RHO - Direttore: Alessandro Bonato, violino: Gennaro Cardaropoli - I Pomeriggi Musicali - Teatro Dal Verme

Le date

Teatro Civico Roberto De Silva (Rho, MI) Piazza Enzo Jannacci, 1
venerdì 09 gennaio 2026
Ore: 21:00

Organizzatore

Fondazione I Pomeriggi Musicali

Il Concerto per violino n. 5 K219, scritto nel 1775, unisce eleganza galante e vitalità teatrale, con sorprendenti inserti esotici nel Rondò finale. La Sinfonia K425, composta in soli quattro giorni a Linz nel 1783, è tra i capolavori sinfonici di ogni tempo: l’Adagio iniziale introduce una scrittura ampia e solenne, seguita da un Allegro di straordinaria energia. L’equilibrio tra invenzione melodica e architettura formale mostra un Mozart ormai capace di trasformare la sinfonia in veicolo di espressione e sperimentazione che molti dei suoi successori, a cominciare da Beethoven, adotteranno come modello.

direttore Alessandro Bonato
violino Gennaro Cardaropoli
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Wolfgang Amadeus Mozart (1756 – 1791)
Concerto per violino e orchestra n. 5 in La maggiore K219
Sinfonia n. 36 in Do maggiore K425 “Linz”

 

