Le date

Sala Grande
mercoledì 20 gennaio 2021
Ore: 10:00*
*I Pomeriggi in anteprima

Bruckner Ouverture in sol minore

 Bruckner Sinfonia n. 1 in do minore

Il Cast

Direttore Pietari Inkinen
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Note di sala

Bruckner Ouverture in sol minore

 Bruckner Sinfonia n. 1 in do minore

Allegro
Adagio
Scherzo
Bewegt, feurig

 

Nascita d’un sinfonista

 

Anton Bruckner è stato uno dei massimi sinfonisti del tardo romanticismo, membro di quel circolo ristretto di compositori che nell’ultimo terzo dell’Ottocento ripresero in mano il filo, se non interrotto perlomeno assai indebolito, del sinfonismo classico-romantico per rifondarlo in una nuova prospettiva, nutrita di tradizione ma al contempo aperta alla novità d’un mondo in rapida evoluzione. Andrà così accostato a Čajkovskij, Dvořak e Sibelius anche nell’entità cospicua della produzione – nove sinfonie ufficiali, a raggiungere il magico numero beethoveniano, cui nessun grande autore di area tedesca prima di Mahler si sarebbe più avvicinato –, con la differenza che se costoro operavano dalle periferie dell’“impero”, Bruckner, come Brahms, lo fa dal suo cuore, quell’Austria che aveva dato i natali allo stile classico. La sua collocazione è dunque particolarmente affascinante, perché il confronto con la tradizione e con il presente della produzione musicale coeva si rivela esplosivo. Il concerto odierno ci introduce, attraverso due lavori di ascolto non frequente, alla nascita stessa della vocazione sinfonica di Bruckner. Organista del duomo di Linz, nella provincia austriaca, alla soglia dei quarant’anni sperimenta una svolta, una conversione, si potrebbe dire, complice l’approdo in città del nuovo direttore dell’opera, Otto Kitzler, che gli impartisce lezioni di composizione e gli rivela il linguaggio musicale di Richard Wagner, il cui Tannhäuser, in scena a Linz nel 1863, rappresentò per Bruckner una folgorazione. L’organista e autore di musica da chiesa avvia così in quel torno d’anni la febbrile ricerca d’una propria via alla scrittura per l’orchestra: ricerca che nell’arco d’un trentennio lo porterà ad affermarsi come una delle voci più originali del vecchio continente.

Bruckner feconda infatti, paradossalmente, il genere principe della tradizione classico-romantica con il linguaggio wagneriano, la cosiddetta musica dell’avvenire, che di quella tradizione rappresentava all’epoca il contraltare estetico, il nemico irriducibile da combattersi a suon di pamphlet. Il contributo, personale e decisivo, di Bruckner alla rigenerazione del genere si colloca dunque sotto l’egida del prodigioso sinfonismo di Wagner, cui dedicherà la Terza sinfonia e del quale commemorerà la scomparsa nella Settima, temperato tuttavia dalla lezione austro-tedesca di Beethoven, Schubert e Schumann. Di questo percorso sperimentiamo oggi due fasi, cronologicamente prossime ma dal significato assai diverso. La pagina che introduce il concerto, l’Ouverture in sol minore, appartiene a una piccola serie di composizioni realizzate sotto la guida di Kitzler come prove di scrittura sinfonica. Composta tra il novembre 1862 e il gennaio successivo, non venne mai pubblicata dall’autore e uscì postuma un quarto di secolo dopo la sua morte, nel 1921, quando, l’8 settembre, conobbe la prima esecuzione sotto la direzione di Franz Moissl nella cittadina di Klosterneuburg, cara a Bruckner. Aperta da un’introduzione lenta, presenta un tema principale pieno di fuoco ed energia (Bewegt, feurig è anche l’indicazione dl Finale della Sinfonia n. 1), che imprime il carattere fondamentale all’intera ouverture, la quale scorre rapida e serrata fino al capolinea, salvo, che, nella Coda, fa misteriosamente capolino al corno un temino pastorale, quasi un richiamo ornitologico dal significato arcano.

Benché catalogata, dall’autore stesso, col n. 1, la Sinfonia in do minore di Bruckner non rappresenta affatto un lavoro d’esordio. Giunge infatti al termine d’un percorso costellato di prove e rifacimenti, progressi e ripensamenti. Dopo i quattro pezzi sinfonici cui appartiene l’ouverture, Bruckner aveva messo mano tra il 1862 e il ‘64 ad altre due sinfonie, la prima delle quali derubricò immediatamente a compito scolastico, mentre la seconda, in re minore, lo impegnò in revisioni per anni, finché nel 1895 non decise di depennarla dal proprio catalogo, classificandola come “Nullte”, n. 0. Ecco dunque che il catalogo ufficiale bruckneriano inizia con il nostro lavoro, una pagina in realtà matura, cui l’autore attese a lungo fra il maggio 1865 e il luglio 1866, e presentò, dirigendola di persona, nella Linz in cui la sinfonia aveva visto la luce, il 9 maggio 1868. Questa versione della sinfonia si chiama appunto “di Linz”, per distinguerla dalla versione “di Vienna”, risultato d’una revisione, peraltro non radicale, cui Bruckner sottopose la partitura nel 1890/91, dedicandola all’Università di Vienna che l’aveva insignito della laurea honoris causa. Come si potrà notare, la composizione non ha nulla a che spartire con l’ouverture. Si tratta d’un lavoro profondamente meditato, dall’ampio respiro sinfonico, d’una architettura complessa e studiata con cura, che risente della ricchezza di esperienze musicali maturate in quel periodo: la memoria ancor fresca del Tannhäuser, che agisce soprattutto nei primi due tempi, ma anche l’esperienza del Tristano, ascoltato nel 1865 a Monaco, dove Bruckner prosegue il lavoro alla sinfonia e incontra personalmente Wagner, ma anche l’ascolto a Budapest dell’oratorio La leggenda di Sant’Elisabetta di Liszt, cui dedicherà la Seconda sinfonia. Con questo lavoro Bruckner fonda la sua concezione del sinfonismo, cui manca tuttavia, salvo che nell’Adagio, quella lunghezza meditativa che costituirà il sigillo personale delle altre otto sorelle. È già tipica invece la bella varietà tematica della forma sonata dell’Allegro d’apertura, che adotta tre temi ben differenziati, alternando di continuo quiete e dramma, fino alla Coda pressante ed emozionante. Ma personali sono anche l’affascinante ambiguità tonale (La bemolle maggiore / fa minore) dell’intenso e denso Adagio, classicamente in seconda posizione; il carattere popolaresco del vigoroso, trascinante Scherzo in sol minore e del relativo Trio; il Finale, anch’esso in forma sonata a tre temi, aperto da un motto stentoreo a orchestra piena.

Raffaele Mellace