Wolfgang Amadeus Mozart (1756 – 1791)
Sinfonia n. 44 in Re maggiore K81
Filippo Del Corno (1970)
Púrpura per viola e orchestra (commissione dei Pomeriggi Musicali e dell’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento)
Johannes Brahms (1833 – 1897)
Serenata n. 2 in La maggiore op. 16
direttore Carlo Boccadoro
viola Timothy Ridout
Orchestra I Pomeriggi Musicali
Biglietteria
Prezzi dei singoli biglietti
Posto unico € 12,00 + prevendita
Note di sala
Accomuna gli autori, tra loro lontanissimi, dei lavori in programma un’intenzione: l’esplorazione dei timbri dell’orchestra, del colore sonoro. Quello degli archi, prevedibilmente il nerbo dell’orchestra del medio Settecento della composizione mozartiana; quello dei fiati, protagonisti della serenata di Brahms; quello della viola in dialogo con una tavolozza di altri timbri nella novità di Filippo Del Corno. Sorta di hors-d’œuvre al concerto, la bella pagina d’apertura è un prodotto pregiato della ditta Mozart. La ricerca non è infatti riuscita ancora ad appurare se sia opera di Wolfgang o del padre. L’autografo manca e le parti, che riportano l’indicazione «Del Sig.re Cavaliere Wolfgango Amadeo Mozart. / in Roma 25. April 1770» risalgono al 1843. Per una simile produzione, dai caratteri standard, è impossibile tentare la via dell’attribuzione su base stilistica. Come che sia, incardinata in un brillante Re maggiore come altre tre sinfonie (genere d’intrattenimento all’epoca richiestissimo) risalenti al primo viaggio italiano del quattordicenne, avvicenda un solare Allegro privo di reali contrasti drammatici, un delicato Andante, prefigurazione delle «aurette amiche» che spirano nel giardino sul Golfo di Na poli nell’atto II di Così fan tutte, per culminare con il piglio irruente dell’Allegro molto conclusivo, animato dalla dialettica tra un primo tema dal vigore venatorio e un secondo di spiritosa levità.
Pièce de résistance nell’ideale menù del concerto odierno è la novità commissionata dai Pomeriggi Musicali e dall’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento a Filippo Del Corno, classe 1970, oggi docente di composizione al Conservatorio di Milano, già a lungo assessore alla cultura del Comune di Milano. Lasciato l’incarico nel 2021, Del Corno ha celebrato il ritorno alla composizione proprio in questa sala, presentando nel marzo 2023 A coda di rondine. Pagina importante per entità ma prima ancora per progettualità, Púrpura deve il titolo al termine spagnolo per il colore viola. Non si tratta tuttavia d’un semplice calembour sul nome dello strumento solista: il colore è al cuore stesso della composizione, che consiste in una sistematica, vertiginosa esplorazione dei timbri orchestrali. Di quello umbratile, caldo, straordinariamente ricco di risonanze della viola di Timothy Ridout, dedicatario e primo interprete della composizione; ma, in dialogo con la viola, anche del timbro di singoli strumenti o sezioni orchestrali. Del Corno ha infatti concepito, con remota ascendenza nel concerto solistico barocco, un’architettura articolata in quattordici sezioni (numero inevitabilmente bachiano), otto tutti orchestrali in cui la voce della viola s’intreccia con la compagine al completo, intercalati con sei divagazioni in cui il solista intrattiene un dialogo più intimo con singoli strumenti o piccole sezioni omogenee, sempre in registro medio-grave, salvo che per l’ultimo pannello, in cui intervengono flauto e ottavino. Tutta la struttura è a sua volta costruita, à la Rimbaud, su rapporti cromatici sinestetici: se la scala base andrà associata appunto al colore viola, il discorso vira di volta in volta verso altri colori, sempre scuri. Corrisponde invece al colore blu la grande cadenza finale del solista, in cui gli elementi che hanno sostanziato le diverse stazioni di questa ampia campata vengono ripercorsi dalla memoria dello strumento. Pagina potente, aperta dalla meditazione nel registro medio-grave della calda voce della viola, strumento molto amato dal Novecento, da Hindemith a Britten, Púrpura propone momenti di grande suggestione, dalla sezione ritmica, quasi onomatopeica, del dialogo con i timpani, all’emergere di una limpida voce di grande bellezza melodica e distillato lirismo in quello con le altre viole, al bicinium serrato con il clarinetto basso, al teso contrasto virtuosistico con i contrabbassi pizzicati, a quello intimo e scuro con due corni, per approdare a un corale dal sapore stravinskjano e alla perorazione finale della cadenza bruscamente interrotta.
L’attenzione si concentra invece sui fiati nella Serenata n. 2 in La maggiore op. 16 composta nel 1858-59 dal ventiseienne Johannes Brahms e presentata nella natia Amburgo il 10 febbraio 1860 sotto la direzione dell’autore, impegnato anche come interprete del Concerto di Schumann. All’indomani della scomparsa di quest’ultimo, Brahms aveva accettato un incarico appartato come maestro di coro e docente di pianoforte alla minuscola corte del principe musicofilo Leopoldo III di Lippe-Detmold, in Renania settentrionale – Vestfalia, 200 km. a sud di Amburgo, dotata di un’orchestra più che decorosa. Sono gli anni che coronano la stagione creativa giovanile, con i primi lavori sinfonici, tra cui il Concerto per pianoforte op. 15. Di quell’ambiente riservato, protetto e marginale, della «dolce vita di Lippe-Detmold, una corte in cui l’orologio si era fermato», la coppia di Serenate per orchestra (una prima, op. 11, risaliva al 1857: furono i primi lavori brahmsiani a uscire a stampa) rappresentano «come un riflesso», per dirla con Massimo Mila; riflesso anche d’una ritrovata serenità, a contatto con la natura silvestre, dopo gli anni turbolenti della malattia e della morte di Schumann. Le due serenate compongono un ideale sonoro di bellezza storicizzata, filtrata attraverso uno sguardo che l’osserva collocata in un tempo remoto. Il rimando è al genere, praticato con esiti eccelsi da Mozart, della serenata, cortigiana e settecentesca, con la sua articolazione in molti movimenti (la seconda, in particolare, guarda da vicino la strumentazione delle Serenate k375 e 388). L’effetto è l’analogo sonoro d’una ceramica smaltata, preziosa e raffinata, che nella seconda serenata adotta il colore dei fiati (ben dieci parti: doppio quartetto di legni, due corni più l’ottavino che s’alterna con il flauto), in particolare dalla dolcezza dei legni, approfondendola in una varietà di declinazioni. Non che gli archi non rivestano alcun ruolo, ma si rivelano, eccezionalmente, sussidiari, e naturalmente gioca un peso significativo l’esclusione totale dei violini, a spostare il baricentro degli archi verso il prediletto registro medio-grave. Avviata nel tono brillante del La maggiore d’impianto, la serenata alterna l’Arcadia melodiosa dell’Allegro moderato, il brio spumeggiante dello Scherzo. Vivace, il contrastante, introverso lirismo crepuscolare dell’Adagio non troppo in La minore stabilito dal severo tema agli archi, l’antiquario, umoristi co e bonario Quasi minuetto in 6/4, il giocoso Rondò conclusivo.
Raffaele Mellace