali di ciò che della trama originaria è intuibile, ci siamo lasciato guidare dalla partitura, dalla sua .logica e dai suoi significati nascosti e possibili, e abbiamo reinventato la storia, ma in forma narrativa, affidandola a una voce recitante che non poteva essere se non quella ideale di Sonia Bergamasco. Il nostro testo appare in altre pagine di questo quaderno. Per quanto riguarda le musiche di scena, Aldo Ceccato, in aggiunta ai criteri già indicati (l’ouverture della Zauberharfe in principio, quella di Alfonso und Estrella al centro), ha collocato alla fine la ripetizione dello “Jägerchor”, il cui testo lascia intuire un’allusione alla gioia del matrimonio.

ROSAMUNDA, PRINCIPESSA DI CIPRO
LA SUA STORIA IMMAGINATA E NARRATA DA QUIRINO PRINCIPE SU TRACCE E MEMORIE DI HELMINE von CHÉZY MUSICHE DI SCENA DI FRANZ SCHUBERT
MUSICA: Ouverture
C’era una volta una storia. Era sparita dal suo luogo d’origine, un palazzo o un teatro. Era finita, dicevano, nel nulla. Ma nulla finisce nel nulla. La storia, scritta in gran fretta su un povero lembo di carta strappato a un diario, era scivolata giù per le rampe di nobili scale, un’improvvisa ventata l’aveva sospinta sulla strada, la tramontana l’aveva soffiata e accartocciata facendola rotolare lungo le vie di una città. Il mutare del vento l’aveva trascinata in altre direzioni, e la storia, volando sui prati dei sobborghi e sugli acquitrini delle campagne, aveva percorso miglia sfiorando fiumi e laghi, sorvolando d’un balzo il mare. Era caduta su un’isola, e la sorte l’aveva risucchiata in una cavità, dove il povero lembo di carta era precipitato, sino a depositarsi, finalmente immobile, nel fondo di un sotterraneo. Mani attente e invecchiate l’avevano raccolta e chiusa in sicura custodia.

Nel sotterraneo erano vissute due donne. Da quando ? Da dove ? Due domande che troppe volte non fanno dormire. Una delle due donne era molto giovane: i suoi anni erano a mezza strada tra l’adolescenza in cui ci si svela a sé stessi e l’età in cui ci si interroga su chi muova i nostri passi in una partita interminabile sopra la scacchiera di bianchi giorni e di nere notti. Di sé, conosceva soltanto il nome, Rosamunda, e aveva lontana memoria di luoghi aperti, di cielo, di alberi e di una dimora splendente, e del volto di un uomo malvagio, forse colui che l’aveva privata di tanta bellezza ed era la causa del suo vivere nel sottosuolo. Dell’uomo ricordava, con incertezza, il nome: Fulgenzio. L’altra donna, Axa, era vecchia: Rosamunda sapeva che Axa era stata la sua nutrice, e che in gioventù era stata amata da un marinaio. Ma in tutta la vita, Axa e il suo innamorato si erano veduti e parlati per pochi istanti, tre o quattro volte: l’uomo era stato costretto a navigare, a vagare su mari remoti e a pensare a lei nella chiassosa solitudine di porti e di scali in capo al mondo.

