Le date

Sala Grande
giovedì 19 aprile 2007
Ore: 21:00
sabato 21 aprile 2007
Ore: 17:00

Giovedì 19 aprile, ore 21 Milano – Teatro Dal Verme
Venerdì 20 aprile, ore 21 Vigevano – Teatro Cagnoni
Sabato 21 aprile, ore 17 Milano – Teatro Dal Verme

La voce umana del violoncello
Direttore e violoncello:
Enrico Dindo
Flauto:
Dive Franetovic
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Antonín Dvořák (1841 –1904)
Klid (“La calma nel bosco”), op.62, per violoncello e orchestra
Lento e molto cantabile
Durata: 6’

Marcello Abbado (1926)
Concerto per flauto e orchestra
Durata: 12’43’’

Antonín Dvořák
Rondò, op.94, per violoncello e orchestra
Allegretto grazioso
Durata: 6’

Franz Schubert (1797 –1828)
Sinfonia n.2 in si bemolle maggiore D.125
Largo – Allegro vivace
Andante
Menuetto, Allegro vivace
Presto vivace
Durata: 32’

Il Concerto:
a cura di Andrea Dicht
Quando si pensa alla grande popolarità di cui gode il Concerto op.104 di Dvořák per violoncello e orchestra, diventa lecito pensare ad una certa familiarità del compositore con lo strumento in questione, in particolare quando si scopre che tra i pochi concerti solistici che ha lasciato (fondamentalmente tre: uno per pianoforte, uno per violino e quello per violoncello), quest’ultimo è di gran lunga più eseguito e noto di ogni altro. Di fatto, il rapporto tra il compositore ed il tenore della famiglia degli archi è ben testimoniato dai ricordi di un’allieva di Dvořák: “Il violoncello” egli diceva e insegnava “è un bello strumento, ma il suo posto è nell’orchestra e nella musica da camera. Come strumento solista non è così buono. Il suo registro medio è bello – è vero – ma sugli acuti è stridulo e nel grave non ha corpo (…)”. Come conciliare queste parole con il Concerto op.104 e le due splendide pagine che stasera vengono eseguite?

Le ragioni sono molteplici e sono legate alla collaborazione con un eccellente violoncellista, Hans Wihan, e alla carenza di composizioni di rilievo per violoncello ed orchestra prima della composizione del Secondo Concerto di Victor Herbert, un brano oggi desueto ma che è stato un beniamino del repertorio per molto tempo (prima di venir subissato dall’opera di Sostakovic, Prokofev, etc.).

Hans Wihan è stato un violoncellista di grande nome nel secolo scorso. A diciotto anni gli fu offerta la cattedra di violoncello presso il Mozarteum di Salisburgo, fu primo violoncello a Berlino e nell’Orchestra di Corte di Monaco, dove conobbe Richard Strauss (che gli dedicò la Sonata op.6), che tra l’altro si innamorò di Dora, moglie di Wihan.

Il Concerto è il punto di arrivo di una ricerca basata proprio sulle difficoltà di inserire uno strumento di grande estensione melodica ma mai troppo acuto, in un tessuto orchestrale convincente e realmente sinfonico. Klid ed il Rondò sono due tappe di questo studio. Entrambi i brani nascono originariamente per violoncello e pianoforte. Dvořák stava per intraprendere un tour di concerti di quasi tre mesi per la Boemia e la Moravia, con il violinista Urbanek e lo stesso Wihan al violoncello, all’inizio del 1892. La musica di Dvořák era la vera protagonista dei concerti, ma mentre il suo repertorio per pianoforte e violino e per trio era abbastanza esteso, Dvořák non aveva scritto quasi nulla per pianoforte e violoncello, ad eccezione di una Polacca di scarso interesse, alla quale non aveva neanche affidato un numero d’opera. Per l’occasione, e nel giro di tre giorni, Dvořák arrangiò per il violoncello due delle famose Danze Slave, Klid (dal ciclo per duo pianistico “Dalla foresta boema”) e compose il Rondò. La strumentazione per orchestra avvenne successivamente, nel 1893, e probabilmente su richiesta di Simrock, il suo storico editore.

