Oltre il classicismo tedesco - Teatro Dal Verme

Le date

Sala Grande
giovedì 29 marzo 2007
Ore: 21:00
sabato 31 marzo 2007
Ore: 17:00

Giovedì 29 marzo, ore 21 Milano – Teatro Dal Verme
Venerdì 30 marzo, ore 21 Vigevano – Teatro Cagnoni
Sabato 31 marzo, ore 17 Milano – Teatro Dal Verme

Oltre il classicismo tedesco
Direttore e pianoforte:
Howard Shelley
Violoncello:
Silvia Chiesa
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Franz Joseph Haydn (1732 – 1809)
Sinfonia n. 93 in Re Maggiore
Adagio – Allegro Assai;
Largo cantabile;
Menuetto: Allegretto;
Finale: Presto ma non troppo.
durata 21 minuti

Felix Mendelssohn – Bartoldy (1809 – 1847)
Concerto per Pianoforte e Orchestra n. 1 in Sol minore, op.25:
Molto Allegro con fuoco;
Andante;
Presto – Molto Allegro e vivace
durata 20 minuti

Matteo D’Amico (1955)
Il filo di Teseo, per Violoncello e Orchestra.
Durata 11 minuti

Franz Schubert (1797 – 1828)
Sinfonia n. 3 in Re Maggiore, D 200
Adagio maestoso – Allegro con brio;
Allegretto;
Menuetto vivace;
Presto vivace.
durata 24 minuti

Il Concerto:
a cura di Carla Moreni
Haydn, Sinfonia n.93 in re maggiore
Alla prima esecuzione, nel 1791, a Londra, gli spettatori entusiasti chiesero il bis del secondo movimento: Franz Joseph Haydn poteva ritenersi soddisfatto del risultato raggiunto. Gli inglesi non erano un pubblico così semplice da conquistare: amavano la brillantezza, lo spirito faceto, la battuta umoristica celata, da delibare come un pasticcino all’ora del the. Per un compositore rappresentavanouna platea molto appetibile, sia perchè benestanti, ben paganti (a Londra operava il famoso impresario Johann Peter Salomon, interessato anche a Mozart, di cui forse avrebbe potuto cambiare il destino), sia perchè colti e, in quello scorcio di secolo, rappresentativi del futuro, più di ogni altro popolo d’Europa.

Haydn era da pochissimo approdato nella nuova terra.

La splendida fiaba degli anni trascorsi alla corte di Esterhazy si era di colpo chiusa. Il principe Nikolaus era morto, inaspettatamente, e il figlio, Anton, tra i primi provvedimenti aveva inopinatamente preso quello di licenziare la famosa compagnia di musicisti e cantanti, che aveva reso la corte una delle isole artistiche più quotate del tempo. Al Kapellmeister Haydn fu garantita una cospicua pensione a vita (1000 gulden all’anno, il primo violino Luigi Tomasini ne ricevette 400) e nessuno si oppose al suo desiderio di migrare altrove. In Inghilterra, appunto, dove Salomon da tempo cercava di conquistarlo.

Festeggiato da accoglienze principesche, conteso tra mille ricevimenti, Haydn con grazia e signorilità rispose alla fiducia che i londinesi riponevano in lui con una prima raccolta di sei Sinfonie, proposte in trionfali concerti. Anche il principe di Galles, il futuro re Giorgio IV, era un suo strenuo ammiratore: il compositore austriaco possedeva linguaggio antico e spirito moderno, capaci di stregare la più innovativa e popolosa delle città europee. Invenzione tematica, straordinaria maestria formale, disciplina, gusto per le sorprese e i motti di spirito, sono tutti ingredienti ben evidenti in questa Sinfonia n.93 (una delle poche tra le “londinesi” rimaste senza sottotitolo): il primo movimento si apre con un Adagio introduttivo, maestoso, dal quale sguscia il primo tema danzante dell’Allegro assai, in tradizionale forma-sonata, modello di teatralità ed equilibrio. Il Largo cantabile che tanto piacque ai primi ascoltatori è un ampio tema con variazioni, di carattere pastorale: impressionanti i punti di contatto con la Sesta di Beethoven. Dopo un Minuetto luminoso e scattante – ma anche lui attraversato da saette stürmisch, preromantiche, come l’intera Sinfonia – e un Trio con squilli regali, si approda al conclusivo Presto ma non troppo, orchestrato con mano fresca e inventiva, vivace nella polifonia ma anche ammiccante di seduttive melodie.