Da qualche anno, Axa era morta. Aveva insegnato a Rosamunda a nutrirsi con i frutti e le erbe che crescevano in quella specie d’immensa cripta, a nuotare nel lago dall’acqua oscura ma limpida e pura che luccicava nel fondo del sotterraneo, illuminato da una luce innaturale di cui non si capiva l’origine: una luce che certo filtrava dal mondo esterno, poiché appariva e scompariva e lasciava intendere l’avvicendarsi del giorno e della notte, l’alba e il tramonto. Era l’unico modo per misurare il tempo, laggiù. A Rosamunda, la nutrice aveva insegnato molte altre cose: le storie di antichi regni, il dolore di antichi sudditi, l’arroganza e la crudeltà di antichi re, le terre e i mari che si dividono la faccia aperta e visibile del mondo, i nomi di montagne e isole. Rosamunda aveva due vestiti: uno povero e spento, ormai logoro, che Axa aveva preso in fretta quando la crudeltà di Fulgenzio le aveva esiliate. Axa lo aveva conservato per gli anni adulti della piccola creatura. L’altro vestito, uscito dalle mani di Axa nei lunghi anni di vita nel sottosuolo, era di tessuto nobile e fastoso, con una fodera di seta dorata che Rosamunda a volte accarezzava. Ma lei non l’aveva mai indossato. E perché mai, in quella prigione tenebrosa e deserta ? Sul giaciglio di morte, Axa aveva consegnato a Rosamunda uno scrigno chiuso a chiave, sussurrandole: “Qui dentro è il tuo destino, ma non posso darti la chiave… devi sperare che un giorno lo scrigno si apra”. Infine, le ultime parole prima di morire: “Quello che dà la morte ti renderà libera e felice”.

MUSICA: Entr’Acte nach dem 1. Aufzug

Qualche anno dopo la morte di Axa, Rosamunda si convinse che tutto, anche il pericolo estremo, sarebbe stato più desiderabile del vivere sotto terra. Da tempo aveva intuìto dove fosse l’uscita. Trascorse una notte angosciosa, poiché mutare vita all’improvviso è causa di angoscia: all’alba, aveva deciso. Prese lo scrigno e il suo bel vestito mai indossato, s’incamminò nella direzione prevista, e finalmente vide la luce vivida del giorno che irrompeva da un’apertura tra le rocce. Sapeva di trovarsi su un’isola. Uscì, respirò l’aria fresca che le ispirava lontanissimi ricordi. Raggiunse la riva del mare: alle sue spalle, alte colline con alberi dal tronco liscio e dal nero fogliame. Rimase immobile a guardare l’orizzonte: prima o poi, una nave sarebbe passata. Sentiva di non essere indifesa, di possedere qualcosa: coraggio, ispirazione, perseveranza, ragione, orgoglio.

Le piacque quella sua ricchezza. Nell’attesa, prese un sasso appuntito e sul tronco liscio di un albero incise quelle cinque parole, una sotto l’altra. Sedette ai piedi del tronco. Le ore trascorsero, l’aria era fresca ma immobile. Scese la sera, dilagò la notte. Rosamunda guardò il cielo stellato, e le parve che quella scrittura indecifrabile si adattasse alla sua perseveranza, alla sua ispirazione, al suo coraggio, alla sua povera, desolata ragione, al suo orgoglio senza speranza. Pensò: “Quello che vedo sopra di me deve somigliare a quello che ho dentro di me”. Cadde nello sconforto: il buio derideva la sua attesa senza fine. Improvvisamente, una luce vivida ruppe la cortina nera, e rivestì di azzurro e di bianco la spiaggia, gli alberi e i monti lontani.

Fine dell’Entr’Acte nach dem 1. Aufzug

MUSICA: Ballettmusik I
(sull’Andante un poco assai)

Rosamunda ringraziò in silenzio colei che le donava la luce e la vista. Non l’aveva mai veduta prima, o non ricordava di averla mai veduta: sapeva che era la luna.

MUSICA: Entr’Acte nach dem 2. Aufzug

Le venne in mente una canzone che la vecchia nutrice cantava spesso, e quando la cantava i suoi occhi versavano lacrime. Due o tre parole della canzone alludevano, forse, al suo antico innamorato che Axa aveva incontrato tre o quattro volte nella vita, e per brevi istanti: il marinaio girovago. Rosamunda la ricordava a memoria, e la cantò sottovoce. Il suono le uscì di bocca prima esile e timido, poi sicuro e quasi confortante:

Fine dell’Entr’Acte nach dem 2. Aufzug

“Il plenilunio irradia e fa risplendere
le alte vette dei monti, e mi rivela
che ti avevo perduto.
Amato cuore, com’è bello il bacio
di chi fedele e infelice ti ama !
Mi è caro, con la sua bellezza, il maggio:
ma eri tu il mio raggio
di primavera.
Luce della mia notte, sorridimi
ancora una volta, nella morte !”
Entrò nel chiaro di luna, s’immerse
in quella luce, guardò verso il cielo:
“Lontano in vita, in morte vicino”.
Lo strinse al suo cuore, ma troppo
lo strinse, e il cuore si spezzò.

