Le date

Sala Grande
giovedì 13 gennaio 2005
Ore: 21:00
sabato 15 gennaio 2005
Ore: 17:00

Giovedì 13 gennaio, ore 21 Teatro Dal Verme
Venerdì 14 gennaio, ore 17 Teatro Cagnoni, Vigevano
Sabato 15 gennaio, ore 17   Teatro Dal Verme

Direttore e violino:
Jean-Jacques Kantorow
Orchestra:
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Programma:
Ludwig van Beethoven (1770 – 1827)
Die Geschöpfe des Prometheus
(Le creature di Prometeo)
balletto eroico e allegorico in 2 atti, op.43
Ouverture (Adagio – Allegro molto con brio)
Atto I. Introduction. La Tempesta: Allegro non troppo
1. Poco adagio
2. Adagio – Allegro con brio
3 Allegro vivace
Atto II. 4. Maestoso – Andante
5. Adagio – Andante quasi allegretto
6. Un poco adagio – Allegro
7. Grave
8. Allegro con brio
9. Adagio – Allegro molto
10. Pastorale: Allegro
11. Andante
12. Solo di Gioja: Maestoso – Adagio – Allegro
13. Allegro: Comodo
14. Solo della Cassentini: Andante
15. Solo di Viganò: Andantino
16. Finale: Allegretto – Allegro molto – Presto
Concerto per violino e orchestra in re maggiore op.61
Allegro ma non troppo
Larghetto
Rondò: Allegro

IL CONCERTO:
di Paolo Castagnone

«Possiamo considerare due sorta di ballo. Una ove l’uomo non ha altro disegno che di ballar per ballare, cioè di eseguire certi salti regolati o per manifestare la sua allegrezza o per mostrare l’agilità della persona. L’altra si ha quando chi balla prende ad eseguire un intero soggetto coi passi figurati de’ piedi, coi vari atteggiamenti del corpo e coi tratti animati della fisionomia». Queste affermazioni tratte dalle “Rivoluzioni del teatro musicale italiano” – un saggio di fine ‘700 scritto da Stefano Arteaga – ben descrivono il compito che il Neoclassicismo assegnava all’arte coreutica: esprimere «tutto l’alternar degli affetti» in una successione di pantomime finalizzate a presentare l’azione nel suo stesso divenire.
A questo principio si attenne uno dei più celebri coreografi del tempo, il napoletano Salvatore Viganò. Figura di primo piano dell’epoca napoleonica, ebbe il merito di realizzare il cosiddetto “coreodramma”, vale a dire non un semplice intrattenimento ma una vera e propria forma teatrale, in cui tutto viene esaurientemente espresso dal ballo «di maniera che lo spettatore – come egli affermava – non abbia bisogno di cognizioni né anteriori né posteriori per interessarsi alle peripezie del quadro ch’io gli disegno». Viganò era figlio d’arte, essendo nato il 25 marzo 1769 dal ballerino Onorato e da Maria Ester Boccherini, sorella del grande musicista Luigi. Compì studi musicali, ma fece esperienza in quasi tutti i campi artistici. Dal 1793 si stabilì a Vienna, dove le danze della moglie – bellissima e appena velata da pepli che riecheggiavano una immaginaria Grecia classica – piacquero a tal punto all’imperatore da provocare una crisi politica e le dimissioni del cancelliere della corona ! Nonostante il successivo fallimento del matrimonio, l’attività dell’artista campano proseguì vigorosa, riscuotendo numerosi successi tra i quali occorre segnalare “Die Geschöpfe des Prometheus”, massimo cimento di Ludwig van Beethoven nel campo del balletto.

Sono tuttora ignote le ragioni per le quali l’ormai famoso danzatore richiese al compositore tedesco la collaborazione musicale per l’allegoria in due atti “Gli uomini di Prometeo”. Se si tiene presente che il messaggio contenuto nell’opera è altamente etico, non sorprende invece la decisione dell’inquieto genio di Bonn di accettare l’incarico. Il lavoro, che impagina una Ouverture, un’Introduzione e sedici numeri chiusi, fu scritto con molto entusiasmo tra il 1800 e il 1801, assecondando il nitore neoclassico dell’ideatore e il chiaro intento celebrativo di un “balletto eroico” dedicato all’imperatrice Maria Teresa per la protezione accordata alle arti. Il manifesto apparso in occasione della prima rappresentazione – avvenuta il 26 marzo 1801 all’Hofburg-theater di Vienna col nuovo titolo “Le creature di Prometeo” e seguita da ben 28 repliche – fornisce una chiara idea della struttura narrativa : «I filosofi della Grecia spiegano la rappresentazione della favola immaginando Prometeo come un nobile spirito che, trovati gli uomini del suo tempo in uno stato di ignoranza, li affinò con le scienze e con l’arte, ammaestrandoli nei costumi. Muovendo da un tale principio, si rappresentano in tale balletto due statue che si animano, diventando suscettibili di tutte le passioni della vita umana. Prometeo le conduce al Parnaso per farle istruire da Apollo, il quale ordina ad Anfione, Arione e Orfeo di ammaestrarle nella musica, a Melpomene e Talia di farle consapevoli della tragedia e della commedia, a Tersicore e Pan di insegnare loro la danza pastorale, mentre Bacco li dovrà istruire nella danza eroica».

