Le date

Sala Grande
sabato 17 aprile 2004
Ore: 17:00
giovedì 22 aprile 2004
Ore: 21:00

Sabato 17 aprile, ore 17 Teatro Dal Verme, Milano
Martedì 20 aprile, ore 21 Chiesa Parrocchiale, Castronno
Mercoledì 21 aprile, ore 21 Teatro Cagnoni,Vigevano
Giovedì 22 aprile, ore 21 Teatro Dal Verme, Milano

Direttore:
Ottavio Dantone
Maestro del Coro:
Marco Berrini
Soprano:
Susanna Crespo Held
Mezzosoprano:
Juliana Vivian Carone
Tenore:
Giorgio Tiboni
Basso:
Walter Testolin
Ars Cantica Choir
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Programma:
Franz Schuber (1797 —1828)
Messa n. 5 in La bemolle maggiore D. 678
Kyrie
Gloria
Credo
Sanctus
Benedictus
Agnus Dei

Il Concerto:
a cura di Massimiliano Chiavarone
La composizione assorbì il compositore per circa tre anni, dal novembre del 1819 all’autunno del 1822. La prima esecuzione avvenne nel 1823 nella chiesa Alt-Lerchenfelder di Vienna, ma non ne è rimasta traccia nelle cronache del tempo. Schubert completò la revisione della Messa tra il 1825 e il 1826, ma sembra che non fu mai eseguita mentre il compositore era in vita. La Messa mette in campo splendide parti per quattro voci soliste: soprano, contralto, tenore e basso, i cui interventi si mescolano a quelli del coro. L’orchestra prevede flauto, due oboi, due clarinetti, due fagotti, due corni, due trombe, tre tromboni, timpani, organo e archi. Il D della sigla che identifica la composizione è l’iniziale del cognome di Otto Erich Deutsch, il curatore del catalogo delle opere di Schubert pubblicato nel 1951. Il compositore produsse molta musica sacra, lontana dalla liturgia ortodossa. Franz, infatti, crebbe in una famiglia cattolica di Vienna e all’età di 11 anni fu accettato da Antonio Salieri, Kappellmeister viennese come corista dell’imperiale Hofkapelle e cominciò a partecipare con assiduità alle celebrazioni liturgiche. La Messa in La bemolle maggiore fu scritta nel medesimo periodo della composizione della Missa Solemnis di Beethoven (1819-1823). Nulla comunque può raggiungere il traguardo segnato da Beethoven al confine tra l’umano e il divino. Schubert non si segnalò come un rivoluzionario, anche perché aveva concepito la sua composizione come destinata al servizio liturgico, al contrario dell’opera beethoveniana. Nella sua Messa in La bemolle maggiore sembra che Schubert abbia ingaggiato una sfida con se stesso per mettere alla prova la sua abilità all’interno di una forma quanto mai cogente e scandita da precisi momenti rituali. La revisione della Messa lo assorbì tra il 1825 e l’anno successivo. Quest’ultimo impegno lo trovò particolarmente sollecito perché il compositore voleva usare questa revisione come prova della sua abilità e della sua bravura. Lo scopo era quello di sperare di occupare il posto di vice-Kapellmeister della Cappella di corte di Vienna, occupato in precedenza da Eybler, il quale era stato promosso al ruolo di Kappellmeister dopo la morte di Antonio Salieri nel 1825. Purtroppo le cose non andarono secondo i progetti di Schubert. A svelarne i retroscena circa trent’anni dopo Josef Hauer, un amico del compositore che disse che Eybler giudicò il lavoro schubertiano molto buono, ma non scritto secondo lo stile che piaceva all’Imperatore e che Schubert rammaricato disse di non essere abbastanza fortunato di scrivere nello stile imperiale. Il Kyrie, caldo ed elegante, in forma ternaria, è dominato dal momento del Kyrie eleison, sezione che apre e chiude il movimento, mentre la parte centrale è caratterizzata dalla voce del solista che emerge sulle parole Christe eleison. Il Gloria è un movimento pieno di forza, rinvigorito da alcuni momenti corali ( Laudamus te) in contrasto drammatico con un momento dal sapore più introspettivo (come la tenera enunciazione del soprano Gratia agimus tibi) e con l’ispiratissimo Tu solus Dominus. Segue il Cum sancto spiritu in stile fugato che Schubert aveva riscritto per mostrare la propria abilità nel contrappunto. Felicissimo il Gloria arricchito di nuovo materiale musicale. Di grande bellezza il momento relativo allo snodo Et incarnatus est, luminosamente supportato dai legni e dai tromboni, che sottolineano una sofisticata evoluzione rispetto all’iniziale ispirazione di Schubert. Molti studiosi hanno notato l’esclusione delle parole “et unam sanctam catholicam et apostolicam ecclesiam” dal Credo e l’hanno spiegata come l’esplicazione della precise convinzioni del compositore. Studi recenti hanno puntato sulla possibilità che Schubert avesse scelto una versione del Credo promulgata durante il regno del monarca austriaco Giuseppe II (1765-1790), lui stesso Imperatore del Sacro Romano Impero e che volesse indebolire la presenza vaticana. Ma i dubbi restano. Il Sanctus è permeato da una qualità musicale assolutamente visionaria. Forse in nessun’altro momento Schubert riuscì a raggiungere una tale perfezione sinfonica. L’invenzione melodica continua nel Benedictus: soprano, contralto e tenore, dapprima accompagnati dalla sola linea del cello pizzicato, poi amalgamati con gli interventi del coro. I solisti enunciano le parole con le quali la Messa si conclude (Agnus Dei), il Dona nobis pacem, collocate in modo cosi vivido quasi a diffondere un profondo sentimento di serena armonia spirituale in tutti gli ascoltatori.

Il Cast

Direttore: Ottavio Dantone