MUSICA: aria Der Vollmomd strahlt auf Bergeshöhn.

Quando ebbe finito di cantare, il silenzio che invase l’aria parve strano e pauroso. Rosamunda guardò timorosa verso il folto degli alberi, da dove uscivano leggeri schianti e fruscìì. Nulla e nessuno. La stagione volgeva alla fine di marzo, e sottili profumi d’erba e di foglie raggiungevano Rosamunda come timide promesse. La luna, ormai alta, colpiva in quel momento con i suoi raggi obliqui il tronco dell’albero cui si appoggiava l’ardimentosa giovane, e faceva brillare le parole incise da lei, Coraggio, Ispirazione, Perseveranza, Ragione, Orgoglio. Brillavano ai raggi di luna soprattutto le cinque iniziali in colonna. Rosamunda lesse le cinque lettere dall’alto in basso, e si accorse che formavano una parola: CIPRO. Fu certa che quello era un segno del destino: qualcuno le indicava la meta.

Sentiva una grande emozione, ma un’agitazione più forte la colse quando, subito dopo, vide una nave che veniva verso la costa con le vele gonfie di vento notturno. Cominciò a gridare e ad agitare le braccia, e con gioia notò che il vascello, con la chiglia molto più alta del consueto e simile a una torre galleggiante, volgeva la prua verso l’isola. Quando la nave fu vicinissima alla costa, si fermò. Dalla fiancata scese una piccola imbarcazione che non appena toccò le onde si mosse veloce verso la spiaggia, proprio verso di lei. La gioia di Rosamunda crebbe oltre ogni limite. Ma una leggera inquietudine s’insinuò in lei quando osservò meglio le vele del vascello. Prima le aveva viste oscure: aveva creduto che gli occhi la ingannassero a causa del buio. Ora però, da vicino, mentre la luna le rischiarava in pieno, si accorse che erano nere. L’inquietudine divenne un gelo che le scosse le membra quando notò che nessuno era nella barca, proprio in quell’istante approdata alla spiaggia dopo un rapido volo sulle onde.

Rosamunda non sapeva che cosa, su questa terra o nelle acque o in cielo, generi timore o terrore. Nel sotterraneo aveva conosciuto soltanto Axa, i suoi racconti e i suoi insegnamenti, e della prima infanzia dalle tracce luminose aveva soltanto barlumi. Sapeva però che la paura esiste. Si domandò: “Quello che sto provando è la paura ?”. Prima di darsi una risposta, rammentò che in lei era o doveva essere coraggio. Decise di avvicinarsi: forse il rematore (ma in verità, non vedeva remi…) era nascosto nel fondo, stava cercando gli ormeggi. Giunse all’imbarcazione, e vi salì per vedere meglio. In quell’istante, la barca si mosse, virò velocemente e cominciò a solcare le onde verso l’oscura nave torreggiante a poca distanza. Rosamunda si accorse di avere ritrovato la tranquillità. Lasciò che l’imbarcazione raggiungesse la fiancata di tribordo. Notò subito una scala di corda. Ora la curiosità si alleava all’ardimento. Si arrampicò e in pochi istanti fu nella nave. Ebbe appena il tempo di sentire intorno a sé qualcosa di gigantesco, quando la nave a sua volta si mosse e prese il largo. Dentro di sé, Rosamunda sapeva ciò che poco dopo fu evidente. Anche la nave era deserta, e nessuno la manovrava. La nave era abitata da spettri ? Trascorse qualche minuto, ed ecco che un coro uscito da bocche invisibili cominciò a cantare:

Nel profondo dimora la luce,
luce che splende e infiamma:
a chi trova la luce della luce
non occorre un vano sapere.
Chi dalla luce torce il volto
dà un lieto benvenuto alla notte
che rari doni gli concede
ma gli infonde un oscuro vigore.
Raccogli e rimescola, usa i tuoi sensi,
agisci, tenditi sino allo spasimo,
affatìcati, figlio della terra,
poiché il tuo tessuto non è tanto fine,
né la ricompensa pareggia il tuo agire.

