Ludwig van Beethoven (1770 – 1827)
Concerto per violino e orchestra in Re maggiore op. 61
Felix Mendelssohn-Bartholdy (1809 – 1847)
Sinfonia n. 3 in La minore op. 56 “Scozzese”
direttore Stefano Montanari
violino Viktoria Mullova
Orchestra I Pomeriggi Musicali
Biglietteria
Prezzi dei singoli biglietti
Intero
I settore € 20,00 – II settore € 14,50 – Balconata € 11,00 + prevendita
Ridotto (under30, over60, gruppi, associazioni ed enti convenzionati)
I settore € 16,00 – II settore € 12,50 – Balconata € 9,00 + prevendita
Note di sala
La profondità del sentimento, nelle sue diverse declinazioni, accomuna i capolavori in programma, opera di due autori tedeschi assai diversi, i cui percorsi tuttavia s’intrecciano, come si vedrà, ad esempio proprio in queste composizioni. Parrà singolare riferire a Ludwig van Beethoven il lirismo, l’opzione per una comunicazione che rifugge dall’espressione tumultuosa delle passioni a favore d’una corda elegiaca che stemperi i toni ricorrendo alle mezze tinte e alle delizie d’un sentire delicato. Eppure, anche nella produzione beethoveniana questa opzione costituisce una voce significativa. Nel bel mezzo della stagione centrale della creatività del grande compositore (1802-14) non pochi lavori importanti eludono infatti la via maestra dello stile eroico per imboccare altre direzioni. Emblematico di questo profilo beethoveniano alternativo è il Concerto per violino op. 61, dedicato a Stephan von Breuning, caro amico d’infanzia e revisore del libretto del Fidelio. Ne colse perfettamente il fascino sottile Johannes Brahms, che, prima ancora di emularlo con il proprio Concerto per violino, anch’esso, e pour cause, nella tonalità luminosa di Re maggiore, lo citava all’amico e sodale Joseph Joachim tra le musi- che (tre soltanto!) che, insieme alla Quinta sinfonia e al Don Giovanni di Mozart, gli avevano «dato la più profonda delle emozioni». Si è citato quel formidabile violinista che fu Joachim poiché proprio a lui spettò riportare in auge il concerto beethoveniano nel 1844, in una memorabile esecuzione diretta da Mendelssohn a Londra, poi replicata a Düsseldorf sotto la direzione di Schumann. L’infanzia del concerto non era stata tra le migliori. Sulle prime era stato accolto freddamente nell’interpretazione offerta il 23 dicembre 1806 dal virtuoso Franz Clement per il quale Beethoven l’aveva concepito, al viennese Theater an der Wien, di cui Clement era direttore musicale e dove Beethoven aveva messo in scena le prime due versioni del Fidelio.
A quel felice incontro dobbiamo la più importante esperienza sinfonica beethoveniana con il violino, unico strumento oltre al pianoforte destinatario d’un concerto solistico dopo un’interrotta prova giovanile (il torso cospicuo d’un Allegro di concerto WoO 5 risalente a Bonn) e le due splendide romanze per violino e orchestra. Al di là della presenza di stilemi militari, come l’avvio affidato ai timpa- ni, trasmessi dalla Parigi rivoluzionaria prima e napoleonica poi ai coevi concerti per violino (dai lavori di Viotti e Pierre Rode, al Concerto n. 2 op. 21 “militare” di Karol Lipiński, 1826), una quiete contemplativa spira nel lirismo dell’invenzione melodica e nell’organizzazione divagante dell’Allegro ma non troppo, aperto da un’esposizione monumentale (quasi novanta battute), in cui convivono figure tematiche sorelle, che rifuggono da reali contrapposizioni, a cominciare da quella, squisitamente ritmica, proposta dai già menzionati cinque colpi di timpano in piano, motto che tornerà a scandire il respiro dell’intero movimento, per proseguire con il mite coro pastorale dei legni per terze. All’introduzione risponde il canto del solista, che si libra luminoso senza imporsi sull’orchestra, cui lo lega semmai un rapporto di complicità, nel crearsi d’uno spazio interiore di tenerezza infinita. Non smentiscono il monumentale primo tempo né il dialogo rapsodico tra violino e orchestra del Larghetto, dall’orchestrazione sofisticata, talora rarefatta; né l’affabilità pastorale, persino popolaresca del Rondò conclusivo.
Con la Terza sinfonia Mendelssohn ci offre invece uno studio della malinconia. Nel corso d’un viaggio in Scozia nella primavera 1829 il compositore ventenne, lettore appassionato di Schiller, fu colpito dalla visita a Edimburgo del severo Holyroodhouse Palace, dimora di Maria Stuarda. In quell’occasione annotò: «Credo d’aver trovato oggi l’attacco della mia Sinfonia scozzese». In realtà, da quelle 16 battute buttate giù in un taccuino fu necessario attendere ben più d’un decennio: abbozzata già nel 1830 durante il soggiorno in Italia, la sinfonia fu inter- rotta perché l’Autore non si sentiva «in grado di rivivere dentro di sé la caliginosa scena scozzese» al sole di Roma. Venne così compiuta solo il 20 gennaio 1842 e, benché porti il n. 3, è l’ultima e la più matura tra le sinfonie mendelssohniane (le nn. 4 e 5, pubblicate postume, la precedono infatti d’un decennio nella stesura). Dedicata alla regina Vittoria, fu tenuta a battesimo il 3 marzo 1842 al Gewandhaus di Lipsia diretta dall’Autore stesso e venne accolta trionfalmente nella Londra tanto favorevole a Mendelssohn il 13 giugno 1843 alla Philharmonic Society. Capolavoro del sinfonismo ottocentesco, ancora ammirata e studiata decenni dopo da un grande sinfonista come Bruckner, stupirà probabilmente per la grande varietà, al limite dell’eterogeneità, che caratterizza i quattro tempi, a loro volta articolati in più sezioni interne contrastanti, varietà che Mendelssohn ha inteso rimarcare prescrivendo che essi vengano eseguiti il più possibile senza soluzione di continuità. Restituzione di atmosfere sentimentali più che frutto di citazioni etnomusicologiche, la sinfonia si apre su un tema malinconico ed evocativo in Andante e La minore: riproposto al termine dello splendido e inquieto Allegro un poco agitato come transizione al secondo movimento, resterà ben impresso nella memoria del pur antisemita e anche per questo ostile Wagner, che se ne ricorderà per il fondamentale motivo dell’Annuncio di morte nell’Anello del Nibelungo. Lo Scherzo (Vivace), eccezionalmente in forma sonata, dalla mobilità e trasparenza quasi mahleriane (il baldanzoso primo tema pentatonico, esposto dal clarinetto, costituisce un evidente richiamo folklorico) cede il passo alla poesia lirica dell’Adagio, dal melos tipicamente mendelssohniano (qualcuno vi ha però visto l’influenza del Quartetto op. 74 “delle arpe” di Beethoven), turbata dall’apparizione d’una solenne e sinistra marcia funebre in modo minore. Chiude la sinfonia il trascinante Allegro vivacissimo (in origine Allegro guerriero), la cui vitalità ritmica conosce una svolta imprevista che conferisce alla sinfonia una direzione precisa e riannoda i legami con gli altri movimenti. Nel La maggiore già dell’Adagio si alza infatti dai corni e da altri strumenti nel registro grave un inno (Allegro maestoso assai), non ignaro del tema introduttivo della sinfonia, apoteosi trionfale che celebra le memorie delle leggendarie epopee delle Highlands, degna conclusione d’una sinfonia profondamente nutrita di passioni e miti romantici.
Raffaele Mellace