Felix Mendelssohn-Bartholdy (1809 – 1847)
Concerto per violino e orchestra in Mi minore op. 64
Die Heimkehr aus der Fremde op. 89
Sinfonia n. 4 in La maggiore op. 90 “Italiana”
direttore e violino Julian Rachlin
Orchestra I Pomeriggi Musicali
Biglietteria
Prezzi dei singoli biglietti
Intero
Posto unico € 10,00 + prevendita
Ridotto (under30, over60)
Posto unico € 8,00 + prevendita
Note di sala
Il concerto monografico odierno è un ritratto di Felix Mendelssohn-Bartholdy. Tre lavori, rappresentanti altrettanti generi fondamentali del suo catalogo, coprono la parabola creativa dalla prima giovinezza alla piena maturità di un autore centrale del romanticismo europeo, che per brevità dell’esistenza, soli 38 anni, andrà assimilato a Mozart, Raffaello, Leopardi. S’inizia con la pagina più avanzata del percorso, il celeberrimo Concerto per violino in Mi minore, ultima composizione sinfonica che l’autore completò, il 16 settembre 1844, destinandola a un violinista formidabile come Ferdinand David; fatta propria, ancora in vita di Mendelssohn, dal giovanissimo (appena quattordicenne) sodale di Brahms, Josef Joachim. In questo esito sommo del romanticismo mendelssohniano denunciano l’urgenza incoercibile d’un mondo interiore straripante e la costante, altissima tensione espressiva tre scelte peculiari: l’esposizione del tema principale dell’Allegro molto appassionato d’apertura, di cui s’appropria immediatamente il solista bruciando qualsiasi introduzione orchestrale; la collocazione della cadenza non in coda al primo movimento, bensì al termine dello sviluppo, a introdurre efficacemente la ripresa; la concatenazione dei tre tempi, che fluiscono l’uno nell’altro senza soluzione di continuità, intolleranti di qualsiasi indugio. Il concerto assume così la fisionomia di un’arcata unica, un solo grande organismo dagli atteggiamenti diversi, sospeso tra il lirismo intimo e toccante dell’Andante in Do maggiore, dalla semplice forma ternaria caratterizzata da un’inquieta sezione centrale, e il brillante virtuosismo del finale, in cui sembrano prendere nuova vita le creature fantastiche del Sogno d’una notte di mezza estate, frequentate da Mendelssohn sin dalla sua prodigiosa adolescenza. Non stupirà l’accoglienza entusiastica ricevuta sin dalla prima esecuzione assoluta, al Gewandhaus di Lipsia il 13 marzo 1845 sotto la direzione del grande musicista danese Niels Wilhelm Gade, sostituto di Mendelssohn in assenza di quest’ultimo, che riprese il lavoro nell’ottobre seguente, fino alla consacrazione dell’edizione a stampa, salutata come l’apparizione del legittimo erede del concerto di Beethoven e predecessore, aggiungiamo noi, dei grandi concerti romantici di Čajkovskij e di Brahms.
Protèsi con il Concerto per violino sul Mendelssohn estremo, siamo ricondotti dagli altri due lavori alla giovinezza, cioè alla prima importante maturità d’un autore assai precoce. Incontriamo il compositore ventenne nel 1829 in cui aveva avuto l’onore di dirigere la prima esecuzione moderna della Passione secondo Matteo: evento epocale, detonatore dell’affermazione di Bach nella vita musicale contemporanea. Poco dopo Mendelssohn era partito per un lungo viaggio, da aprile a dicembre, in Inghilterra e Scozia, che gli fruttò l’ispirazione di due capolavori, la Sinfonia n. 3 e l’ouverture La grotta di Fingal (Le Ebridi), ma fu anche funestato da un incidente che esacerbò la nostalgia di casa. Il compositore rientrò a Berlino a dicembre, in tempo per preparare un omaggio per le nozze d’argento dei genitori: il Liederspiel in un atto Die Heimkehr aus der Fremde, scoperta allegoria del ritorno in patria dell’autore dall’estero, con l’esile trama incentrata su un suo alter ago immaginario. In testa all’operina, proposta in un’esecuzione domestica il giorno di Santo Stefano quello stesso 1829, risuonò l’Ouverture in programma: pagina pienamente rappresentativa delle qualità del Mendelssohn sinfonista (a differenza dell’operina, senza particolari pretese), e insieme ritratto fedele dei sentimenti dell’autore. L’introduce ai soli archi un placido Andante in 6/8 e La maggiore, il ritratto della serenità, che si riproporrà in conclusione, dopo che un Allegro di molto avrà dato evidenza plastica all’entusiasmo del giovane artista, sublimato nel lo slancio dell’invenzione tematica, che anticipa tanto la Sinfonia “Italiana”, già dalla comune tonalità d’impianto, quanto lo spirito del Concerto per violino.
La felicità domestica non poteva tuttavia competere con l’esperienza di viaggiare, incontrare civiltà e paesaggi lontani, occasione costante per tradurre in suoni la risonanza di tali esperienze in un animo colto e sensibile. A Berlino Mendelssohn non sarebbe rimasto a lungo: pochi mesi dopo sarebbe ripartito per un lungo soggiorno romano, durante il quale, nel 1830/31, scrisse buona parte della Sinfonia “Italiana” (non però il secondo movimento), che completò rientrato a Berlino nel 1832/33, in vista d’una prestigiosa commissione della Philharmonic Society di Londra. La Sinfonia rappresenta programmaticamente, specie nei tempi estremi, l’evocazione di quella «più grande gioia di vivere» che per l’amburghese aveva costituito l’esperienza folgorante del nostro Paese sulle orme del Viaggio italiano di Goethe, amico personale del compositore. Tale solarità – che significa anche apollinea classicità della forma – è tradotta in gesto sonoro nel travolgente tema di ampio respiro con cui la sinfonia attacca senza indugio con reiterati intervalli ascendenti sull’impulso ritmico in 6/8 della danza toscana del trescone. Né è un caso che coroni la sinfonia un trascinante Saltarello («il pezzo più divertente che abbia scritto»), fondato su un efficacissimo meccanismo di crescendo, ispirato alla danza popolare che anche Berlioz avrebbe impiegato nel Carnevale romano. Diversa connotazione presentano i tempi intermedi, in cui agisce la nostalgia del Nord. Il severo Andante con moto in Re minore propone un carattere di ballata mutuato da un Lied goethiano, Il re di Tule, di Carl Friedrich Zelter, nordico anche nel soggetto (la mitica Tule andrà identificata con le Isole Shetland, se non con la Norvegia). Con questa pagina dall’andamento processionale Mendelssohn tributa un omaggio al suo maestro berlinese, scomparso proprio nel 1832. Il terzo tempo, Con moto moderato, che l’autore dichiarò ispirato a una poesia umoristica di Goethe, Lilis Park, ospita una fanfara di corni, quasi un sipario che prepara l’ingresso dei personaggi del Sogno di una notte di mezza estate. L’ultima zampata il giovane Mendelssohn la riserva alla conclusione della sinfonia, che, caso unico in letteratura, benché impiantata in modo maggiore si chiude in minore, nel La minore del Saltarello che capovolge il radioso La maggiore d’impianto. Il gesto all’epoca sarà suonato non meno che sconcertante, tanto più che nella coda del finale compaiono in minore – come lampi nelle tenebre – frammenti del primo tema dell’Allegro con cui la Sinfonia si era aperta.
Raffaele Mellace