MUSICA: Geisterchor

Poi, silenzio. Durante la navigazione notturna, Rosamunda sapeva di non essere sola. Cominciò ad albeggiare. Una macchia grigia apparve all’orizzonte, e divenne sempre più nitida, più azzurra, più verde. Dopo un’ora, Rosamunda vide che la nuova terra era un’isola, e da molti segni capì che era abitata e piena di vita.

Stava per sorgere il sole quando il vascello si fermò, governato da mani invisibili. Di nuovo la piccola imbarcazione scese lungo una murata, seguita dalla scala di corda. Rosamunda prese lo scrigno e il bel vestito mai indossato, e prima di scendere lanciò uno sguardo alla sommità dell’albero maestro, come per prendere congedo. Fu allora che si udì un coro di voci sussurranti: “Uomini eravamo, ora siamo spettri. Questa, in apparenza una nave, è la forma visibile di un luogo senza forma, senza colore, senza spazio, senza tempo, dove sarà imprigionato chi per tutta la vita non trova in sé né coraggio né ragione, né orgoglio né ispirazione né perseveranza. Vivi, combatti, non essere spettro come noi: scegli la via più difficile, che ti metta alla prova”. Il coro tacque, ma per un tempo che a Rosamunda parve interminabile continuò a rimbalzare sul ponte della nave l’eco dell’ultima parola, “prova…”, che a poco a poco svanì nell’aria fredda dell’alba. Rosamunda scese lungo la scala di corda nella barca, che subito si mosse verso l’isola. Quando la barca si arenò sulla spiaggia, Rosamunda scese senza voltarsi indietro, né mai più avrebbe visto quella nave. All’orizzonte sorgeva il sole.

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MUSICA: Ouverture e coro da Alfonso und Estrella

Ancora in silenzio ci copre la notte,
procede veloce, cammina sottovoce,
perché il padre dorma tranquillo.
Merita, il buono, il saggio,
che gioia e letizia gli sorridano.
Siate solleciti, siate pronti
a preparare la festa solenne.
Fate più ricca la casa,
e splenda di più vividi colori:
ci vestiremo di verde e di fiori.
Quando si desterà e verrà sulla soglia,
subito vedrà quali doni
gli hanno portato amicizia e amore.

Su quella costa dell’isola c’era un porto. Rosamunda si trovò subito circondata da animazione e fervore, da lavoro e fatica, da frastuono e movimento. Nessuno aveva notato l’arrivo di lei sulla piccola barca, che nel frattempo, misteriosamente, era scomparsa. Rosamunda si voltò e guardò il mare: anche la nave alta come una torre si era dissolta nel nulla, o forse la troppa luce nel cielo e lo scintillìo delle onde la nascondevano.

Rosamunda doveva trovare un luogo in cui alloggiare, ma non lo cercò nel villaggio accanto al porto: troppa folla, troppa agitazione. Voleva trovare calma e tempo per meditare sul proprio destino tanto incerto. S’incamminò verso l’interno dell’isola: s’inoltrò nella campagna. Era affaticata: le isole di quel mare conoscono ore del giorno improvvisamente calde, alla fine di marzo. Non incontrò anima viva fino a quando vide un gruppo di povere abitazioni di pastori ai piedi di un colle. Là chiese ospitalità: fu accolta da una giovane coppia poco loquace ma dall’aspetto che suscitava fiducia. La accolsero senza esitare ma quasi con freddezza. Nella loro casa, Rosamunda sperava di riposare per una settimana: ma si sentiva a suo agio, e vi soggiornò per un mese. In tutto quel tempo, scambiò con la donna poche frasi, il buon giorno la mattina e la buona notte la sera; con l’uomo, due o tre parole. Si prestò a condurre le pecore al pascolo, felice di pensare in silenzio per lunghe ore, e le parve di cogliere nel volto dell’uomo un’ombra di gratitudine. Alla fine di quel mese, si accorse che i due avevano imparato ad amarla, e una timorosa reverenza per qualcosa d’insolito che avvertivano in lei impediva loro di parlare liberamente

