Le date

Sala Grande
giovedì 03 febbraio 2022
Ore: 20:00
sabato 05 febbraio 2022
Ore: 17:00

Mozart Nozze di Figaro, ouverture

Mozart Concerto n. 16 per pianoforte e orchestra in re maggiore K 451

Schumann Concerto per pianoforte e orchestra in la minore op. 54

 

Il Cast

Direttore e pianoforte Louis Lortie
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Note di sala

Mozart Nozze di Figaro, ouverture

Mozart Concerto n. 16 per pianoforte e orchestra in re maggiore K 451

Allegro assai
Andante
Allegro di molto

 Schumann Concerto per pianoforte e orchestra in la minore op. 54

Allegro affettuoso
Andantino grazioso
Allegro vivace

 

Inventare il Nuovo

‘Innovativo’ è forse l’aggettivo che più caratterizza i nostri tempi: un imperativo morale per qualsiasi progetto, ricerca, strategia di successo. Ebbene, le tre pagine in programma corrispondono pienamente a un intento squisitamente innovativo dei loro autori. Si potrebbe affermare che la qualità eccellente che queste partiture esprimono è debitrice, oltre che verso il genio degli autori, anche verso la volontà di rinnovamento che le ispirò. È dunque appropriato che il programma venga aperto dall’Ouverture delle Nozze di Figaro (1786). Intanto perché scritta nella tonalità luminosa e solenne di Re maggiore in cui è incardinato il Concerto per pianoforte che introduce. Ancor più perché Mozart l’ideò come portale d’ingresso alla folle journée di un’opera concepita, col librettista Lorenzo Da Ponte, come «un quasi nuovo genere di spettacolo», un dramma cioè in cui la musica è chiamata a orchestrare a un ritmo mozzafiato un potenziale emotivo debordante, tradotto in azione scenica inquieta e concitata, ricca di suspense e colpi di scena. L’orchestra l’annuncia senza possibilità d’equivoco con l’avvio di originalità assoluta con cui archi e fagotti salgono sornioni con un ronzio impercettibile dal registro grave, dissimulando l’inaspettato, impreparato deflagrare a orchestra piena: primo coup de théâtre che preannuncia una pagina fortemente coesa, brulicante di idee tematiche (non meno di quattro fondamentali) e condotta tra continue sferzate d’energia.

Ultimato da Mozart il 22 marzo 1784, nove giorni prima del debutto, interprete l’Autore, il 31 marzo a Vienna, e due anni prima delle Nozze di Figaro, il Concerto in Re maggiore K. 451, ingiustamente tra i meno frequentati dei 27 mozartiani, rappresenta, per parafrasare Da Ponte, «un quasi nuovo genere di concerto», cui la generazione successiva avrebbe guardato con interesse (basta ascoltare l’attacco del Concerto per pianoforte n. 1 di Beethoven). È degno di nota come Mozart abbia concepito in termini tanto originali questa partitura pur sotto la pressione di ritmi forsennati (due altri concerti composti tra febbraio e marzo, un quarto in aprile, sei in totale quell’anno). Schiera innanzitutto l’orchestra più ricca mai reclutata fino ad allora in un suo concerto, inclusi flauto trombe e timpani, impiegandola secondo una concezione autenticamente sinfonica in cui, specie nel I tempo, la voce del solista interagisce con l’orchestra (con i fiati in particolare) in un dialogo serrato, caratterizzato da una libertà e una varietà di combinazioni inedite persino presso un’autorità come Haydn. Se l’Andante si segnala per una pudica ritrosia espressiva dalla disarmante semplicità, l’Allegro di molto finale, questo sì memore di modelli haydniani (in particolare, del Concerto anch’esso in Re maggiore, pubblicato in quello stesso 1784), propone un complesso rondò-sonata in cui il pianoforte parrebbe essersi dimenticato di entrare all’esposizione del tema, e lo fa solo in corsa, recuperando in termini di intensità espressiva in un memorabile episodio in modo minore.

Se Mozart aveva risolto in termini innovativi il “problema” del concerto nel lavoro appena ascoltato, per Schumann il concerto in quanto genere rappresentava un problema tout court. Ne aveva discusso con l’amata Clara, grande pianista concertista e dall’anno dopo sua moglie, già nel 1839, presentandole il suo concerto ideale come «qualcosa di mezzo tra sinfonia, concerto e grande sonata. Mi rendo conto che non posso scrivere un concerto da “virtuoso” [aveva già fatto diversi tentativi infruttuosi] e che devo mirare a qualcos’altro». (Detto en passant: la questione dell’integrazione tra sinfonia e concerto non è poi tanto remota da quanto appena discusso a proposito del concerto mozartiano). Fu però soltanto nel 1841, l’anno sinfonico schumanniano – vi videro la luce anche due sinfonie, tra cui quella in re minore ascoltata settimana scorsa, l’abbozzo d’una terza e l’Ouverture, Scherzo e Finale – che l’intento iniziò a prender forma. Dico iniziò perché ciò che Schumann scrisse, forse su modello del Konzertstück di Weber, fu una Fantasia per concerto e orchestra mai presentata in pubblico e completata solo quattro anni più tardi con un Intermezzo e un Finale, a formare un concerto completo che Clara eseguì a Dresda il 4 dicembre 1845, sotto la direzione di Ferdinand Hiller, dedicatario del lavoro. Questo travaglio creativo fruttò uno dei concerti più popolari dell’intero repertorio, il cui ascolto è stato ininterrotto dal 1845. Clara ne restò subito entusiasta: «Com’è ricco di invenzione, com’è interessante dal principio alla fine; com’è fresco, e quale insieme ben connesso! Studiandolo, provo un vero piacere». Aveva ragione: la partitura è in effetti interessante, cioè innovativa e personalissima. Se il I tempo (l’originaria Fantasia) si basa sulla classica forma sonata, il tema principale, esposto dall’oboe e ripreso dal pianoforte, è un’allusione cifrata, secondo il codice alfabetico delle note in lingua tedesca, (Do, Si, La = C, H, A) tanto al nome sCHumAnn, quanto allo pseudonimo di Clara in seno alla Lega di Davide, CHiArinA. Se si aggiunge che 1) il tema costituisce una citazione letterale, nella medesima tonalità, dell’aria con cui Florestan, in apertura del II atto del Fidelio beethoveniano, invoca la fedelissima moglie; 2) questo I tema è strettamente imparentato col II della Fantasia e ritorna ciclicamente, dissimulato, anche nell’invenzione tematica dei due tempi aggiunti successivamente, risulterà allora chiaramente come l’intero concerto costituisca una lettera d’amore per Clara, musa ispiratrice del primo lavoro schumanniano dedicato alla donna e alla pianista dopo il contrastato matrimonio della coppia. L’indicazione Allegro affettuoso posta in testa al I tempo svela così tutta la profondità e intensità del suo significato.

Raffaele Mellace