Le date

Sala Grande
giovedì 08 febbraio 2007
Ore: 21:00
sabato 10 febbraio 2007
Ore: 17:00

Giovedì 8 febbraio, ore 21 Milano – Teatro Dal Verme
Venerdì 9 febbraio, ore 21 Vigevano – Teatro Cagnoni
Sabato 10 febbraio, ore 17 Milano – Teatro Dal Verme

Il trionfo degli strumenti a fiato
Direttore e oboe:
Hansjöerg Schellenberger
Violoncello:
Marco Scano
Fiati I Pomeriggi Musicali
Programma:
Igor’ Fëdorovic Stravisnkij (Oranienbaum, Pietroburgo, 1882 – New York, 1971)
Ottetto
Friedrich Gulda (Vienna 1930 – 2000)
Concerto per violoncello e orchestra di fiati
Carl Maria von Weber (Eutin, Holstein, 1786 – Londra, 1826)
Concertino per oboe e strumenti a fiato

Antonín Dvořák (Nelahozeves, Boemia, 1841 – Praga, 1904)
Serenata per strumenti a fiato in re minore op.44
Moderato quasi marcia
Minuetto
Andante con moto
Finale – Allegro molto

Il Concerto
di Paolo Castagnone
«Ciò che conta per il chiaro ordinamento di un’opera è che tutti gli elementi dionisiaci dai quali è messa in moto la fantasia del compositore siano domati al momento giusto e vengano infine sottoposti alla legge : Apollo lo vuole» [I. Stravinskij, Poétique musicale ].

Stravinskij ha vissuto da protagonista tutti i maggiori movimenti musicali del Novecento, rendendo impossibile una definizione unitaria della sua opera. Inevitabilmente, la critica ha preferito delle letture parziali, ricorrendo alla categoria dell’eclettismo, senza rendersi conto che un filo conduttore, un tema profondo, unifica tutte le sue opere: quello della morte che dà vita.

La prima scoperta stravinskiana è trovare un fondo originario anteriore a qualsiasi espressione codificata, a qualsiasi regola, il che crea da una parte un sentimento di angoscia per la mancanza di qualunque certezza e dall’altra la gioia dionisiaca di inserirsi in una struttura esistenziale arcaica, dirompente. Le prime opere – con la loro forza d’urto, il loro primitivismo – si collocano in questo iniziale stadio di esperienza. In seguito, il compositore, che ha vissuto in se stesso le forze del caos, scopre nell’ordine il sommo postulato della propria creazione artistica, trasformando progressivamente il barbarico in civiltà: Stravinskij scopre il Neo-classicismo. Tuttavia l’inaspettata svolta linguistica gli aliena i favori dei critici avanguardisti, che fino ad allora avevano visto nell’autore dell’Uccello di fuoco uno dei propri paladini. Il musicista russo si vide quindi costretto a chiarire la propria vicenda artistica, mettendo in evidenza la costante tensione fra tradizione e rinnovamento che la modernità ha voluto ridurre a uno solo dei suoi elementi: la novità ad ogni costo.

La crisi con i teorici e il pubblico aggrava anche la sua situazione finanziaria, poiché la Russia bolscevica non aderisce alla convenzione internazionale sui diritti d’autore. Negli anni Venti Stravinskij s’inventa allora una nuova professione musicale, quella di direttore d’orchestra e pianista. A tal fine compone una serie di lavori in stile neoclassico, fra cui spicca l’Ottetto per strumenti a fiato, composto fra il 1922 e il 1923.

L’analisi musicale della partitura consente di definire meglio il quadro personalissimo in cui si colloca il recupero del passato da parte dell’artista. Il ripensamento di elementi armonici e contrappuntistici riconducibili alla tradizione e l’impiego di un tematismo di ascendenza barocca, sono solo un aspetto della partitura. Tipicamente novecentesco è invece il distacco da qualsiasi coinvolgimento sentimentale o psicologico a favore di una concezione analitica e oggettiva delle articolazioni formali. La sintesi conclusiva è quindi del tutto personale, ma solamente dal dialogo con i nuovi linguaggi artistici, sembra volerci dire Stravinskij, il passato può rinascere.