MUSICA: Entr’Acte nach dem 3. Aufzug

Alziamoci in volo verso una grande isola non lontana. Alfonso, principe di Candia, dormiva al termine di una giornata scandita da virili esercizi e da conversazioni con i precettori. Poco prima dell’alba, nell’ora in cui Rosamunda avviava le pecore al pascolo, Alfonso sognò una figura indecifrabile, alta e senza età, che gli sussurrò: “La tua promessa sposa ti aspetta a Cipro, ma è in pericolo. Credi a ciò che vola e ferisce. Fai ciò che devi”. Molto turbato, Alfonso si svegliò. Un pallido e remoto ricordo d’infanzia gli dava una traccia: era stato promesso a una bambina, figlia del re di un’altra grande isola, ma nessuno ne aveva più parlato. Il ricordo era affiorato alla memoria durante l’adolescenza di Alfonso, ma era subito scivolato via. Ora il sogno agitava in lui stati d’animo mai provati. Per tutto il giorno si sforzò di cancellare quel pensiero, ma tra un tiro con l’arco e una gara di nuoto continuava a interrogarsi sulla sorte della regale bambina, e su chi o che cosa possa volare e ferire. Quando scese il crepuscolo e i suoi nobili coetanei si preparavano a cenare lietamente, Alfonso prese una ferma decisione. Vestì un abito grigio e dimesso e corse al porto. Trovò una nave che a mezzanotte partiva per Cipro.

MUSICA: Hirtenmelodien

Rosamunda aveva deciso di partire per Cipro. Prese congedo dalla coppia che l’aveva ospitata, e non dimenticò lo scrigno né il bel vestito mai indossato. Con sorpresa, trovò sul prato dinanzi alla casa una folla di pastori pronti a festeggiarla. L’avevano sempre guardata con simpatia, e cantarono un coro di addio. Era il principio di maggio, e in quell’isola i caldi giorni d’estate già splendevano. Le parole del coro erano di buon augurio.

Fine di Hirtenmelodien

Qui sulla piana, con rosee guance,
pastorelle, affrettatevi alla danza.
Lasciate entrare in voi gioie e piaceri
di primavera: amore e letizia
siano il vostro felice, eterno maggio.
Qui, signora d’Arcadia,
ti salutiamo inchinandoci a te.
Per onorarti, cornamuse e flauti
suonano allegri. La campagna è in fiore:
di te gioisce, e di te si colora.
Nelle gole montane verdeggianti
e nelle valli ombrose, tutto vive
e si ridesta all’improvviso giubilo.
Aria e profumi invadono il respiro:
ogni tormento tace, e regna amore.

MUSICA: Hirtenchor

Rosamunda arrivò al porto. In mezzo alla folla, ai rumori e alle grida, notò un vecchio marinaio che stava cercando, quasi con disperazione, qualche nave in partenza per Cipro. Gli si avvicinò, dicendogli che anch’ella ne cercava una, e i due unirono i loro sforzi, sino a quando non trovarono un solido bastimento pronto a partire con quella destinazione. Il marinaio aveva qualche moneta, quanto appena bastava per il viaggio d’entrambi. La nave levò l’ancora dopo mezzogiorno. Rosamunda era grata al marinaio: consumando quasi tutte le sue poche monete, le aveva reso possibile il viaggio. Strinsero amicizia, e a lei parve naturale, nel terzo giorno di navigazione, dargli tutta la sua fiducia e narrargli la propria vita, strana e in gran parte sotterranea. Gli parlò di Axa, e a quel punto il vecchio, già ansioso e teso in volto durante la narrazione, pianse, e volle narrare lui, a sua volta, la propria storia. Egli era l’antico innamorato di Axa, l’errante dall’amore impossibile, colui al quale alludeva il canto del plenilunio. Ma il marinaio non le disse qualcosa che riguardava lei, Rosamunda; qualcosa d’importante. Reticente ma animato da lieti pensieri, aggiunse: “Lo saprai presto”.

