Wolfgang Amadeus Mozart (1756 – 1791)
Concerto per pianoforte e orchestra n. 6 in Si bemolle maggiore K238
Concerto per pianoforte e orchestra n. 8 in Do maggiore K246 “Lützow”
Rondò per pianoforte in La minore K511
Concerto per pianoforte e orchestra n. 9 in Mi bemolle maggiore K271 “Jeunehomme”
pianoforte concertatore Alexander Lonquich
Orchestra I Pomeriggi Musicali
Questo concerto è dedicato alla memoria di Angelo Foletto (1949-2026), critico musicale che
ha seguito con passione e impegno l’attività dei Pomeriggi Musicali e del Teatro Dal Verme.
Biglietteria
Vendita singoli biglietti
dal 21 giugno 2025
Prezzi dei singoli biglietti
Posto unico € 12,00 + prevendita
Note di sala
Con l’eccezione del cameo cameristico del Rondò K511 di dieci anni dopo, il programma ripropone il ricco pomeriggio di musica offerto da Mozart ventunenne, in viaggio per Parigi, presso la locanda Zum schwarzen Adler (“All’aquila nera”) a Monaco di Baviera il 4 ottobre 1777, dalle 15.30 alle 20, quando estrasse dal forziere della sua ricca produzione salisburghese esattamente questi concerti. I tre titoli, nati nel giro d’un anno giusto, tra il gennaio del 1776 e quello del 1777, dovevano costituire agli occhi del loro autore una sorta di trilogia (significativamente ne tralasciò un quarto, il Concerto K242 degli stessi mesi), che Mozart aveva forse in animo di pubblicare l’anno dopo a Parigi (circostanza che non si realizzò: i tre concerti uscirono postumi).
L’annus mirabilis testimoniato da questi tre lavori inizia nel gennaio 1776, quando, archiviati i cinque concerti per violino dell’anno appena concluso, un Mozart che si avvia a spegnere venti candeline ritorna, dopo un digiuno di oltre due anni, a interessarsi al suo strumento principale. Primo dei quattro lavori realizzati in tredici mesi, il Concerto in Si bemolle K238 esordisce con una pagina dall’indicazione agogica carissima di Allegro aperto (già del Concerto n. 5 per violino K215, poi di quello per flauto/oboe k314, ma anche della prima aria della Betulia liberata, anch’essa in Si bemolle maggiore, o di un’altra aria, la quasi coeva “Di tante sue procelle” dal Re pastore) e dalla più schietta aria salisburghese per la scorrevolezza e la naturalezza che improntano di sé il tono tanto della scrittura orchestrale quanto dell’eloquio del solista, saldamente e organicamente coesi in una pagina amabile e cantabile («da commedia borghese», ha scritto Piero Rattalino). Domina invece l’Andante un poco adagio in Mi bemolle il lirismo quieto, sereno di un pianoforte quasi parlante, secondo una scrittura che non si allontana dai più recenti modelli di Johann Christian Bach. Chiude un Rondò dal tono popolaresco, quasi una danza campestre, arricchito dal chiaroscuro di episodi che fanno balenare anticipazioni del Mozart maggiore, quello ad esempio del Quartetto con pianoforte K493.
