Le date

Sala Grande
giovedì 11 novembre 2021
Ore: 20:00
sabato 13 novembre 2021
Ore: 17:00

Komitas Sei melodie per orchestra d’archi

Weber Quintetto per clarinetto e archi

Britten Simple Symphony

Il Cast

Clarinetto Alessandro Carbonare
Primo violino concertatore Alberto Martini
I Virtuosi Italiani (foto)

Note di sala

Komitas, Sei melodie per orchestra d’archi

Weber, Quintetto per clarinetto e archi op. 34

  • Allegro
  • Adagio
  • Capriccio. Presto
  • Rondò. Allegro gioioso

Britten, Simple Symphony per orchestra d’archi op.4

  • Boisterous Bourrée. Allegro ritmico
  • Playful Pizzicato. Presto possibile pizzicato sempre – Molto pesante
  • Sentimental Saraband. Poco lento e pesante
  • Frolicsome Finale. Prestissimo con fuoco

 

Ai confini dell’Europa

 

È un autentico viaggio, il concerto odierno: un viaggio tra culture, autori, musiche e tradizioni provenienti dai confini dell’Europa, con la loro quota di esotismo e originalità rispetto al mondo sonoro italo-franco-germanico, baricentro della tradizione musicale del vecchio continente. Baricentro che pure è presente con un titolo che servirà a misurare la distanza dal resto del programma. Dai confini più estremi dell’Europa proviene la figura, tragica e modernissima, di padre Komitas, il monaco simbolo dell’identità armena del Novecento. Addottoratosi a Berlino, membro della Società internazionale di musicologia, Komitas fu attivissimo nella ricerca etnomusicologica, che esercitò sul campo registrando e trascrivendo personalmente di villaggio in villaggio migliaia di melodie tradizionali dei repertori armeno, curdo, persiano e turco; repertori che rivisitò in chiave moderna in composizioni anche molto ambiziose finché nel 1915, nelle prime fasi del Genocidio armeno perpetrato dai turchi, non fu arrestato e deportato, trauma da cui il compositore/musicologo non si riprese più. Le pagine in programma danno conto da un lato del sapore esotico ed evocativo di una lingua musicale, quella tradizionale armena, davvero altra, per peculiarità melodico-ritmiche e una gestualità risalente a strumenti come il dhol e lo shvi, rispetto a grammatica e sintassi del sistema tonale; dall’altro della qualità della scrittura di padre Komitas, del quale niente meno che Debussy inviava alla cognata cantante una raccolta di mélodies, raccomandandole di studiarle ed interpretarle con molta cura.

Non si potrebbe dare contrasto più acceso di quello offerto dal Quintetto per clarinetto e archi, composto da un figlio illustre della tradizione centroeuropea come Carl Maria von Weber, il fondatore dell’opera romantica tedesca, nei suoi anni di vagabondaggio tra la Germania e la Boemia. Nel 1811 Weber si era imbattuto a Monaco di Baviera nel primo clarinetto dell’orchestra di Corte, il virtuoso Heinrich Joseph Baermann, per il quale scrisse la bellezza di due concerti, un concertino e appunto questa effervescente pagina cameristica, avviata nel 1812 ma ultimata solo il 24 agosto 1815, due giorni prima del debutto, «per uso del suo Amico Enrico Bärmann», come recita, in italiano, l’autografo della partitura. In fondo, d’un concerto da camera si tratta anche qui, dove il protagonismo del solista viene esaltato da quella scrittura luminosa e spumeggiante che costituisce la cifra più autentica e inconfondibile di questo maestro d’un romanticismo aurorale, non ancora attraversato da turbamento alcuno. È il timbro d’una gioia Biedermeier a connotare ciascuno dei quattro pannelli in cui è articolato il lavoro, dominato dalla bellezza melodica che Weber, degno erede dell’ultimo Mozart, associa al timbro ora vellutato ora brillante del clarinetto, negli indugi del I tempo, nel lirismo estatico della Fantasia, nell’euforia del Menuetto e del Rondò conclusivo.

Nel 1934, un anno prima che il povero padre Komitas si spegnesse in un ospedale psichiatrico di Parigi, in un’altra, opposta periferia dell’Europa musicale, l’Inghilterra, un Benjamin Britten appena ventenne confeziona per l’orchestra d’archi, originariamente una compagine amatoriale di Norwich, una pagina che diverrà popolarissima. Si tratta in questo caso anche d’un viaggio nel tempo: una rilettura attualizzante della suite barocca, ma al contempo anche rivisitazione del proprio passato creativo, perché il giovane talento vi rielaborò la musica composta per il pianoforte nella prima adolescenza. Non meno di otto idee tematiche concepite tra i nove e i dodici anni concorrono così a costruire questa partitura di totale trasparenza, pervasa da un’ingenuità alla Nino Rota. Si apprezzi la pagina forse più riuscita e singolare: quel Playful pizzicato che assolve al compito dello scherzo, qual effettivamente era nella sonata per pianoforte per cui era nato esattamente dieci anni prima, scorrendo leggerissimo tra sezioni orchestrali, a emulare gli elfi del Sogno mendelssohniano.

 

Raffaele Mellace