Klid è una breve pagina, di carattere intrinsecamente melodico, dove il violoncello sfoggia la sua miglior tessitura, quella media e grave, con occasionali estensioni verso l’acuto. L’atmosfera generale è quella a cui il compositore ci ha abituati nei tempi lenti delle sue Sinfonie, melodie di ampio respiro, un incedere calmo ed imperturbabile, al di là del tempo. All’interno di questo quadro si inscrive una sezione leggermente più mossa, contrassegnata da squilli appena accennati dal violoncello ed echeggiati dall’orchestra.

Il Rondò è invece una pagina più nota ed è patrimonio di ogni violoncellista virtuoso, anche se non è così presente nei programmi concertistici moderni. È un brano di una certa complessità e suddiviso in varie sezioni contrastanti, di andamento alternatamente melodico o brillante. Il tema principale è esposto in apertura dal violoncello su un accompagnamento sommesso degli archi scuri e di oboi e fagotti. Esso è caratterizzato da due figurazioni giustapposte, una oscillante ed una seconda più “attiva”. A questa prima sezione segue una melodia del violoncello sorretta dagli archi, di carattere vocale, ripetuta dagli oboi stavolta su arpeggi di accompagnamento del solista. Da essi prende le mosse un ponte che riporta al ritornello iniziale del rondò. L’atmosfera si fa festosa con l’Allegro vivo, la cui cifra di riconoscimento è data dagli acuti trilli del violoncello (Hans Wihan era noto per il suo virtuosismo nella regione acuta), trilli che ricordano da vicino molti passaggi del Concerto op.104. Torna ancora una volta il ritornello e la sezione più melodica che lo seguiva, ma ora più acuta e sotto una luce più solare. È da essa che si giunge ad una coda che riporta i toni del discorso musicale sui passi d’apertura.

Il Concerto per flauto e orchestra di Marcello Abbado, composto a Stresa nell’agosto 2002 e dedicato alla flautista Dive Franetovic, è in un unico movimento e dura 12 minuti e 43 secondi. Può sembrare strano indicare in maniera così precisa la durata di un brano, in genere legata alle scelte di tempo dell’esecutore, ma essa (riportata in partitura dal compositore stesso) è dovuta al fatto che gli eventi sonori in essa contenuti sono legati ad un asse del tempo misurato convenientemente in secondi, sul quale direttore e solista devono basarsi. E lo scorrimento del tempo è anche la dimensione ideale per accostarsi all’ascolto di questo brano, basato su quattro gruppi di quattro note esposti in apertura dal flauto e scanditi da quattro accordi secchi dell’orchestra. I quattro frammenti vengono esposti melodicamente e per sovrapposizione, creando effetti di riverberazione sonora che legano il solista all’orchestra. Il flauto si muove su una lunghissima melodia molto frammentata, sotto la quale l’orchestra funge da specchio moltiplicatore addensandosi in agglomerati sonori timbricamente ricercati, con un uso molto accentuato delle percussioni (glockenspiel, campane, gong, vibrafono, marimba), della celesta e dell’arpa. Gli archi sono spesso divisi in sottosezioni ed usati per creare fasce sonore multicolore, di impatto mai aggressivo.

La Seconda Sinfonia di Schubert, in si bemolle maggiore, fu composta nel breve volgere di quattro mesi, dal 10 dicembre 1814 al 24 marzo 1815. Dedicata come la sua precedente al “serioso” direttore di quel Convitto di Stato che aveva lasciato nel 1813, quest’opera rappresenta già un evidente sviluppo ed evoluzione rispetto alla Prima Sinfonia. Le forme diventano più complesse e perdono il carattere di imitazione rispetto ai modelli di Mozart e Haydn; esse acquistano una maggiore consapevolezza e si pongono come il risultato di scelte creative: comincia a delinearsi la figura di uno Schubert sinfonista, con le sue caratteristiche più definite e con un mondo emozionale che lo situa ormai distante da ogni modello.