Dal punto di vista musicale la composizione manifesta una levigatezza e una brillantezza degne di Canova, in un susseguirsi di idee musicali fresche e brillanti, sempre pregnanti dal punto di vista ritmico. La partitura è intrisa di echi settecenteschi riferibili ad Haydn e a Mozart – e in alcuni casi addirittura a Gluck, come nella Pastorale (n.10) che segna l’entrata in scena di Pan. Tuttavia vi compaiono spesso elementi propri del Beethoven maturo : basti pensare all’energia vitale che percorre l’“Allegro molto con brio”, ben equilibrato nei suoi due temi sonatistici. Estremamente curata è la strumentazione, sempre raffinatissima e ricca di spunti concertanti, come negli splendidi «a solo» del violoncello (n.5, seconda parte, «Andante quasi Allegretto») e del corno di bassetto (n.14 «Andante»). Singolare è anche l’uso coloristico dell’arpa nel quinto numero dell’opera – primo esempio di tal genere nel catalogo beethoveniano – come assai interessante è l’impiego di un recitativo strumentale per rappresentare simbolicamente il momento in cui le due creature prometeiche imparano l’arte drammatica dalle Muse. Tra le pagine più celebri vi sono certamente la perentoria Introduzione, detta la “Tempesta”, e il “Finale”, caratterizzato da un’idea tematica che il compositore tedesco sfrutterà sapientemente nelle Variazioni e fuga op. 35 per pianoforte e soprattutto nell’ultimo movimento dell’«Eroica», quasi volesse ricordarci che solo nel trionfo delle arti e nell’elevazione dello spirito l’individuo realizza pienamente la propria umanità.

Subito dopo aver terminato l’«Eroica», Beethoven inizia la composizione della “Sinfonia del destino”, la Quinta. La stesura procede lentamente per due anni, poi nel 1806 si arresta improvvisamente per lasciare spazio a una serie di lavori contraddistinti da un clima sereno e gioioso: la Quarta Sinfonia, il Quarto Concerto per pianoforte, il Concerto per violino. Per spiegare questo grande cambiamento di atmosfera può essere utile richiamare alcuni elementi biografici: avendo accusato i primi disturbi all’udito all’età di ventisei anni, è ormai un decennio che il musicista combatte una malattia per lui inaccettabile. Si sente sempre più incompreso ed emarginato, ma prima che la sordità lo porti alla disperazione e all’isolamento completo, egli sembra desiderare più che mai il piacere di una elevata conversazione con persone che sente animate dai suoi stessi sentimenti. Le sue speranze vedono la realizzazione più completa nel 1806 a Martonvásár presso Budapest, durante il soggiorno estivo nel castello dei conti Brunsvik. E’ particolarmente attratto da questi amici e soprattutto dalla contessina Therese, di cui si innamora, giungendo alle soglie del fidanzamento.
Una tra le più vive testimonianze di questi giorni felici è costituita proprio dal “Concerto per violino e orchestra in re maggiore op.61”. L’occasione per la stesura della partitura gli viene dalla conoscenza di un ex enfant-prodige, Franz Joseph Clement [1780 – 1842], un celebre violinista viennese di cui Beethoven fin dal 1794 apprezza “il modo di suonare delizioso e splendido” e al quale dedica parole encomiastiche: «Caro Franz, natura e arte concorrono a fare di lei uno dei più grandi artisti!». Nel 1806 il ventiseienne Clement è indiscutibilmente un ottimo strumentista e nella veste di primo violino del Teatro “An der Wien” ha anche curato la prima esecuzione della Terza Sinfonia e del «Fidelio».