«Cerco di non dover scegliere» [F. Gulda]

Quando si sfoglia una enciclopedia del jazz spesso si incontra il nome di Friedrich Gulda accostato ad alcuni tra i più grandi interpreti del secondo dopoguerra, un formidabile improvvisatore capace di competere in emozionanti duetti con Chick Corea o Herbie Hancock. Ciò non desterebbe alcuna meraviglia se il musicista viennese non fosse al contempo considerato uno dei più grandi pianisti di musica colta del Novecento. La sua biografia “classica” è esemplare: entrato all’Accademia musicale di Vienna ancora bambino, nel 1946 vince il prestigioso Concorso pianistico di Ginevra e appena ventiquattrenne esegue il ciclo completo delle Sonate di Beethoven. Negli anni Settanta incide alcuni Concerti di Mozart con Claudio Abbado, che lo considera un suo “maestro”. Inizia a innamorarsi dello swing d’oltreoceano nel 1951 grazie all’incontro col grande trombettista Dizzy Gillespie, seguito da un’esibizione al mitico Birdland di New York. Dal 1960 il repertorio classico e la musica afro-americana si dividono i suoi interessi e, nello stesso anno, fonda l’«EuroJazz Orchestra», suonando – al pianoforte e al sax baritono – con altri grandi solisti come Phil Woods, Freddie Hubbard e Cecil Taylor. Nel corso degli ultimi decenni aveva perfezionato un tipo di recital decisamente anomalo, che non piaceva ai puristi ma sicuramente divertiva le grandi audiences: una prima breve parte classica seguita dalla rivisitazione di celebri standards, a volte con la collaborazione di altri musicisti. I numerosi atteggiamenti non ortodossi, a partire dal suo abbigliamento trasandato con l’inseparabile zuccotto di lana in testa, gli procurarono il soprannome di “pianista terrorista”; d’altro canto Gulda non andava affatto d’accordo con le istituzioni accademiche, tanto da rifiutare l’anello di Beethoven che gli era stato offerto quale riconoscimento delle sue esecuzioni. Il 29 marzo del 1999, con la verve polemica che lo ha sempre contraddistinto, egli finse persino di essere morto per “presentare” la sua ultima opera, intitolata Resurrezione: il musicista viennese è stato infatti anche un apprezzato compositore. I suoi lavori, permeati di jazz ma ricondotti alle forme classiche del tema con variazioni, del preludio e fuga o della sonata, sono assolutamente originali. Il Concerto per violoncello e orchestra di strumenti a fiato, una delle sue opere più note, è dedicato al violoncellista austriaco Heinrich Schiff e costituisce un interessante punto d’incontro tra le modalità di una scrittura solistica di ascendenza eminentemente classica e quelle di un trattamento orchestrale che molto deve alla tradizione delle grandi big band americane. La partitura ha una ripartizione formale ben chiara, che l’autore stesso così definisce: Ouverture – Idylle – Cadenza – Menuett – Finale alla Marcia.

«Sono stato un uomo che ha amato l’arte in tutta onestà e in tutta purezza» [epigrafe di C. M. von Weber]

Il teatro fu la prima casa di Weber. Fin da bambino egli fu costretto, forse suo malgrado, a frequentare l’ambiente musicale e viaggiare attraverso la Germania e l’Austria con la “Von Weberschen Gesellschaft”, come egli stesso scherzosamente amava definirla, una compagnia teatrale costituita dal padre e dalla sua numerosa famiglia. Poiché il genitore voleva farne un fanciullo prodigio sulla scorta di Mozart, Carl Maria iniziò prestissimo gli studi musicali che però, sia per pratiche contingenze di vita, sia per la salute alquanto cagionevole, non si svolsero regolarmente.

Ciò non fu comunque di ostacolo al giovane, che nell’inquietudine tipicamente romantica e nella poliedricità – scrittore, critico, compositore, direttore d’orchestra e grande virtuoso del pianoforte – incarna un nuovo ideale d’uomo e d’artista. Sul piano creativo la fantasia dell’autore del Franco cacciatore fu sicuramente più prorompente nella produzione teatrale, tuttavia il corpus della musica strumentale è vasto e ne emerge un particolare interesse per gli strumenti a fiato.

Ne è esempio suggestivo il giovanile “Concertino per oboe e strumenti a fiato” da molti considerato opera spuria, tanto da non essere inserito in molti repertori enciclopedici. Il manoscritto conservato nella biblioteca di Wertheim in Germania è però attribuito al musicista, forse agli anni del suo perfezionamento con l’abate Georg Joseph Vogler. La struttura del brano è la prova più evidente della sua paternità, poiché ricalca perfettamente quella del Concerto per corno. Entrambi i lavori iniziano con un “Adagio” in una chiara forma di aria, seguito da un “Rondò” in tempo di Polacca, che presenta anche un breve sviluppo prima della ripresa. E’ noto infatti ch’egli non amava aprire le proprie partiture con il tipico Allegro in forma-sonata, stilema invece preferito dalla maggior parte dei compositori a lui contemporanei.

Sebbene la destinazione concertistica porti, generalmente, ad accentuare l’esteriorità del linguaggio, Weber riesce ad amalgamare valori tecnici e fantasia timbrica, mettendo in luce un’espressività elegante e misurata.

