Le date

Sala Grande
giovedì 27 gennaio 2022
Ore: 20:00

Saint-Saëns Concerto n. 1 per violoncello e orchestra in la minore op. 33

Schumann, Sinfonia n. 4 in re minore op. 120

Il Cast

Direttore Gábor Takács-Nagy
Violoncello Natalie Clein
Orchestra di Padova e del Veneto

Note di sala

Saint-Saëns Concerto n. 1 per violoncello e orchestra in la minore op. 33

Allegro non troppo
Allegretto con moto
Un peu moins vite

Schumann, Sinfonia n. 4 in re minore op. 120

Introduzione-Allegro. Ziemlich langsam – Lebhaft
Ziemlich langsam
Lebhaft
Langsam – Lebhaft

Tutto d’un fiato

 

Accomuna i due capolavori in programma una stessa intenzione tradotta in una ben precisa caratteristica costruttiva: l’ambizione di produrre un lavoro che venga percepito come profondamente unitario, concepito come colata unica e fruito dal pubblico tutto d’un fiato. Una tale intenzione, schiettamente romantica, che, pur declinata in modi differenti, collega autori di generazioni diverse, si realizza tramite l’abolizione delle pause tra un tempo e l’altro, per cui tanto il concerto quanto la sinfonia nell’intento dei rispettivi autori dovrebbero fluire ininterrotti dal principio alla fine, inanellando i diversi tempi in cui pure sono regolarmente articolati. Accomuna i due lavori in cartellone un elemento ulteriore, una sorta di convitato di pietra del nostro programma: il fantasma di Felix Mendelssohn, figura chiave nella maturazione del linguaggio sinfonico schumanniano e modello diretto del concerto di Saint-Saëns.

Il Concerto per violoncello n. 1 di Camille Saint-Saëns è infatti profondamente debitore verso l’amburghese. Scelte formali, originalità d’impostazione, efficacia espressiva del più fortunato lavoro sinfonico del maestro francese, presentato alla Società dei Concerti del Conservatorio di Parigi nel 1873 un quarto di secolo dopo la morte di Mendelssohn, rimandano a un modello puntuale: il Concerto per violino in mi minore op. 64 dell’Amburghese. In ogni caso, il lavoro si dimostra un osservatorio formidabile per apprezzare il talento di Saint-Saëns – autore d’un catalogo sterminato che conta ben dieci concerti (questa nostra stagione ne ha già proposto il secondo per pianoforte) – nell’individuare formule efficaci capaci di soggiogare le platee più vaste. Tale è il gesto violento e rapinoso con cui il solista apre il concerto, che trascorre senza soluzione di continuità dall’appassionato Allegro non troppo all’elegantissimo Allegretto con moto in punta di piedi, al conclusivo Un peu moins vite. Un’oasi lirica umbratile e suadente come la voce di Dalila nell’opera Samson et Dalila, in scena quattro anni dopo, contrasta efficacemente la frenesia che s’impossessa di questo finale, che prima di chiudersi riprende tanto il tema principale del I tempo quanto un altro tema, comparso a sorpresa durante lo Sviluppo del I tempo, sigillando così in compiuta unità l’intero concerto.

L’unitarietà dell’opera d’arte è la preoccupazione principe che mosse anche Robert Schumann nel concepire la Sinfonia in re minore (la tonalità della Nona di Beethoven), ancor più del concerto di Saint-Saëns intessuta da un capo all’altro di richiami tematici che la configurano come un vero e proprio organismo unitario. Schumann non intendeva neppure chiamarla sinfonia, bensì “Symphonische Phantasie”, e nel frontespizio della partitura dichiarava dovesse intendersi “in un unico movimento”. L’idea che presiede a questo lavoro è infatti quella ciclica per cui un minimo corredo di idee tematiche esposte in apertura sono in grado di generare un’intera, ampia composizione, i cui singoli movimenti sono collegati da richiami dei diversi temi. L’idea s’era già fatta strada nella Symphonie fantastique di Berlioz, immediatamente recensita da Schumann, nonché nel genere del poema sinfonico, che stava prendendo piede proprio negli anni Quaranta in cui nacque il progetto della Sinfonia in re minore. Insisto a chiamarla così perché l’ordinale “quarta” non rispecchia la realtà dei fatti: si tratta infatti della seconda sinfonia schumanniana in ordine di composizione, che tuttavia, poiché l’autore vi rimise mano a dieci anni di distanza, scivolò in fondo al suo catalogo sinfonico. Come che sia, la più popolare delle quattro sinfonie schumanniane vide la luce, come il Concerto per pianoforte in programma settimana prossima, nel prodigioso “Symphonisches Jahr” 1841, quando il compositore, raggiunta l’agognata stabilità esistenziale grazie al matrimonio con Clara Wieck, ampliò il proprio raggio d’azione dal pianoforte all’orchestra. Il 13 settembre offrì la sinfonia, completata quattro giorni prima, come regalo di compleanno alla moglie, che la gradì più del pubblico del Gewandhaus di Lipsia distratto, alla “prima” del 6 dicembre 1841, dall’esibizione al pianoforte di Liszt e della stessa Clara. Schumann ritirò allora la partitura, salvo ritornarvi esattamente dieci anni dopo per irrobustire l’orchestrazione (mossa che sarebbe spiaciuta a Brahms, che si adoperò per far conoscere la versione originaria, di cui possedeva l’autografo) di quella che è da allora la versione corrente e definitiva, presentata al pubblico per la prima volta, finalmente con successo, il 1° marzo 1853 – cinque giorni prima del debutto della Traviata – sotto la direzione dell’autore.

Tutta d’un fiato corre dunque la sinfonia, dominata dall’idea poetica d’un entusiasmo romantico ben espresso dalla sezione veloce del I tempo, che supera il portale lento d’un avvio solenne di ascendenza beethoveniana con un impeto travolgente e appassionato che non si nega peraltro nemmeno oasi di lirismo delicato. La vocazione cameristica di tanto sinfonismo schumanniano si manifesta nel tempo lento, avviato dal malinconico duetto di oboe e violoncello ma altrettanto caratterizzato da un’inaspettata pagina solistica del violino. Le terzine di quest’ultima si ripropongono nell’aereo, impressionistico trio, eccezionalmente ripetuto, che trafora la maglia compatta del vigoroso Scherzo. Da ultimo, il Finale (I e IV tempo della sinfonia, concepiti in termini analoghi con tanto d’introduzione lenta, costituiscono gli splendidi, robusti baluardi della composizione, i cui movimenti interni rivestono evidentemente un carattere d’intermezzo più leggero: se ne ricorderà Brahms). Lasciatosi alle spalle le nebbie nordiche, da Ebridi mendelssohniane, che caratterizzano l’introduzione lenta, capovolge il re minore d’impianto della sinfonia in euforico Re maggiore, in un trionfo di volontà ed energia che ben esprime l’entusiastica idea poetica originaria.

Raffaele Mellace