Nonostante la composizione proceda rapidissima, le parti d’orchestra vengono consegnate al dedicatario solo due giorni prima dell’Accademia ossia – nella terminologia del tempo – un concerto a pagamento. L’amico fa allora leva sulla memoria musicale prodigiosa e sul proprio sagace virtuosismo suonando con estrema partecipazione l’“Allegro ma non troppo”, per poi mettere da parte i fogli di Beethoven e lanciarsi in una serie di variazioni funamboliche, cimentandosi addirittura in un brano col violino imbracciato al contrario! Infine esegue i due rimanenti movimenti col pubblico in delirio. Il debutto ha sortito il massimo successo, tuttavia la critica musicale non esita a stroncare il lavoro. L’8 gennaio 1807 un cronista commenta : «Il verdetto degli intenditori è unanime: la composizione è frammentaria e la ripetizione senza fine di alcuni passaggi banali porta facilmente alla noia. Beethoven potrebbe fare uso migliore del suo grande talento». Il giudizio avrà il suo peso e bisognerà attendere il genio interpretativo di Joseph Joachim – che la eseguì tredicenne a Londra nel 1844 sotto la direzione di Mendelssohn – perché quest’opera entri definitivamente nel grande repertorio. È probabile che all’epoca della “prima” si fosse ormai creata l’aspettativa dell’artista “eroico” alla Sturm und Drang: il mondo poetico del Concerto offre invece l’altra faccia del compositore, quella più lirica e introspettiva.

L’analisi del primo movimento chiarisce ancor meglio le intenzioni beethoveniane. Il gesto d’apertura è costituito da cinque note sommessamente percussive: sembrano nulla più che una formula convenzionale per mettere in moto il discorso, invece le ritroveremo lungo tutto il pezzo come elemento strutturale. Persino il tema principale, solitamente assai energico, si tinge di un’aura agreste, mentre i rintocchi dei timpani risuonano lontani, quasi rassicuranti. Il dialogo tra il violino e l’orchestra continua con una stupefacente varietà di soluzioni lungo tutto l’“Allegro ma non troppo”, creando giochi timbrici di inusitata raffinatezza. Il successivo “Larghetto” è una romanza di carattere bucolico, impreziosita da una dolcissima melodia che veleggia sulla suadente sonorità degli archi. Nella parte centrale del movimento il solista introduce un motivo lento e disteso che viene sviluppato fino alla Coda, dove i corni sussurrano il ritmo puntato dell’incipit tematico, mentre la sottile linea del violino si spinge, sempre più evanescente, nel registro acuto.
Il tono pastorale è ripreso con festosa irruenza nel “Rondò” finale, il cui tema manifesta i caratteri di una danza rustica, semplice, mai aggressiva. Nel secondo episodio – col suo canto vagamente tzigano esposto nel triste tono di sol minore – il fagotto sembra magicamente destarsi per duettare col violino. L’orchestra, scossa emotivamente, arricchisce le armonie e varia i timbri, rinvigorendo l’eloquio del solista e suggellando una partitura in cui Beethoven sembra aver ritrovato, per un momento, il puro piacere dell’intimo contatto col pubblico.

JEAN-JACQUES KANTAROW
E’ nato a Cannes, ha studiato a Parigi con Benedetti al Conservatoire National Supérieur ottenendo il “Primo Premio di Violino” all’età di 14 anni. Ha vinto il primo premio al Concorso Paganini di Genova e successivamente il primo premio nei maggiori concorsi internazionali di violino tra i quali il Carl Flesch a Londra, il Concorso Internazionale a Ginevra e quello del concorso internazionale Tibor Varga.
Nella sua carriera di concertista ha suonato in recital e in trio ed è stato invitato come solista dalle più importanti orchestre sinfoniche e da camera in Europa, Stati Uniti, Canada, Giappone, India e Sud Africa, registrando anche per Radio e Televisioni sotto la direzione dei più importanti direttori.

Con il pianista Jacques Rouvier e il violoncellista Philippe Muller, Jean Jacques Kantorow ha formato un Trio che ha ottenuto il primo premio al Concorso di Musica da Camera di Colmar.
Jean-Jacques Kantorow ha registrato circa 140 dischi sia come solista sia in formazioni da camera con le case discografiche ERATO, ARION C.B.S., NIPPON COLUMBIA, EMI, BIS.

Iniziata anche l’attività di Direttore d’Orchestra, nel 1985 è nominato Direttore Artistico e Direttore Principale dell’Orchestra da Camera d’Auvergne, nel 1993 Direttore Principale della Tapiola Sinfonietta in Finlandia e recentemente Direttore Musicale dell’Ensemble Orchestral de Paris. E’ inoltre regolarmente invitato come direttore dall’Orchestre de Chambre della BBC e dall’Orchestre de Chambre d’Helsinki. E’ Professore di violino al Conservatorio di Parigi e di Rotterdam.

Il Cast

Direttore: Jean-Jacques Kantorow