Pianoforte concertatore: Louis LortieProva aperta per le scuole - I Pomeriggi Musicali - Teatro Dal Verme

Le date

Sala Grande
giovedì 22 gennaio 2026
Ore: 10:00

Wolfgang Amadeus Mozart (1756 – 1791)
Rondò per pianoforte in Re maggiore K485
Concerto per pianoforte e orchestra n. 16 in Re maggiore K451
Concerto per pianoforte e orchestra n. 23 in La maggiore K488

pianoforte concertatore Louis Lortie
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Biglietteria

Studenti
Posto unico € 5

Docenti
1 biglietto gratuito ogni 15 studenti

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Note di sala

Il primo appuntamento della stagione dedicato ai concerti per pianoforte di Mozart permette di affrontare il genere che rappresenta probabilmente la sintesi più compiuta del pensiero strumentale mozartiano. A Vienna, definitiva dimora d’elezione che il Saliburghese definirà entusiasticamente «il regno del pianoforte», nasce una produzione straordinaria per qualità e quantità. Nei primi anni del decennio viennese, precedenti l’epocale allestimento delle Nozze di Figaro (1782 1786), vedranno la luce 14 concerti per pianoforte (dal K413 al K491), di cui questa stagione dei Pomeriggi Musicali ne esplorerà ben 9, a cominciare dai due odierni, accomunati dalle tonalità luminose e correlate di Re e La maggiore.
Il pianoforte è protagonista assoluto dell’inconsueta apertura cameristica del concerto, affidata al Rondò in Re maggiore K485, composto a Vienna il 10 gennaio 1786, al limite estremo dell’aureo lustro segnalato qui sopra. Pur giungendo a chiusura d’una produzione tanto importante e proiettata verso il futuro, la pagina si caratterizza come inequivocabilmente retrospettiva, a cominciare da quel ritmo alla lombarda (una nota breve in battere seguita da una lunga puntata) di sapore inconfondibilmente galante. Guarda infatti, questa pagina, senza celarlo, al mondo sonoro e agli usi del pianismo del Settecento centrale, quello di Domenico Alberti e dei figli di Bach: Carl Philipp Emanuel, grande autore di rondò per la tastiera, e Johann Christian, modello di Mozart bambino, scomparso pochi anni prima, da cui è preso in prestito il tema principale già alluso nel Rondò finale del Quartetto con pianoforte K478 del 1785. Brillante, schietto, estroverso, portato a spasso per non meno di sei tonalità (soltanto una in modo minore, anche questo in omaggio agli usi galanti), è l’anima di una pagina monotematica interpretabile tanto come rondò che come forma sonata limitata a un unico tema.
Restiamo in Re maggiore con il Concerto K451, ingiustamente tra i meno frequentati dei 27 mozartiani. Se la partitura appena ascoltata guarda all’indietro, questa è invece decisamente proiettata in avanti. Non c’è dubbio che questo concerto, ultimato da Mozart il 22 marzo 1784, nove giorni prima del debutto, interprete l’Autore, il 31 marzo a Vienna, rappresenta, per parafrasare un’affermazione di Da Ponte a proposito delle Nozze di Figaro, «un quasi nuovo genere di concerto», cui la generazione successiva, quella di Beethoven, avrebbe guardato con interesse. È degno di nota come Mozart abbia concepito in termini tanto originali questa partitura pur sotto la pressione di ritmi forsennati (due altri concerti composti tra febbraio e marzo, un quarto in aprile, sei in totale quell’anno). Vi schiera innanzitutto l’orchestra più ricca mai reclutata fino ad allora in un suo concerto, con flauto, trombe e timpani, impiegandola secondo una concezione autenticamente sinfonica. Specie nel primo movimento (Allegro assai), il cui attacco presenta delle affinità con Concerto per pianoforte n. 1 di Beethoven portato a termine quattordici anni più tardi, la voce del solista interagisce con l’orchestra, e con i fiati in particolare, in un dialogo serrato, caratterizzato da una libertà e una varietà di combinazioni inedite persino presso un’autorità come Haydn. L’integrazione con l’orchestra appare perfettamente compiuta: il solista ha rinunciato a proporre del materiale autonomo e l’orchestra ha modo di esprimere, ad esempio a conclusione dell’esposizione, il fragoroso repertorio d’un linguaggio di ascendenza militare. L’Andante si segnala per una pudica ritrosia espressiva di semplicità disarmante, dalla forma elementare d’una romanza, o se si vuole una sorta di rondò in cui la sezione principale è intervallata da due episodi. L’Allegro di molto finale, memore di modelli haydniani (ricorda in particolare il Concerto, anch’esso in Re maggiore, pubblicato in quello stesso 1784), propone un complesso rondò-sonata in cui il pianoforte, apparente dimenticatosi di entrare all’esposizione del tema, lo fa solo in corsa, recuperando in termini di intensità espressiva in un memorabile episodio in modo minore.
Terminato il 2 marzo 1786, cinquanta giorni dopo il Rondò K485 e a meno di due mesi dal debutto delle Nozze di Figaro, il Concerto K488 è incardinato in La maggiore, tonalità associata nel Settecento ad autenticità amorosa. Mozart vi comporrà uno dei suoi ultimi capolavori, non privo di parentele tematiche (si presti attenzione all’avvio dell’Allegro) con questo titolo: il Concerto per clarinetto, strumento che infatti non manca nemmeno nella pagina oggi in programma, dove sostituisce l’oboe, mentre tacciono le fragorose trombe e i timpani. Nell’architettura, a un tempo grandiosa e affabile, dell’Allegro, archiviata l’allora recente esperienza eccentrica del Concerto in Re minore (lo ascolteremo il 7 e 9 maggio), il solista e l’orchestra – quest’ultima caratterizzata da un caldo e tenero color pastello accuratamente ricercato – ritornano a condividere pacificamente un materiale tematico ispirato, sontuoso, dinamico e cantabile al tempo stesso. Vi si apprezzino la superiore sprezzatura e l’olimpica serenità del primo tema, subito ripreso e fiorito dal solista (quasi la quintessenza di quella «nobile semplicità e quieta grandezza» in cui Winckelmann aveva distillato l’ideale dell’arte antica), oppure il ruolo fondamentale dei legni, specialmente nella sofisticata tessitura della fase centrale dello sviluppo, sezione di grande interesse armonico e contrappuntistico, che presterà un proprio, nuovo tema alla ripresa. Un puro, attonito incanto pro mana, nell’Adagio incardinato nella tonalità relativa di Fa diesis minore, dal tema sussurrato a ritmo di siciliana dal pianoforte che pare ripiegato ad auscultare le fibre più delicate del cuore. L’Allegro assai conclusivo attraversa festoso diverse regioni tonali, reclutando senza parsimonia una folla di idee tematiche quasi ci trovassimo, ha scritto Luigi Della Croce, in un «finale d’opera, con la scena affollata di personaggi». Si completa così, nell’arco dei tre tempi, un mondo sentimentale completo, ad anticipare quello che Mozart avrebbe messo in scena due mesi più tardi nelle Nozze di Figaro.

Raffaele Mellace