Mendelssohn-Bartholdy, Concerto per pianoforte e orchestra, in sol minore, op.25
Aveva 22 anni Mendelssohn quando si presentò per la prima volta in pubblico con questo suo primo Concerto per pianoforte: era il 17 settembre 1831, a Monaco. L’autore suonava e dirigeva la nuova composizione, “abbastanza strana”, come lui stesso la definì in una lettera al padre. “Fui accolto molto festosamente e con lunghi applausi, l’orchestra mi accompagnò bene, e la composizione era anche abbastanza strana; fece molto piacere al pubblico, che dopo volle chiamarmi fuori, come qui è di moda. Ma io mi serbai nella mia modestia e non uscii.”

Classe, stile, signorilità: il giovane Mendelssohn era stato educato all’eleganza, a una misura di intellettuale sobrietà. E tale si manteneva, nonostante in tempi, intorno a lui, stessero cambiando. “Tante note, poca musica”, scrisse lapidario un critico, come sempre di poco acume, all’indomani della prima esecuzione. Mentre al contrario un nome indiscusso del pianoforte dell’Ottocento, il maestro dei maestri Ignaz Moscheles, dopo averne ascoltata un’esecuzione a Londra, nel diario annotò: “Un vero trionfo. Invenzione, forma, strumentazione, esecuzione: tutto mi ha perfettamente soddisfatto. Il pezzo sprizza genio.”

D’accordo: Moscheles era stato anche insegnante del giovane Felix, e magari poteva avere un occhio di riguardo verso l’affascinante allievo. Ma il giudizio (soprattutto perchè privato) non lascia adito a dubbi di sorta. Infatti il Concerto in sol minore entrò ben presto in repertorio presso tutti i maggiori pianisti dell’Ottocento. Non parimenti frequentato nel Novecento, ne restano tuttavia alcuni interpretazioni di riferimento affidate a grandi interpreti del nostro tempo.

Concepito in un’unica campata, come il Konzertstück di Weber, il Concerto valorizza gli intrecci tra solista e orchestra, ampliando il tessuto sinfonico, sottolineando la misura appunto “concertante” del pianoforte. E accanto a questa compattezza verticale, nella partitura, Mendelssohn ne mette in campo anche una orizzontale: i tre movimenti scorrono unitari non solo perchè non interrotti da cesure, ma perchè richiami tematici al primo movimento echeggiano nel terzo e ultimo. Anche Liszt, il virtuoso, ne fu conquistato.

Matteo D’Amico, Il filo di Teseo, per violoncello e orchestra (2007)
Fresco di inchiostro, Il filo di Teseo del compositore romano Matteo D’Amico (1955) è un Concerto per violoncello e orchestra: a campata unitaria, pur con sezioni di diverso carattere al suo interno, intrecciato con sapienza nei disegni tra solista e orchestra, si presenta come un moderno corrispettivo del Concerto per pianoforte di Mendelssohn. Il linguaggio, le tecniche sono diverse, ovviamente. Ma speculare è l’intenzionalità che ha generato le due partiture.

Lo sfogliamo insieme: la partenza è misteriosa, teatrale. Il violoncello si presenta tratteggiando sottovoce alcuni arabeschi, di sapore orientaleggiante nei cromatismi, e ascendenti, che sfociano in contrastanti forti e sforzando. Dietro a lui, solo due percussioni, timpano e piatto, a conferire un alone sospeso all’efficace apertura.

Con robuste scalate veloci, in trentaduesimi, il solista approda a ritmi di danza (citazioni bachiane, distorte?), col il sostegno di tutta l’orchestra: la scrittura dei diversi leggi non è però mai massiccia o compatta, ma tende invece a frazionarsi, ora a imitazione dei primi arabeschi del violoncello, ora con disegni che seguono le robuste scalate ascendenti, un po’ aggressive, “ben marcate”, come chiede l’Autore.

Il violoncello, con quel drappo ormai colorato alle spalle, vocalizza sospeso, quasi straniato. Mentre i timpani borbottano inquieti, come i due fagotti, anch’essi in certo modo percussivi, coi loro“colpi di lingua senza suono”.

Canta polifonico il violoncello (ancora un tributo a Bach?), su un bel disegno proteso verso l’alto, sempre più centellinato nelle prescrizioni ad ogni nota: pizzicato Bartok, note battute col legno, glissandi, suoni al ponticello… Anche la trama degli archi sotto un solista tanto cangiante sembra contagiata da questa ventata impressionista, che si riverbera in cascate di trilli, pianissimo, con fioriture leggere, note ribattute veloci. La sonorità è sempre raccolta: basti dire che nei crescendo, il punto massimo della forcella va suonato “piano”. Dunque si va dai pianissimo al piano.