Giunsero finalmente in vista di Cipro. Rosamunda sentì la solennità del momento ma anche la vertigine dell’ignoto: quale sarebbe stato il suo destino ? perché quella terra il cui nome le era stato suggerito dai raggi di luna ? Sentiva anche che stava per cominciare una nuova vita. Si appartò, si tolse di dosso il vestito brutto e logoro, lo gettò via, e indossò quello nobile e fastoso con la fodera di seta dorata. Ritornò sul ponte, accanto al vecchio. Un forte vento investiva la folla dei passeggeri pronti allo sbarco. Una ventata fece svolazzare una falda del vestito di Rosamunda, e in quell’istante un falco volò planando veloce e con il becco colpì la fodera dell’abito, strappandola. Poi, fulmineo, si librò in alto. Per un attimo, Rosamunda provò spavento e insieme disappunto per il guasto. Mentre abbassava gli occhi per misurarne la gravità, vide che dallo squarcio nella seta era caduta una minuscola chiave. Non le fu difficile intuire che era la chiave dello scrigno. La infilò nella serratura, la girò facilmente, e lo scrigno si aprì.

Dentro lo scrigno c’era una carta, su cui una scrittura fitta e minuta narrava la vera storia di lei, Rosamunda. Era figlia del re di Cipro, dopo la cui morte il governatore Fulgenzio, esperto in arti magiche e infernali, si era impadronito del potere e aveva deciso di far morire la bambina abbandonandola, con la nutrice Axa, su una fragile imbarcazione sospinta al largo. Ma la barca si era arenata, indenne, sulla spiaggia dell’isola nei cui sotterranei Axa si era presa cura di Rosamunda per anni, intenzionata a nascondere al mondo la loro esistenza perché le spie di Fulgenzio non le rintracciassero. Lo scritto si concludeva con queste parole: “Se a Cipro mostrerai questa carta, il popolo ti riconoscerà regina. Ma se la distruggi e la getti in mare, sfiderai la sorte e l’ignoto. Quello che dà la morte ti renderà libera e felice”. Rosamunda stracciò la carta e ne chiuse i frammenti nello scrigno che gettò in mare. Alla fortuna preferiva il coraggio.

Scesi a terra, Rosamunda e il marinaio cercarono ristoro in una locanda vicino al porto, spendendo le ultime monete del vecchio. La locanda era molto affollata, poiché in quelle ore era approdata un’altra nave giunta da Candia. Il destino giocò una mossa sulla scacchiera. Alla tavola cui sedevano Rosamunda e il vecchio fu fatto accomodare Alfonso, appena sbarcato. Attratto dalla bellezza della giovane donna, il principe stava per rivolgerle la parola, quando all’improvviso un falco entrò volando attraverso una finestra aperta, si posò sul capo di lei e poi su quello di lui, e prima di allontanarsi veloce ferì lievemente con il becco un braccio di Alfonso. Egli ricordò le parole udite in sogno: “Credi a ciò che vola e ferisce”. Comprese così che Rosamunda era la sua promessa sposa.

Si dissero tutto di sé, e in loro nacque l’amore atteso dagli anni dell’infanzia. Insieme con il marinaio, che giurò loro eterna fedeltà, si proposero di raggiungere la città capitale di Cipro e di sfidare Fulgenzio. Dovevano attraversare una foresta, a là stava per entrare una compagnia di cacciatori che cantavano un coro allegro e crudele:

Quale piacere vivere nel verde
e allegri andare a caccia, illuminati
e attraversati dai raggi del sole !
Nel trifoglio odoroso ci appostiamo:
il capriolo che fugge non delude
la nostra mira precisa e sicura.
Presto cade, colpito dalla freccia.
Ma non tremare, timido capriolo !
Amor prima ferisce e poi risana:
piacere e gioia compensan la pena.