Biglietteria

Platea
Intero € 33 | Over70 € 29 | Under30 € 25

Palchi
Intero € 25 | Over70 € 22 | Under30 € 18

1ª Balconata
Intero € 20 | Over70 € 15 | Under30 € 10

Studenti delle scuole di musica e Conservatori
Ridotto € 5

Note di sala

Le due partiture proposte dal concerto odierno fotografano due momenti distinti nella produzione sinfonica mozartiana. Si fronteggiano infatti l’ultimo concerto scritto da Mozart per se stesso nell’ambito del servizio salisburghese e una sinfonia collocata ad apertura della grande serie della maturità con cui si coronerà, ormai a Vienna, il mirabile edificio che l’ex enfant prodige era andato dedicando all’orchestra. Lo stesso autore, dunque, ma due contesti diversi e due diverse maturità, a dar vita a pagine dotate ciascuna d’un fascino specifico.
Il primo fotogramma lo scattiamo sul finire del 1775, quando un Mozart ancora diciannovenne scrive, il 20 dicembre, la nota conclusiva di quello che sarebbe rimasto il suo ultimo concerto per violino, il n. 5 in La maggiore k219. In quello stesso anno Wolfgang, che in veste di Konzertmeister proprio dal violino guidava l’orchestra del principe-vescovo di Salisburgo (e sappiamo si esibirà come solista ancora a Monaco: «come se fossi il più grande violinista dell’Europa intera», scriverà al padre il 6 ottobre 1777), aveva composto ben cinque concerti, «come se – chiosa Stanley Sadie – una volta iniziato con i concerti per violino non potesse smettere fino a che non avesse trovato soluzioni di livello eccezionale».
L’ampio Concerto k219, l’ultimo e forse il più popolare della serie, è infatti sicuramente il più ambizioso e personale, per la varietà e la ricchezza di atteggiamenti espressivi (un «fantasioso carnevale dello spirito», chiosa Luigi Della Croce), ma prima ancora per lo studio, tanto progressivo, dei rapporti tra solista e orchestra. L’entrata del solista nell’Allegro aperto offre la prima di due geniali sorprese strutturali: il violino attacca con sei battute d’un Adagio espressivo, quasi volesse intonare un’aria d’opera, per procedere, quando l’orchestra sarà rientrata, col contrappunto d’un motivo indipendente. Se la semplicità – l’ideale settecentesco di innocenza di natura – è la cifra distintiva dell’Adagio centrale, di terso lirismo, ecco irrompere nel Finale la seconda, insospettabile sorpresa. In luogo del terzo episodio di questo Rondò-sonata incentrato su un tema bipartito, la scena cambia a vista: metro, tempo e tonalità vengono infatti capovolti (binario vs ternario, Allegro vs Tempo di menuetto, La minore vs La maggiore) per ospitare un vigoroso e saporoso episodio turchesco, caratterizzato da effetti percussivi, sforzandi e intervalli inconsueti, di quelle pagine ungheresi/zigane con cui anche Haydn spesso chiudeva un lavoro, qui derivante direttamente, nell’invenzione melodica, da una pagina milanese: la marcia dei giannizzeri che concludeva il balletto Le gelosie del serraglio K109 (135a), il primo ballo associato al Lucio Silla mozartiano dato al Teatro Regio Ducale di Milano dal 26 dicembre 1772 (musica che gli schizzi giunti fino a noi non ci dicono se il compositore sedicenne abbia semplicemente annotato o composto lui stesso).
Si è citato Haydn, ed è proprio il grande musicista la cui amicizia e frequentazione tanto peso ebbero negli anni viennesi di Mozart a entrare in gioco, di prepotenza, a proposito della Sinfonia n. 36 in Do maggiore K425, soprannominata “Linz” poiché composta, in pochi giorni, nel capoluogo dell’Alta Austria, e dedicata in un primo tempo al conte Thun. Questi nell’autunno 1783 aveva ospitato i Mozart, Wolfgang e Konstanze, di ritorno a Vienna da Salisburgo, dove la sposa di Wolfgang era stata presentata al padre di lui. La composizione della sinfonia, poi rivista a Vienna nel biennio successivo, ha luogo all’inizio dell’ultimo decennio del compositore, in cui vedranno la luce nell’arco di altrettanti anni le sei sinfonie più mature di Mozart, dalla “Haffner” dell’anno prima alle tre del 1788. Questa sorta di terza fase della produzione sinfonica mozartiana prende avvio, non a caso, negli anni 1782-1786, caratterizzati da un’assenza, quella del teatro musicale. Nell’intervallo tra l’allestimento del Ratto dal serraglio e quello delle Nozze di Figaro, la concentrazione di Mozart sul linguaggio strumentale è massima: frutterà ben 14 concerti per pianoforte (dal K413 al K491: nella stagione in corso ne verranno proposti, già dal prossimo concerto, non meno di 9), i quartetti dedicati a Haydn e le sinfonie “Haffner” e “Linzer”. Specie in quest’ultima, per impiegare la prosa immaginifica di Georges de Saint-Foix, specialista mozartiano del primo Novecento, il compositore «entra deliberatamente nel grande e alto dominio del genere sinfonico». In altre parole, con la “Linz” che Mozart mette a punto una scrittura moderna e ambiziosa per l’orchestra che si lascia alle spalle una produzione che affondava le radici ancora nella sua infanzia per guardare al modello di Haydn, l’«amico mio carissimo» della dedica dei quartetti di quegli stessi anni.
Lo dichiara già dall’avvio l’ampia, monumentale introduzione in Adagio che conferisce all’intero lavoro un peso e una dignità nuovi, propri d’un fare grande che rappresenterà la cifra distintiva dell’ultimo sinfonismo mozartiano, fino alla terna degli estremi capolavori dell’estate 1788, nemmeno cinque anni più tardi. Da tanta attesa si libra alacre e nobile il primo tema dell’Allegro spiritoso, in un decorso scandito da motti perentori e formule cadenzali che anticipano il teatro maggiore, dalle Nozze in là. A tanta energia si contrappone l’intimità dell’Andante in cullante 6/8, caratterizzato dal contributo inopinato, del tutto irrituale in un movimento lento, di trombe e timpani, segno anch’esso della nuova solennità perseguita da questo Mozart sperimentale. Solennità che si rivela palese nel Minuetto, dalla gestualità pomposa, allusione a una ritualità per nulla caricaturale, bensì ancora carica d’un significato celebrativo autentico. Non sfuggirà, nel Trio, l’assolo dal tono bonario e cordiale dell’oboe, scortato dall’eco sorniona del fagotto. Dal vigore e nella leggerezza del Presto finale traluce ancora perfettamente il fuoco d’artificio dei divertimenti salisburghesi, in grado di imprimere una verve, una parola tutta personale alla langue sinfonica del maestro e «migliore Amico» Haydn.

Raffaele Mellace