Ora il violoncello ha un fitto dialogo con la fila delle viole, mentre il vibrafono fa da quinta, rubando frammenti, lanciando lunghi trilli. Il clima sospeso, da luogo della fantasia – mediterranea forse, visto il titolo del brano – nel finale del Concerto si sgretola: subentrano disegni ritmici robusti, le sezioni si compattano e sulle veloci quintine cromatiche la sonorità dell’orchestra si ispessisce. Tace per un buon numero di battute il violoncello (come nel Concerto classico, prima dell’entrata finale), per comparire nelle pacificate battute conclusive: una gran distesa marina sembrano evocare gli archi con le loro note tenute, sottovoce. Il solista cesella delicato armonici e trilli. Tutto si sta spegnendo, misteriosamente, come si era partiti. Il vibrafono ora ha fregi di note fitte arabescate (donatoniane?), mentre il filo di Teseo del violoncello sembra perdersi lontano. Distratto, sospeso. Dimentico, chissà, delle famose vele bianche da issare sulla nave.

Schubert, Sinfonia n.3, in re maggiore, D.200
Come a specchio stanno – o possono stare – i due Concerti di Mendelssohn e D’Amico, ecco l’una di fronte all’altra le due Sinfonie che fanno da cornice all’impaginato: Haydn e Schubert. Entrambi giocano sul terreno solare, scattante e festoso, della tonalità re maggiore. Quinta meglio costruita non si potrebbe immaginare.

La Terza del giovane Schubert (aveva 18 anni quando la scrisse, nel 1815, e venne a quanto pare eseguita dall’orchestra degli allievi dello Stadtkonvikt di Vienna, sotto la sua direzione) è un piccolo gioiello di malinconie e invenzioni tematiche. Frementi battiti di cuore, dal primo all’ultimo movimento, le conferiscono una tinta che non è più classica. L’equilibrio, il disegno, ancora la pongono nel solco della Sinfonia haydniana. Ma la vibrazione interna, le sonorità richieste ai temi, il respiro complessivo della pagina la fanno appartenere al nuovo periodo della scrittura romantica. Prodigioso è l’Adagio maestoso iniziale,legato tematicamente all’Allegro principale e già intriso degli umori di fondo dell’intera partitura. Viene da chiedersi dove un giovane di 18 anni, cresciuto tra cori, organo, campagna, avesse potuto captare questo inedito pathos orchestrale. In primo piano, nella forma sonata dell’Allegro, sono i colori dei legni, con la caratteristica linearità del loro canto, più sospeso, sfuggente. Finissima è la tessitura strumentale dell’Allegretto: mano da straordinario pittore possedeva Schubert. Già in clima di Scherzo si presenta il Minuetto, col suo rustico Trio di vera filologica campagna, tra oboi e fagotti. Irruente è il Presto vivace finale, ricco di sorprese e improvvisi trasalimenti.

Howard Shelley
Considerato uno dei più eminenti musicisti della Gran Bretagna, debutta alla WigmoreHall di Londra nel 1971 e, nella stessa stagione, con la ripresa televisiva del concerto Promenade.

Da allora la sua carriera si è sviluppata con esibizioni regolari nelle principali sale da concerto della capitale inglese e con numerose tournées all’estero, sia in importanti centri musicali europei che in Nord America, Australia e Asia. Numerose e molto apprezzate le sue registrazioni discografiche.

Nel 1983 Shelley è il primo pianista a eseguire in concerto il ciclo completo delle composizioni per pianoforte solo di Rachmaninov,un autore al quale si sente particolarmente vicino. Le stesse opere sono state da lui incise per l’Hyperion Records, realizzando così una serie di otto CD premiati dalla critica e vincendo un prestigioso Diapason d’Or.Numerose anche le sue incisioni per la Chandos. I CD dei Concerti di Mozart, nei quali ha diretto i London Mozart Players, hanno riscosso un