MUSICA: Jägerchor

Rosamunda, Alfonso, il vecchio marinaio e i cacciatori entrarono nella foresta. Crudeli con gli animali, eppure allegri e generosi, i cacciatori proposero di attraversarla tutti insieme: avrebbero protetto dai pericoli i tre nuovi arrivati. Ma nella locanda, durante la conversazione tra i due giovani, erano stati presenti alcuni uomini di Fulgenzio, e avevano udito tutto. Cavalcando, era corsi alla capitale per avvertire il loro padrone. Fulgenzio seppe così che il suo potere era minacciato, e che il suo crimine di anni lontani si ergeva dinanzi a lui per accusarlo. Usò allora la sua magia nera e gettò un sortilegio sulla foresta: chiunque tentasse di attraversarla, avrebbe impiegato cento anni prima di uscirne.

I tre viandanti e i cacciatori si accorsero presto con angoscia che la foresta li aveva imprigionati. Voci sinistre volavano tra le foglie facendo loro gelare il sangue. Trascorse un tempo interminabile, e a loro parve che sarebbero rimasti per sempre in quel luogo d’orrore. Poi, come per incanto, gli alberi si diradarono, il sole riapparve abbagliante, e i prigionieri del sortilegio si trovarono alle porte della capitale.

MUSICA: Ballettmusik II

Entrando, notarono strani edifici e persone vestite con abiti di foggia mai veduta. Chiesero di Fulgenzio. Fu risposto che si trattava di un personaggio del passato, del quale sopravvivevano lontane e poco onorevoli memorie. Qualcuno degli interrogati narrò che esisteva una leggenda, secondo la quale un’antica principessa, che Fulgenzio aveva tentato di far morire, sarebbe stata ancora in vita, e un giorno sarebbe ritornata a Cipro con il promesso sposo. Il popolo li avrebbe riconosciuti da due dettagli: lei avrebbe avuto un abito sontuoso con la fodera di seta dorata e guastata da uno strappo; lui avrebbe avuto un braccio ferito. Nessuno avanzò dubbi quando Alfonso e Rosamunda si fecero riconoscere.

Così la sinistra magia di Fulgenzio si era ritorta contro di lui. Rosamunda pensò alle ultime parole di Axa: quello che dà la morte è il tempo, che consuma e distrugge ogni vita, e il tempo, facendo scorrere per sortilegio cento anni, aveva reso liberi e felici lei stessa e tutti coloro che ella amava.. Tutti quelli che avevano trascorso quel secolo nella foresta stregata ne erano usciti con la stessa età che avevano quando vi erano entrati, fossero giovani o maturi o vecchi. Erano stati liberati dalla loro epoca di intrighi, e trasportati in un‘altra epoca, in cui forse la virtù e la ragione sarebbero state immediatamente riconosciute, senza che uno scritto firmato e suggellato da qualche potere lo testimoniasse.

Alle nozze felici di Rosamunda e di Alfonso furono presenti il fedele marinaio, confortato nella vecchiaia dal ricordo di Axa, e i cacciatori, per nulla scontenti di vivere in un altro secolo. Durante i festeggiamenti, essi intonarono di nuovo il loro allegro coro, ma la prima legge che la regina Rosamunda impose a Cipro fu il divieto di uccidere gli animali. Non doveva forse essere grata al falco che le aveva strappato l’abito e aveva ferito Alfonso ? Si appaghino i cacciatori, ella disse, dei corni squillanti e del brillante equipaggiamento, del cavalcare nel vento e del vivere in mezzo al verde. A chi vuol essere allegro, basta l’allegria, e quanto di questa storia è lieto. Ciò che della storia è triste, è sepolto nel mare, su frammenti di carta chiusi in uno scrigno .

MISICA: Jägerchor (ripetuto)

Franz Schubert (1797 – 1828)
Nacque nel 1797 a Lichtenthal, nei pressi di Vienna, città quest’ultima dove trascorse praticamente tutta la vita. Cominciò a studiare musica nel 1808 quando entrò nel coro della Cappella Imperiale, scelto da Salieri che, intuitone il genio, divenne il suo maestro di composizione alcuni anni più tardi. Alla fine del 1816, anno in cui lasciò la casa paterna per andare a vivere con l’amico Franz von Schober, Schubert aveva già composto, fra le altre cose, cinque sinfonie, quattro messe, quattro opere teatrali ed uno smisurato numero di lieder.

