Le corde del cuore - Altri pomeriggi Under30 - I Pomeriggi Musicali

Le date

Sala Grande
giovedì 21 maggio 2026
Ore: 18:45

Concerto, aperitivo e incontro coi musicisti, dedicato agli Under30.

direttore Ryan McAdams
pianoforte Mikhail Pletnëv
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Programma

Sergej Rachmaninov (1873 – 1943)
Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 in Do minore op. 18

Pëtr Il’ič Čajkovskij (1840 – 1893)
Sinfonia n. 5 in Mi minore op. 64

Evento riservato esclusivamente al pubblico Under30

Biglietteria

€ 10 concerto + aperitivo

Note di sala

Corona l’81a Stagione dei Pomeriggi Musicali un dittico dedicato al grande sinfonismo russo: due dei lavori principali di Rachmaninov e Čajkovskij, autori distanti una generazione ma legati da rapporti stretti: la carriera del primo s’avviò infatti sotto la protezione del secondo, finché nel tragico 1893, la precoce, inaspettata scomparsa del mentore cinquantatreenne non lasciò il più giovane primo d’un riferimento fondamentale. Con il Secondo Concerto per pianoforte incontriamo Rachmaninov a uno snodo capitale della sua vicenda. La caduta della Prima Sinfonia il 27 marzo 1897 gettò l’autore non ancora ventiquattrenne in una prolungata prostrazione. Alla spirale depressiva, con conseguente, lunga paralisi compositiva, innescata da quel fiasco pose fine il Secondo Concerto, scritto su consiglio del dottor Nikolaj Dal’, lo psichiatra dedicatario della composizione e violinista dilettante. La “prima” del concerto, a Mosca il 27 ottobre 1901, rappresentò la rivincita del compositore e la ripresa del suo catalogo dopo la faglia dolorosa lunga tre anni. Il Concerto venne scritto in due tempi: secondo e terzo movimento nella seconda metà del 1900 (l’estate era trascorsa in parte in Italia, tra Varazze e Milano), eseguiti in anteprima a dicembre; il primo movimento l’anno dopo. Il successo che rapidamente arrise al concerto andrà ricondotto alla consapevole e felice attuazione d’una strategia accuratamente ponderata. Rachmaninov compose deliberatamente un concerto, per così dire, “di successo”, privo cioè di velleità d’innovazione formale («non l’articolazione vivente di un discorso dialettico ma lo schema convenzionale ed inerte di un’improvvisazione oratoria», ha scritto Piero Rattalino), con tutte le caratteristiche adatte a fomentare il furore delle platee all’alba del nuovo secolo. Un concerto tagliato su misura sul protagonismo del pianista, che suona continuamente, in una pluralità di registri espressivi che s’avvicendano rapidamente con avvincente varietà, dall’incanto d’un lirismo attonito al virtuosismo più trascendentale. Alla centralità del virtuoso corrisponde la complicità dell’orchestra, cassa di risonanza che amplifica la voce dell’individuo con energiche ed efficacissime iniezioni di sentimentalismo o di grandiosità un po’ pompière, in una geniale strategia della comunicazione pronta in prospettiva per la società di massa. Emblematico è già l’avvio del primo movimento, quando il pianoforte, che ha liberato la tensione montata nella breve introduzione in un tumultuoso affastellarsi di arpeggi, è contrastato dall’afflato epico del primo tema all’orchestra, implacabile e sinuoso nell’insistenza sugli intervalli di seconda. Nell’Adagio sostenuto la carta del coinvolgimento emotivo è giocata nella materializzazione d’una Stimmung di crepuscolare malinconia cui il pianoforte induce il flauto che trascolora quasi subito nella voce del clarinetto, timbro caratterizzante il movimento centrale, quasi un canto infinito condiviso da diverse voci strumentali attorno a un tema che insiste ancora su intervalli di seconda. L’avvio marziale dell’Allegro scherzando preannuncia un antagonismo dalla vocazione spiccatamente virtuosistica tra solista e orchestra, che a dispetto dell’orientalismo zuccheroso del secondo tema, alla voce calda delle viole colorata dal primo oboe, con il balenare d’una sezione fugata, ha comprensibilmente nella brillantezza della scrittura pianistica la sua intima ragion d’essere.
L’autore della Quinta Sinfonia è invece un Čajkovskij ormai affermato, reduce da una tournée internazionale terminata nella primavera del 1888, in cui aveva toccato Berlino, Amburgo, Parigi, Vienna, Praga, Lipsia, incontrato Brahms, Dvořak, Grieg, Mahler e Busoni, ascoltato molta musica e diretto le proprie opere. Questo turbinio di oltre tre mesi si arrestò a Tiflis, dove il compositore rimase ospite del fratello Anatolij. Qui iniziò a elaborare il progetto di una nuova sinfonia, a ben undici anni dal compimento della precedente. Come avrebbe confidato alla mecenate Nadežda von Meck, gli sembrava «di non avere più la facilità di una volta», ma avviò ugualmente la composizione insieme all’ouverture-fantasia Amleto. Completata il 26 agosto, la sinfonia fu diretta dall’autore il 17 novembre a Pietroburgo quel 17 novembre stesso. Era nato un lavoro di straordinaria, problematica bellezza, incompreso all’epoca dalla critica e dal suo stesso autore, sorpreso che Taneev «continui a pensare che la Quinta Sinfonia sia la mia opera migliore». Il ritorno alla forma grande della sinfonia mosse da esigenze profonde. Il compositore la dedicò alla memoria dell’amico Nikolai Kondrat’ev, la cui perdita gli offrì l’occasione per ritornare a temi più sentiti e personali, alla solitudine creativa dopo gli allori mondani. Puntualmente si riaffacciò il tema del destino. L’abbozzo di programma per la nuova sinfonia recita infatti: «Introd.: sottomissione totale al Fato, o, che è lo stesso, all’ineluttabile predestinazione della Provvidenza. Allegro I) Mormorii, dubbi, lamenti, rimproveri rivolti a XXX. II) Non sarebbe meglio gettarsi in braccio alla Fede? Il programma è eccellente, a patto che riesca a realizzarlo». Cajkovskij adottò eccezionalmente una forma ciclica, in cui un tema conduttore ricorre in tutti i quattro tempi della sinfonia, portando alle estreme conseguenze il discorso iniziato con la Quarta. Il primo movimento esordisce in Andante col tema “del fato” esposto all’unisono dai soli clarinetti. Il primo tema della forma sonata (Allegro con anima), motivetto in bilico tra piglio marziale e movenze danzanti, è invece affidato a clarinetto e fagotto, nelle sonorità attutite in pianissimo. L’Andante cantabile con alcuna licenza è uno dei movimenti di ispirazione lirica più felice nell’intera produzione di Čajkovskij. Motivi di cantabilità operistica si alternano e intersecano in una dialettica drammatica che esalta le parti solistiche dell’orchestra, indagando l’opposizione tra speranza consolatoria e incombere del destino. Non sfugga il canto del corno, gioiello dell’intero repertorio sinfonico dello strumento. In luogo dello Scherzo troviamo un valzer dalla scrittura elegante e raffinata. Il Finale, capolavoro magmatico ed enigmatico, è nuovamente introdotto dal tema “del destino”, per la prima volta in modo maggiore e sonorità quasi religiose che gli conferiscono la calma ieratica d’un corale. Terribile, un rullo di timpani introduce la seconda, mastodontica sezione, Allegro vivace (alla breve) che innesca un vortice di straordinario dinamismo, fino alla conclusione, trionfale ma non per questo meno enigmatica.

Raffaele Mellace