L’introduzione, Largo, è giocata su toni maestosi e solenni ed il passo marziale è affidato ai fiati ed al timpano. Ad essi rispondono gli archi con una figura più morbida che già accenna un motivo di opposizione, sin dalle primissime misure. Questa è una caratteristica peculiare della strumentazione di Schubert, una maniera di distribuire il materiale musicale tra i vari strumenti attraverso criteri funzionali al discorso dialettico stesso, creando così opposizioni tra temi come tra metri diversi, tra andamenti melodici e tra famiglie di strumenti. Beethoven a quel tempo aveva già scritto otto delle sue sinfonie, ma già notiamo in Schubert una grande capacità di assorbimento del lavoro dei suoi virtuali maestri: l’orchestra si evolve nella sua composizione e anche nell’ampiezza numerica dei suoi componenti, gli strumenti musicali, ed in particolare i fiati, acquistano personalità e stili espressivi sempre più raffinati, la tecnica stessa di costruzione degli strumenti conosce livelli ogni anno più elevati. Tutto questo è il mondo in cui Schubert si trova a comporre per orchestra sinfonica, compagini sempre più specializzate e strutturate, anche se, con ogni probabilità, anche questa Sinfonia dovette conoscere la sua prima esecuzione ancora con la raccogliticcia orchestra del Convitto. Non dimentichiamo che questo brano conobbe la gloria di un vero palcoscenico solo nel 1877, a Londra.

Dal Largo nasce senza soluzione di continuità un Allegro vivace di ampie dimensioni e di inesauribile inventiva. La scrittura è plasmata sulle caratteristiche più brillanti degli archi, che sono anche i primi latori del primo tema. Gli interventi solistici nei fiati sono pochi in questo primo movimento, e spesso raddoppiano le linee di qualche sezione di archi. La dialettica è tra corde e fiati, ed è serrata, senza un attimo di respiro. Il vero protagonista dell’Allegro è il “tempo”, espresso sotto forma di metro e di urgenza ritmica, e tutto, anche le frasi più melodiche come quelle che disegnano il secondo tema, soggiacciono ad un metronomo imprescindibile che al tempo stesso le sorregge, le protegge e le spinge verso l’episodio successivo. Il primo movimento scorre tutto d’un fiato anche se è sorretto da un’architettura complessa e affatto scontata. E’ da questo Allegro che si evince ogni ulteriore sviluppo della sua scrittura sinfonica: il tempo impera ma la melodia non si lascia irrigidire da esso, ogni possibile nuance espressiva diviene possibile quando inscritta in una struttura ritmica definita ed appropriata.

Il secondo movimento è un Andante con variazioni del miglior Schubert, un brano di sapore cameristico dal cui organico vengono esclusi timpani e trombe, a favorire così sonorità più contenute ed intimistiche. Il tema, dalla struttura perfettamente simmetrica e di grande semplicità di contenuti, è esposto dai soli archi, in particolare è enunciato dai primi violini su un discreto contrappunto dei secondi violini e delle viole, poggiato su una ancor più sottile linea dei violoncelli e dei contrabbassi. Con la prima variazione entrano in gioco i fiati, presi singolarmente e con valenza solistica; primeggiano tra essi l’oboe, impegnato nell’enunciare nuovamente il tema, ed il flauto che intreccia le proprie note sulla melodia del primo. La seconda variazione è invece affidata alla sezione grave degli archi, impegnata in un singolare dialogo col flauto, che commenta le singole semifrasi del tema creando così un gioco timbrico tra le due sezioni estreme dell’orchestra. Nella terza variazione scompaiono viole, violoncelli e contrabbassi e, su un delicato accompagnamento dei violini in ottava, gli strumentini propongono piccoli frammenti del tema principale, lasciandolo passare attraverso i vari timbri strumentali secondo un procedimento di memoria chiaramente beethoveniana. E’ con la quarta variazione che i toni si fanno più accesi e severi, un piccolo brano dal passo marziale, ad orchestra completa e dominato prima dai violini e poi dai bassi, impegnati in un disegno di terzine inarrestabile ma di una tragicità piuttosto manierata. La quinta ed ultima variazione è un meraviglioso esempio di contrappunto, sorprendente se si tiene conto della giovane età del compositore. Ogni singola sezione suona un proprio ritmo, un proprio fraseggio e profilo melodico, ma tutto sembra accordarsi perfettamente alla semplicità del tema iniziale, che fa capolino qua e là all’interno dell’ordito delle parti. Conclude il movimento una breve Coda che ripropone singoli frammenti del tema ma con un’espressione di commiato e di conclusione.