«L’arte di Dvořák non va discussa, come non si discute la primavera: la si ammira e si gioisce della sua bellezza». [L. Ehlert]

La trionfale accoglienza delle Danze slave op.46 rese Dvořák immensamente celebre presso il pubblico. Ciň procurň al trentasettenne musicista un lucroso contratto editoriale che gli permise di abbandonare il proprio incarico di organista presso la Cattedrale di Praga e concentrarsi sulla composizione. Tra i primi frutti di questa nuova fase professionale si annovera proprio la Serenata op.44, scritta in due settimane nel gennaio del 1878 e pubblicata l’anno successivo da Simrock con una dedica al prestigioso critico berlinese Ehlert. Dopo aver studiato la partitura, Brahms scrisse all’amico e celebre violinista Joseph Joachim: «Non potreste avere una miglior sensazione di spumeggiante creatività e di un talento proficuo e affascinante. Fatelo eseguire: penso che sia un vero piacere per uno strumentista a fiato suonare una partitura simile». L’apertura della Serenata in re minore è affidata a un tempo di «Marcia», che richiama lo stile delle Serenate mozartiane rivissuto da una sensibilità e da un’energia di carattere fortemente slavo. L’amore per la terra céca e i suoi famosi concerti di musica all’aperto si manifesta anche nel movimento successivo, certamente assimilabile allo spirito di una danza popolare, la Sousedská, che – con le sue gentili e delicate movenze – ricorda una sorta di «Minuetto» popolaresco. L’«Andante con moto», nella dolcezza del suo decorso melodico, mette in luce la duplice matrice espressiva dell’autore della Sinfonia “Dal nuovo mondo”, quella inconscia e spontanea di tante pagine di solare eloquenza e quella più nascostamente riflessiva ed emotivamente profondissima dei brani sacri.

Esempio sommo della maestria compositiva di Dvořák è la libertà con cui costruisce l’«Allegro molto» conclusivo, un Rondò in cui reminiscenze della Marcia iniziale si alternano ad una briosa Polka che ci conduce al gioioso re maggiore della Coda. E’ la felice situazione di un artista in possesso di una tecnica raffinatissima, ma allo stesso tempo ingenuo come può esserlo il figlio di una nazione ancor giovane musicalmente.

Hans-jÖrg  Schellenberger – Direttore d’Orchestra – Oboe Solista
Nato nel 1948 a soli 17 anni vince il secondo premio al Concorso di Direzione d’Orchestra di Interlochen (Michigan – USA) e riporta il suo primo successo sul podio di una orchestra. Le affermazioni nella direzione d’orchestra non lo distolgono dal perfezionamento in oboe e giovanissimo ricopre il ruolo di oboe solista nell’Orchestra dei Berliner Philharmoniker. Nel 1991 fonda gli Haydn Ensemble Berlin, di cui diventa Direttore Musicale, composta principalmente da componenti dei Berliner. Nel 1995 riprende la sua attività di direttore d’orchestra e nel 1997 partecipa, insieme all’Orchestra di Padova e del Veneto, ad una tournée in Giappone. Ha collaborato con diverse orchestre tra cui la Orquesta de la Comunidad de Madrid, la Jerusalem Symphony, la Camerata Salzburg, la Tokyo Philharmonic e in Italia l’Orchestra del Teatro Comunale Firenze, l’Orchestra Sinfonica “G. Verdi” di Milano, l’Orchestra del Teatro San Carlo di Napoli, l’Orchestra Sinfonica Siciliana, l’Orchestra di Padova e del Veneto e l’ Orchestra Santa Cecilia di Roma, l’Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano.

Marco Scanovioloncello solista
Nato a Cagliari, diplomato giovanissimo con il massimo dei voti e la lode sotto la guida di G. Selmi al Conservatorio di S. Cecilia di Roma, si perfeziona all’ Accademia Chigiana di Siena e all’Hochschule di Colonia con G. Cassadò. Vince numerosi concorsi internazionali: Mosca, Santiago de Compostela, Firenze e molti altri. Con il suo Rogeri del 1706 svolge una notevole attività concertistica in Europa, Stati Uniti, Canada. Viene definito Musicista superbo che domina lo strumento con grande facilità suonando in maniera aristocratica e nel contempo poetica…” da “L’Isvetia” di Mosca. Incide opere del repertorio violoncellistico aggiudicandosi numerosi riconoscimenti tra cui, nel 1976, il “Prix du Disque Charless Cross”. Attualmente è docente presso il Conservatorio G.B. Martini di Bologna.

Il Cast

Direttore: Hansjöerg Schellenberger