grande successo. Le sue incisioni delle composizioni di Gershwin per piano e orchestra e dei Concerti di Mendelssohn hanno ottenuto diverse nominations per il Gramophone Award. Il Concerto per pianoforte di Tippett arricchisce la già vasta serie di composizioni di autori britannici incise da Shelley, includendo anche i Concerti per piano di Vaughan Williams e i Concerti n. 1 e n. 2 di Alwyn. Nel 1998 “Mother Goose”, un documentario su Ravel, realizzato con la Tasmanian Symphony Orchestra dalla Australian Broadcasting con Howard Shelley direttore e solista, ottiene la medaglia d’oro come miglior documentario alla quarantesima edizione del New York Festival Awards. Shelley ha suonato con prestigiosi direttori, tra i quali Vladimir Ashkenazy, Jiri Belohlavek, Andrew Davis, Gunter Herbig, Manfred Honek, Neville Marriner, Tadaaki Otaka, Libor Pesek, Gennadi Rozhdestvensky, Kurt Sanderling, Edo de Waart e Walter Weller; come direttore ha recentemente diretto la Munich Symphony Orchestra, la Uppsala Chamber Orchestra, laTasmanian Symphony. Il ruolo di direttore d’orchestra ha assunto un’importanza sempre più rilevante all’interno della carriera concertistica di Shelley. È Direttore ospite principale dei London Mozart Players, dopo esserne stato Direttore associato dal 1990 al 1992. Numerosi i concerti a Londra e in Inghilterra e le tournées all’estero: tra le più recenti quella in Italia, in Olanda e in Germania (Francoforte e Monaco). Sempre con i London Mozart Players Shelley ha inciso il secondo volume dei Concerti di Hummel, nella duplice veste di direttore e solista. Nel 1994

gli è stata conferita da S.A.R. The Prince of Wales una fellowship onoraria del Royal College of Music di Londra. La sua collaborazione con l’Orchestra di Padova e del Veneto è iniziata nel 2001. Oltre a concerti in Italia e Germania, Howard Shelley ha diretto l’Orchestra di Padova e del Veneto nella produzione di “Così fan tutte” di Mozart e nei cicli dedicati ai Concerti per pianoforte e orchestra di W.A. Mozart e alle sinfonie “parigine” e “londinesi” di F.J. Haydn.

Silvia Chiesa
Ha studiato con Rocco Filippini, AntonioJanigroeMario Brunello.Ha vinto alcuni concorsi nazionali e internazionali di musica da camera e ha ricevuto premi speciali per la miglior esecuzionedi brani del ‘900.Già invitata da alcuneorchestreitaliane, nel 1998 ha debuttato al Barbican Hall di Londraeseguendo il Triplo Concerto di Beethoven conla Royal Philarmonic Orchestra diretta da Daniele Gatti. Successivamente lo stesso programma è stato portato in tournée in Svizzera e in Italia.Nel gennaio 2004debuttacome solista in un tour americano suonando il concerto di Saint Saens. Viene accolta favorevolmente dallacritica Violoncellistadel Trio Italiano dal 1997 al 2002, ha suonato per importantiistituzioni musicali, tra cui le Settimane Musicali di Stresa, L’Istituzione Universitaria dei Concerti di Roma, la stagione di “Musica Insieme “ al Teatro Comunale di Bologna,l’Orchestra Sinfonica G. Verdi di Milano, Scarlatti di Napoli, Amici della musica di Perugia, la SocietèPhilarmonique di Bruxelles.

Per l’Unione Musicale di Torino ha eseguito l’integrale dei trii di Schumann; per gli Amici della musica di Padova l’integrale dei trii di Brahms e al teatro Bibiena a Mantova, l’integrale dei trii di Beethovenregistrati live dal canale televisivo Rai Sat Show. Con il Trio ha registrato, per la casa discografica Arts , l’integrale in DVD dei trii di Franz Schubert, apprezzati dalla critica discografica.Recentemente è stata chiamata a far parte deiSolisti della Accademia Filarmonica Romana, inoltre sta dedicando particolare attenzione al repertorio cameristico per violoncello e pianoforte e a quello solistico con orchestra. La sua esecuzione del concerto di Schumann nel maggio 2006 con la Royal Philharmonic Orchestra a Londra, diretta dal Maestro Wright, è stata accolta da un grandissimo successo.

Particolarmente sensibile alla musica contemporanea, ha eseguito prime esecuzioni dei maestri Boccadoro, Bortolotti, Clementi, Dall’Ongaro, Davies, Mosca, Scannavini, Sollima e Vandor.

Nella stagione 06/07, oltre all’esecuzione in prima assoluta di una nuova commissione per violoncello e orchestra di Matteo D’Amico per i Pomeriggi Musicali di Milano, sarà ospite come solista della Maidstone Symphony Orchestra. Azio Corghi scriverà per Silvia Chiesa e Maurizio Baglini un brano a loro dedicato per violoncello e pianoforte che farà parte di un CD di prossima uscita. Altri progetti discografici sempre con Maurizio Baglini per la rivista Amadeus sono in fase di realizzazione per la fine del 2007.

Il Cast

Direttore: Howard Shelley