Il Minuetto, terzo movimento di questa Sinfonia, a dispetto della facilità con cui Schubert scriveva brani di sapore coreutico, è tutt’altro che dedicato alla danza, conservando dell’antico minuetto solo il ritmo in tre tempi. E’ un Minuetto anch’esso beethoveniano, per atmosfere drammatiche e toni tragici. I violini sono costantemente impegnati a sostenere la forza ritmica del movimento, e anche laddove, nel Trio, i toni si alleggeriscono notevolmente, i violini mantengono la stessa funzione a collegare così idealmente le due parti del brano, superando agilmente una tradizione compositiva che le vedeva solo in opposizione.

Il Presto vivace conclusivo è un vero finale di sinfonia con tutte le caratteristiche degne dei sinfonisti più maturi ed esperti, pur conservando tratti di leggerezza ed elaborazione tematica tipicamente schubertiani. All’interno di una forma sostanzialmente tradizionale, Schubert introduce un carattere che ricorda più il concertato finale dell’opera buffa che l’usuale rondò della sinfonia. Sebbene nel 1815 Rossini non fosse ancora il protagonista della vita musicale di Vienna, un certo gusto per la sorpresa e l’iperbole guida questo movimento, fondamentalmente basato sul semplice metro del dattilo (una nota lunga seguita da due brevi), ed i singoli episodi si succedono secondo rigide strutture ma sempre conservando elementi di novità. E’ sorprendente come questo Presto travalichi ogni suddivisione in episodi e che quindi ogni caratteristica di riconoscimento ed identità formale si esprime attraverso espedienti compositivi che gettano ponti tra le varie sezioni, dando l’impressione di un tutto unico mosso da un costante e crescente divenire melodico ed armonico.

Enrico Dindo
Violoncellista
Torinese, nasce da una famiglia di musicisti, inizia a sei anni lo studio del violoncello diplomandosi presso il Conservatorio “G. Verdi” della sua città. Successivamente si perfeziona con Egidio Roveda e con Antonio Janigro. A soli 22 anni, nel 1987, ricopre il ruolo di primo violoncello solista nell’Orchestra del Teatro alla Scala, ruolo che manterrà per undici anni, fino al 1998. Nel 1997 conquista il Primo Premio al Concorso “ROSTROPOVICH” di Parigi. Da quel momento inizia un’attività da solista che lo porta ad esibirsi in moltissimi Paesi, con orchestre prestigiose come la BBC Philharmonic Orchestra, la Rotterdam Philarmonic Orchestra, l’Orchestre Nationale de France, l’Orchestre du Capitole de Toulouse, la Filarmonica della Scala, l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, la Filarmonica di San Pietroburgo, l’Orchestra Sinfonica di Stato di Sao Paulo, la Tokyo Symphony Orchestra, la Toronto Symphony Orchestra e la Chicago Symphony Orchestra ed al fianco di importanti direttori tra i quali Riccardo Chailly, Aldo Ceccato, Gianandrea Noseda, Myung-Whun Chung, Daniele Gatti, Paavo Jarvj, Valery Gergev, Riccardo Muti e lo stesso Mstislav Rostropovich. E’ ospite in numerosi festival prestigiosi e sale da concerto di tutto il mondo tra i quali Londra (Wigmore Hall), Parigi, Evian, Montpellier, Santiago de Compostela; ha partecipato allo “Spring Festival” di Budapest, alle Settimane Musicali di Stresa, al Festival delle Notti bianche di San Pietroburgo, è invitato al Festival di Dubrovnik e da Gidon Kremer al Festival di Lockenhaus. Nel Maggio 2000 gli è stato conferito il Premio “Abbiati” come miglior solista nella Stagione 1998/99, nell’Agosto 2004è stato nominato vincitore assoluto della Sesta International Web Concert Hall Competition e nel Novembre 2005 gli è stato consegnato dal Presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi il Premio “Vittorio De Sica” per la musica. Nel Dicembre 2001 da vita a Pavia all’Associazione Culturale “I Quattro Cavalieri” di cui è direttore artistico e della quale fanno parte l’ensemble cameristico “I Solisti di Pavia“, di cui è direttore musicale e l’Accademia Musicale di Pavia dove è docente della cattedra di violoncello. Dal Novembre 2005 è Presidente dell’Associazione Musicarticolo9, nel Febbraio 2007 è stato nominato Direttore Stabile dell’Orchestra Sinfonica di Sanremo e della Liguria ed è entrato a far parte del Comitato d’indirizzo della Gioventù Musicale d’Italia. Enrico Dindo incide per la Decca e suona un violoncello Pietro Giacomo Rogeri (ex Piatti) del 1717 della Fondazione Pro Canale.