Ancora un Allegro aperto, nella tonalità non meno neutra e aproblematica di Do maggiore, apre tre mesi dopo il Concerto K246, scritto (come già anche l’altro) per una pianista dilettante, la contessa Antonia von Lützkow, moglie del comandante della fortezza di Salisburgo e allieva del padre Leopold. La composizione ripercorre nella struttura e in diverse altre scelte i passi del concerto appena ascoltato (tra queste l’adozione per il primo movimento d’una forma sonata a tre temi, uno dei quali riservato al solista), esaltando ulteriormente il carattere edonistico e galante che costituiva il fondo già di quel lavoro. Il movimento d’apertura afferma fin dall’avvio la tonalità d’impianto (primo tema sui gradi dell’arpeggio fondamentale) con una perentorietà che non lascia adito a dubbi; il secondo tema entra in punta di piedi, mentre non ci si nega una certa intensità nello Sviluppo. Risulta interessante, per via d’un percorso modulante non banale, la sezione centrale anche dell’Andante, sempre in forma sonata e caratterizzato da un’invenzione melodica suadente e armoniosa. Chiude questo divertissement non proprio disimpegnato un Tempo di minuetto schiettamente giocoso, proposto all’orchestra dal pianoforte, caratterizzato dalla sorpresa di un episodio in modo minore che pare revocare il clima festoso cui la composizione era stata fino ad allora generalmente improntata.
Il pianoforte si aggiudica l’apertura della seconda parte del concerto con l’intimità cameristica del Rondò in La minore K511, composto a Vienna undici anni dopo, l’11 marzo 1787. Un cameo che sotto le spoglie dimesse d’una paginetta ordinaria si rivela un autentico gioiello. Scritto nel mese stesso in cui Mozart iniziò la composizione del Don Giovanni, supera d’un balzo la produzione, perlopiù didattica, dei rondò del Settecento centrale, dei figli di Bach ad esempio, per puntare a un’essenzialità e una profondità espressive abissali, tanto da suonare come un pezzo breve di Schubert o di Chopin. Il tema malinconico, cromatico, quasi una cantilena infantile, in 6/8 come quella, non meno struggente e altrettanto in modo minore del Concerto K488 di un anno prima (l’abbiamo ascoltato il 22 e 24 gennaio scorso). Nel breve ma intenso itinerario disegnato da questa miniatura deviano il corso di tanta malinconia due episodi in modo maggiore – in Fa, a semicrome sgranate e determinate, e in La, spigliato e quasi giocoso – prima che la Coda non ribadisca il carattere più autentico del pezzo: l’auscultazione commossa di un’accesa sensibilità.
Dopo questo intermezzo intimo incontriamo un Mozart diverso, perché il terzo concerto della serie, datato gennaio 1777, propone un evidente salto di qualità rispetto ai due titoli precedenti: uno scarto che pone le basi dei concerti che verranno. Ardito e innovativo nella concezione, incardinato in una tonalità gravida di significato come Mi bemolle maggiore (sarà la tonalità dell’Eroica beethoveniana, ma già prima della terz’ultima sinfonia mozartiana, la K543), il concerto venne composto per un’interprete professionista identificata solo vent’anni fa: la pianista francese Louise-Victoire Jenamy (1749-1812), figlia del coreografo Jean-Georges Noverre, conosciuta dai Mozart a Vienna pochi anni prima. Ad apertura dell’Allegro il solista ruba il tempo all’orchestra interrompendola subito con un motto volitivo e impertinente appena questa avrà stabilito l’arpeggio di tonica. L’invenzione tematica prosegue, con la consueta generosità, sul filo giocoso d’un linguaggio da opera buffa, attento a integrare orchestra e solista; quest’ultimo, messo alla prova nello Sviluppo, interviene irritualmente, come in apertura, anche durante la Coda. L’Andantino, primo tempo lento d’un concerto mozartiano a osare il modo minore dopo il K41 del 1767, ci introduce in un paesaggio desolato, degna, dolente colonna sonora d’un qualche tragico mito antico, come l’Idomeneo ancora di là a venire, con un pianoforte che assume più che mai l’inflessione da confessione dolorosa della voce umana. Vorticoso omaggio al virtuosismo del solista è l’attacco del Presto conclusivo, che pure ospita a sorpresa, l’ennesima di questo concerto, un Minuetto (omaggio al ballerino Noverre, illustre padre della dedicataria?), segnato a scanso di equivoci Cantabile, a esaltare la sapida, sublime ricetta d’un capolavoro fondato sui contrasti.
Raffaele Mellace