Schubert ebbe una vita tormentata e convisse con gravi crisi depressive che ne minarono la salute. La sua situazione economica fu sempre molto difficile e spesso dovette contare sull’aiuto dei suoi amici, tra cui lo stesso Schober. A Vienna il suo genio non ebbe mai un effettivo riconoscimento: con gli ambienti musicali ufficiali ebbe rapporti difficoltosi e sporadici. Tranne poche eccezioni, infatti, la sua musica fu conosciuta solamente entro la ristretta cerchia dei conoscenti, e fu progressivamente valorizzata solo dopo la sua morte.

Momenti importanti della sua esistenza furono i due brevi ma intensissimi periodi di insegnamento in Ungheria presso la famiglia del conte Esterhazy, trascorsi “componendo come un dio” (scrisse a Schober), e l’incontro, nella primavera del 1820, con Michael Vogl, il baritono che divenne il primo e miglior interprete delle sue opere.

Erede di Mozart e Beethoven anticipò la concezione romantica della forma musicale: non a caso le sue prime composizioni furono soprattutto lieder, una forma musicale più adatta a esprimere compiutamente il suo sentimento lirico.

La sua enorme produzione (tenendo conto anche della breve vita del compositore) conta più di seicento lieder, nove sinfonie, quindici quartetti e due quintetti per archi, altre numerose composizioni da camera, diciannove sonate, un numero assai rilevante di pezzi per pianoforte, musica sacra e musica teatrale per un impressionante totale di circa mille lavori oggi pubblicati.

Il suo metodo compositivo era basato non tanto sullo sviluppo tematico (processo adottato dal contemporaneo Beethoven), quanto sulla identificazione dei motivi che dotava di una profonda individualità, esaltandoli liricamente con la sua suggestiva poetica.

Schubert morì di febbre tifoidea nel novembre 1828 a Vienna e fu sepolto, secondo il suo desiderio, nel cimitero di Währing, accanto a Beethoven, il compositore da lui più amato.

Quirino Principe
Nato a Gorizia il 19 novembre 1935, si è laureato in filosofia all’Università di Padova. Insegna storia della musica moderna e contemporanea presso la facoltà di scienze della comunicazione dell’Università di Trieste, e ha insegnato per anni bibliografia musicale in lingua tedesca nei corsi superiori di musicologia del Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano. Da sempre lavora in ambito musicologico e germanistico. Fra i suoi libri su argomenti musicali, i più importanti sono: Mahler (1983); Strauss (1989); La “Sonnambula” di Vincenzo Bellini (1991); I quartetti per archi di Beethoven (1993); L’opera tedesca tra il 1830 e il 1918 (1996); La musica a Milano nel Novecento (1996); Gianandrea Gavazzeni alla Scala (2001).

Saggista e poeta, ha pubblicato inoltre Vita e morte della scuola (1970), La rivelazione incompiuta (1974), Il rombo del motore (1974); Manuale di idee per la scuola (1977, Premio Sibari 1978), Il libro dei cinque sentieri, poesie (1973, Premio Sebeto 1974). È imminente l’uscita di altri due suoi libri di poesie: Enigmi e Grimoire.

Traduttore dal tedesco e da altre lingue, ha tradotto circa trenta libri di autori tedeschi, francesi e inglesi (Ernst Jünger, Max Horkheimer, Hannah Arendt, Karl Jaspers, Jean Guitton, ecc.) e circa mille testi di Lieder e di melòloghi. Dopo un lavoro decennale, sta concludendo la sua traduzione italiana integrale delle Cantate sacre di Johann Sebastian Bach. È appena uscita la sua traduzione delle poesie di Alfred Brendel. Per la sua attività di traduttore ha ricevuto nel 1991 il Premio Internazionale “Ervino Pocar” come miglior traduttore dal tedesco.

Quirino Principe ha curato varie edizioni italiane di classici stranieri. In particolare, è il curato