Dive Kuselj
flautista
È nata nel 1979 a Dubrovnik, dove comincia a studiare il flauto alla Scuola Musicale “Luka Sorkocevic” con il professore J. Kakarigi.
Nel 2001 si è diplomata presso l’AccademiaMusicale di Zagabria nella classe della professoressa M. Novak.
Ha partecipato attivamente ai corsi di perfezionamento dei famosi flautisti, quali J. Galway, K. Zoller, I. Grafenauer, E. Pahud, H. De Villelle, H. Schmeisser, S. Lord, E.Amsler.
Nel 2000 ha fatto parte dell’Orchestra dei Giovani del Mediterraneo a Marsiglia ed ha interpretato molti concerti come solista con l’Orchestra Sinfonica di Dubrovnik.
Ha partecipato al Concorso Internazionale di Rovereto, dove ha suonato, come finalista, con l’Orchestra “Haydn”, e al Concorso Internazionale IBLA Grand Prize di Ragusa, dove ha vinto il premio del migliore interprete di Mozart. Come vincitrice di questo premio, suona alla Carnegie Hall a New York il 3 marzo del 2003, proprio per il suo compleanno.
Invitata dalla flautista dr. Suzanne Lord, nell’ottobre del 2003, ha presentato negli Stati Uniti, in Florida, ad Atlanta, a St. Louis e nell’Illinois la musica classica croata.
Il pianista e compositore, Marcello Abbado, ispirato dal colore del suono del suo flauto, le dedica il “Concerto per flauto e orchestra” il quale esegue, la prima esecuzione assoluta, nel marzo del 2004 a Sanremo con l’Orchestra di Sanremo e con il direttore V. Jordania.
Nel ottobre dell 2004, nell’atrio del Palazzo Ducale a Dubrovnik, ha eseguito la prima esecuzione croata della “Sinfonietta per flauto, piano e archi” di M.Theodorakis.
Nel 2005 e stata invitata come solista al ‘’National Flute Convention’’ a San Diego, California.
In settembre suona al Festival ‘’Julian Rachlin and Friends’’ a Dubrovnik con i cellebri musicisti – M.Maisky, E.Ottensamer, J.Rachlin, J.Jansen…
Nello stesso anno finisce postlaurea all’Accademia Musicale di Zagabria.
Attualmente insegna nella Scuola Musicale “Luka Sorkocevic” a Dubrovnik, fa parte del “Quartetto Sorkocevic” ed è collaboratrice esterna dell’Orchestra Sinfonica di Dubrovnik.

Il Cast

Direttore: Enrico Dindo